logo porthos

Indipendenti da sempre,
ci occupiamo di vino, cibo e cultura

Il tuo carrello è vuoto

ico fbico twico isico gplusico ytico yt

Archivio

Champagne Drappier nel tempo –– La sicurezza dell'equilibrio


Durante la scorsa edizione del Salone del Vino di Torino abbiamo partecipato a un’interessante verticale di Champagne Drappier. La cuvée sotto i riflettori era il Brut Carte d’Or, nelle annate 1998, 1993, 1990, 1985 e 1983. Organizzatrice della degustazione palese a numero chiuso, Partesa Italia, che distribuisce questa maison nel nostro Paese.
Drappier è una casa di medie dimensioni, con domaine a Urville, nell’Aube (10) e cantina a Reims, nella Marne (51). Sui pendii della côte de Bar-sur-Aube, un centinaio di chilometri a sud-est di Épernay e altrettanti a nord di Digione, i Drappier posseggono circa 40 ettari coltivati direttamente.

Fondata nel 1808, resta una delle rare aziende rimaste a gestione familiare nella tormenta finanziaria delle marche di Champagne. Il resto del fabbisogno deriva da uve acquistate presso appezzamenti nella Montagne de Reims, nella Vallée de la Marne (soprattutto a Bouzy, Ambonnay, Mareuil-sur-Aÿ, Pierry), e nella Côte des Blancs (a Cramant). Si tratta della metà circa dei volumi spumantizzati: questo négociant manipulant produce in media un milione di bottiglie l’anno.
Il terroir aubois e il Pinot Noir si fanno vivi nello stile Drappier. Le propaggini meridionali della Champagne viticola – la côte des Bars – sono considerate minori dai produttori della Marne. C’è un tocco di sussiego in questa catalogazione, ma lo stile del vino è effettivamente diverso. L’Aube ha un clima più piovoso (tanto che viene chiamata “Champagne Humide”) e non è dotata del sottosuolo gessoso di Reims o Epernay, ma di terreni argillo-calcarei, simili a quelli dello Chablis meno nobile. Affianco a queste differenze territoriali, troviamo una netta identità ampelografica: l’area di Troyes è zona di uve rosse, Pinot Noir prima di tutto, accompagnato da un po’ di Meunier. La vicinanza della Borgogna si fa dunque sentire, ma il Pinot aubois non ha la finezza della Côte d’Or né della Montagne de Reims o della Vallée de la Marne. Questa regione, per lo più dimenticata dalla critica e dagli appassionati, trova in un faticoso compromesso la propria ragion d’essere. Non è un caso che tra gli oltre 6mila ettari piantati, resista la “riserva indiana” dei Riceys, in cui si produce l’unico rosato tranquillo della Champagne, abbandonato dalla fortuna e dai favori del pubblico, ma anche un po’ di Coteaux Champenois (vini fermi), oltre allo Champagne. Il timbro dei vini dell’Aube è denso, con un tratto rustico, carnoso e appena più seduto di quelli del cuore della Champagne Crayeuse. Il peso colma da un lato l’abituale carenza di corpo dei vini della Marne, per altro verso rischia di smussare la finezza del vino e può rappresentare una complicazione nella gestione della liqueur de dosage. Specificità che si ritrovano nella Carte d’Or Drappier, cui rendiamo il merito di riflettere in maniera attendibile la territorialità auboise da cui è segnato. Racca – il responsabile di Partesa che assieme a Gianni Fabrizio (vice curatore della Guida ai Vini d’Italia) ha introdotto la verticale – ha parlato della maison d’Urville come di una marca che divide, proprio per la sua originalità; auboise: «o la si ama o la si odia». Un vanto spesso riservato ai grandi vini. Il Carte d’Or in degustazione non è riuscito a entusiasmarci né a dissuaderci; ci vuole maggior personalità, e in questo caso specifico più classe, per risultare decisivi. Il merito di questa cuvée è la sicurezza di un equilibrio che continua nel tempo, che la rende regolare e riconoscibile, più salda che emozionante. Come ci si aspetta che sia un brut di marca.

