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In quale tempo?

La distinzione è emersa nel momento in cui abbiamo deciso di organizzare una degustazione che avesse come tematica i vini naturali nel tempo. La domanda immediata, un tentativo di risposta, è stata: «In quale tempo?».
Il vino è elemento vivente, quindi cangiante e irripetibile.
Proprio pensando alla trasformazione, mi viene in mente l’immagine di due elementi che interagiscono: il tempo al di fuori del contenitore e il tempo all’interno di esso. Conservazione, evoluzione, capacità e incapacità di affrontare questa duplice accezione di tempo sono uniti da cause, tempistiche, casualità e momenti che si appellano a ossidazione e contaminazioni dove tardi e presto diventano categorie relative.

La relazione tra kronos e kairos ci può interessare non per la sua stranezza, ma per la sua verità, non solo per l’aura mitica, ma per il suo ordine in un rapporto che unisce due temporalità che ci riguardano per la loro distanza. Distanza che devia il vino dal ruolo di soggetto e lo ricolloca a senso fatto di istanti, come se si trattasse di rendere visibile il tempo. E kairos emerge proprio nell’attimo in cui ci si chiede se il momento è propizio. Se spesso ho l’impressione di non capire nulla davanti a un vino è perché pretendo, e lui non si concede. È l’attimo in cui ho l’impressione di trovarmi davanti a un vino pieno di senso, proprio perché reticente. Nella scoperta sento un piacere che non so esprimere; sono muto, potrei dire o scrivere qualcosa ma questo è uno dei piccoli supplizi del linguaggio, tentare di spiegare il piacere genera l’indolenza della parola...
La memoria, testimone di un trascorso interiore, interviene e lavora a mia insaputa, dopo che ho lasciato il vino, il quale ritorna, sotto forma di ricordo tenace. Non è facile rievocarlo e si consuma un’assenza – l’elemento costitutivo di kairos – che si mantiene, fluttua, va alla deriva tra il desiderio e il dovere. A questo punto si ha l’obbligo di osservare quasi freddamente, perché la calma e la freddezza rappresentano la durata, il tempo che si libera di tutto: di interiorità, di cause e casi, cercando di non confondere ragioni e pulsioni, obiettivi e modelli.
Ma ritrovare quell’inevitabile orologio appeso al muro mi fa pensare ancora di più al vino che sfugge al determinismo e vive ritmi propri, con diverse durate percettibili e non percettibili. L’ascolto del vino diventa l’operazione stessa di una metamorfosi, nella quale ciò ch’era confuso e indifferenziato può diventare distinto e pertinente. Comunque incontrollabile.

 

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