 

Champagne Brut Carte d’Or Drappier: la degustazione
con il contributo di Alessandro Zamboni

La casa dichiara una cuvée regolare: Pinot Noir sempre ampiamente prevalente (attorno al 90 per cento), con una quota di Chardonnay compresa tra il 7 e il 10 per cento; il saldo è Pinot Meunier. Tutti i mosti derivano dalla prima spremitura. Per gli amanti delle statistiche, ecco alcuni dati che Drappier fornisce per ciascun millesimo:

 

annataalcolacidità totaledosaggio
1998
n.c.
5,2 g/l H2SO4
13 g/l
1993
n.c.
n.c.
9 g/l
1990
n.c.
n.c.
9 g/l
1985
12,7%
5,3 g/l H2SO4
9 g/l
1983
12,8%
5,4 g/l H2SO4
9 g/l

 

1998 (sboccatura 2004)
Avvincente colore dorato quasi ramato e perlage molto vivo.

L’impatto olfattivo è vinoso, alterno e a tratti scomposto: lascia trapelare senza esitazioni una giovinezza indomita con il suo carico di lieviti ma anche toni tostati, di albicocca, a tratti pesanti.

In bocca entra denso e voluminoso, ma dimostra di portare il fardello di un’incerta unità espressiva e di una materia non generosissima. Si impadronisce presto del cavo orale ma poi fatica a farsi strada e soprattutto a permanere oltre la presenza fisica abboccata e un po’ greve che domina un finale piuttosto corto.

L’esile succo della materia non sembra ricevere gratificazione dallo spessore che il dosaggio avrebbe voluto portargli in dote. Un millesimo come il ’98, gravido di insicurezze ma anche di una fragile fisionomia che nelle versioni migliori si libera con serena finezza, non esce indenne da questa bottiglia. La confezione è discreta, la giovinezza certamente un’attenuante credibile, per cui rimandiamo la valutazione di questa cuvée a tempi migliori, con la speranza che riesca a riassorbire le proprie sbavature.

 

1993 (sboccatura 2004)
Colore dorato brillante e perlage tumultuoso.

Il naso è largo, appena appesantito, ma rispetto al ’98 – da cui si stacca con nettezza – ha note grigliate e un fare francamente più nervoso. La crosta di pane pugliese accompagna il ferro e qualche suggestione marina; quando arrivano la carne macerata e le foglie morte la sensazione perde parte del suo ordine iniziale. Con il tempo sbucano il formaggio, l’anice, la stabilità prevale sull’energia e la dinamica regredisce; a bicchiere aperto, evocazioni di sottobosco, tartufo e funghi secchi.

La bocca porta in dono la forza acida di un’annata piovosa: sa essere pungente, rivela qualche tocco di vegetale asciugato che fa pensare a una maturità già acquisita; a suo modo trova, nella poca polpa, una scarna eleganza.

Il finale è ondulato in un andirivieni di sensazioni non sempre nitide, ma soprattutto non riesce a imporsi alla bocca né nella memoria: è questo il suo limite più grande.

± A questo ’93 non mancano la stabilità né tanto meno la delicatezza: vanno prese come doti di un millesimo che ha premiato il Pinot Noir in Borgogna, meno la diluizione della latitudine settentrionale. In quest’annata la tenue verve di Urville ha probabilmente pesato nel dare un vino mite ma composto, privo di pretese eccessive, della cui gracile maturità oggi si può godere. Dice molto di più del suo millesimo di quanto oggi sappia fare il ’98. Se lo avessimo in cantina ce ne serviremmo in questa fase.

 

1990 (in magnum, sboccatura 1999)

Bel colore dorato intenso; perlage potente, inizialmente appena grossolano.

Il naso è subito fenolico, quasi tormentato, impiega tempo per sedimentarsi e liberarsi dall’esuberanza del gas. Quando lo fa, arrivano un po’ di frutta, ma soprattutto erbe, china, note verdi asciugate di una maturità pazientemente acquisita.

In bocca il vino ha nerbo, è potente, mette subito in chiaro una buona corrispondenza gusto-olfattiva; accompagna senza imporsi, rispetto agli altri arriva più lontano, tocca corde più profonde e al tempo stesso dà più voglia di essere bevuto. Fa quello che non riesce alle altre annate: si tende, mostra compattezza senza peso.

Il finale è citrino, abbastanza nitido, esce di bocca quasi senza incertezze, ma alla fine si riconosce la grazia dello stile sulla reale presenza della materia.

+ E’ sicuramente il vino migliore della verticale: il più puro, il più dritto. E’ lungo ma soprattutto è l’unico della batteria che riesce davvero a crescere nel bicchiere e a lasciarlo preciso da vuoto. L’annata conferma la sua grandezza in Champagne, e dimostra che qui il ’90 diede vini di maestosa rettitudine, mentre in varie altre regioni sta rivelando di esser stato sopravvalutato, quanto meno per ricchezza, nei suoi primi anni di vita. Di questo millesimo ha la proverbiale capacità di tener dritta una struttura asciutta, anche laddove la polpa inizia a scarnificarsi.

 

1985 (sboccatura 1991)

Colore paglierino carico; perlage intenso.

Il naso ha bei contrasti: terra, catrame, foglie, croccante, resina, pietra, lucido da scarpe, selvaggina, per poi ripiegare su note più monotone di calce e nuovamente resinose che con il passare del tempo tengono in ostaggio la sensazione olfattiva. E’ una situazione dura, dalla quale il vino fatica a liberarsi, e che dimostra quanto sia provato.

In bocca è nervoso, di un’acidità a tratti solitaria, più asciugata che asciutta, alla quale va a sommarsi una quota di amaro; i rinvii aromatici sono talvolta farmaceutici, la tensione ondeggiante, ma è soprattutto il finale a consegnare il sapore all’acidulo, mentre il patrimonio odoroso cede il passo.

La vecchia sboccatura certamente parte della fatica che fa questo brut: qualche colpa ce l’ha probabilmente la tenuta del tappo nel tempo. Il vino ci è parso troppo tormentato per poterlo valutare in modo credibile, anche se la sua trama sembra aver accusato le angherie della conservazione con remissività.

 

1983 (sboccatura 2002)

Colore dorato acceso e lucente.

Naso di funghi secchi, dado animale, fieno, polvere d’ardesia, caldo ma dalle movenze cerate e caramellate non così convincenti.

La bocca è cremosa, macerata e in linea con l’odore: scivola e accompagna, soffice e consistente, fino all’arrivo della polpa di granchio e del miele. Sembra avere la grana di un brut di buona caratura, e non si scompone mai, ma il suo limite è il marchio di fabbrica: la difficoltà nell’imprimere una vera dinamica e nell’evitare il ritorno del dosage nel finale, una liqueur che a questo punto è pur molto ben fusa.

Nel finale arriva una stoccata che risolleva la testa al vino per qualche istante, prima di consegnarsi a quella “quarta fase” – quella del ricordo recente – che accusa limiti di finezza e di perentorietà.

± Rispetto all’85 ha un’altra delicatezza, e non potrebbe essere altrimenti: un modo tenero e rassicurante che è un po’ la firma Drappier.

 

En fin de comptes...
Il Carte d’Or mostra i suoi limiti maggiori nell’uscita di bocca. Le schede tecniche che la maison ci ha fornito riportano un 3 per cento circa di Pinot Meunier nell’assemblaggio, sostenendo che il assure une fin de bouche tout en souplesse: «garantisce un finale agile e morbido». Aggiunge che la liqueur de dosage è lungamente maturata in fusti di rovere. Abbiamo l’abitudine di non sbilanciarci in correlazioni tra la tecnica di vinificazione e le sensazioni organolettiche – moltissimi esperti, talvolta i produttori stessi raccolgono cantonate a mani aperte, facendo-lo –; tuttavia questi due elementi sono coerenti con le nostre impressioni. E’ solo un frammento di una possibile spiegazione.
La capacità di durare in bocca, di tornare, di rifarsi vivo oltre il facile lascito acido, di restare presente nel ricordo, sia recente – quello dei minuti successivi – che lontano nel tempo, sono forse gli atout che distinguono uno Champagne da un grande Champagne.
La confezione, che tanta parte ha nella genesi di questo vino sconvolgente, è altra cosa. Il lavoro di uncinetto padroneggiato da molte maison, nel segreto delle cantine, con una materia magra, talvolta tramortita, altre volte immensamente caratteriale, è un’opera nobile. E’ la testimonianza di un savoir faire acquisito nel tempo. E’ la dimostrazione che non si impara in un decennio ciò per cui serve un secolo, e che tecnica e tecnologia non suppliscono alla grandezza della natura, per quanto esausta possa essere. Ma il lavoro dell’uomo è il viatico che permette all’uva di farsi vino, niente di più. Per fare uno Champagne, il lavoro del manipulant è quasi sufficiente. Per fare un grande Champagne serve altro, che si trova solo nell’acino.
Sarebbe ridicolo – e irrispettoso – affidarsi a una singola verticale di cinque annate per confermare che l’Aube porti una materia meno nobile alle proprie cuvée di quanto faccia la Marne. E’ solo un magro indizio per rafforzare una tesi comunemente accettata. Alla maison Drappier, i cui vini non ci hanno mai conquistati, dobbiamo riconoscere il merito di un leale lavoro di cantina, capace di fidelizzare il cliente e di imporre uno stile riconoscibile. In una fase storica in cui la Champagne e lo Champagne corrono il rischio di perdere la bussola, non è neanche poco. Non è escluso che in questo c’entri la gestione familiare dell’azienda. Seguiremo volentieri le vicende del vino Drappier anche in futuro; interessante sarebbe una nuova, più completa degustazione – magari in condizioni ottimali, in azienda.

Côte de Blaye e Côte de Bourg

Blaye e Bourg sono due piccoli e deliziosi paesi ai confini tra la Charente e la Gironda. Queste località non sono le uniche a rendere particolare e affascinante l’atmosfera intimista di una regione fatta di colline e piccole valli raccolte intorno a deliziosi Château. Un tempo Blaye e Bourg erano celebri per i vini bianchi, anch’essi usati per la distillazione nella vicina Cognac. Ma la trasformazione del gusto e la crisi dei distillati invecchiati ha spostato l’interesse dei produttori verso i vini rossi. I vitigni principali sono il Merlot, tra il 40 e il 60% degli encepagement, e il Cabernet Sauvignon (tra il 25 e il 45%); resta deluso chi si aspetta invece una consistente presenza di Cabernet Franc, sulla scorta della buona diffusione a St Emilion, che non oltrepassa il 20%; il solito 5% di Malbec è presente quasi ovunque. Se la Côte du Bourg ha un territorio omogeneo e i vini si possono confrontare con facilità, Blaye, più estesa, presenta condizioni geologiche diverse che danno vita a vere e proprie sottozone.

 

Tra i vini migliori delle due denominazioni segnaliamo:
Château Tour de Guiet
Château Tour de Guiet elevé en fûts de chene
Roc de Cambes
Château Sociondo
Château Bujan
Château Brulesecaille
Château Lamothe
Château Sauman Cuvée Particulière
Château Tayac Prestige
Château Haut Macô
Château Haut-Macô Cuvée Jean Bernard

 

 

Côte de Blaye 2002

 

Château de Grand Barrail
Colore denso di buona concentrazione.
Naso di agrumi piuttosto interessante, buona presenza e anche varietà.
In bocca è più leggiadro che consistente, niente male la profondità; alla distanza la corrispondenza si fa più semplice.

 

Château Sociondo
Colore rubino di media intensità.
Naso in linea con una certa, matura, bordolesità che si ritrova nei vini periferici rispetto alle denominazioni più nobili.
In bocca è tenero, piacevole, non impegnativo; è il più autentico; la sua delicatezza non si smaglia e il finale mantiene una bella unità.

 

Château Lardière
Colore denso e vivo.
Naso di frutta bello, un po’ macerato, ci sono anche spezie, caffè e cioccolato.
In bocca è asciutto, discreto, vivo e, per ora, non complesso ma promettente.

 

Château de la Grave Nectar
Colore rubino di media intensità.
Naso speziato, sa di liquirizia e frutta matura, alla distanza si fa superficiale e pungente.
In bocca ha densità e un finale di buona presenza.
Peccato che il naso alla distanza molli producendo una sorta di scollatura con la parte del corpo.

 

Château Haut Canteloup
Colore granato pieno.
Naso monocorde nel quale prevalgono in modo eccessivo i sentori di ginepro e gli aspetti balsamici.
In bocca il vino rivela i limiti intuiti al naso, è quindi statico e sembra aver superato da tempo il suo momento migliore.

 

Château Les Bertrands
Colore rubino vivo.
Naso appena terroso, immediato, affascinante nella sua delicatezza.
In bocca tornano gli aspetti verdi un po’ stramaturi, propri della tipologia, lo sviluppo del sapore si sgrana e perde incisività e aderenza, lasciando un finale vuoto.

 

La Passion du Château Petit-Boyer
Colore granato intenso.
Naso chiuso e terroso, in un primo tempo può apparire sfuggente, col passare dei minuti regala alcune informazioni sulla sua maturazione in rovere nuovo.
In bocca è duro, acido, difficile, esprime una fibra non indifferente anche se per ora non appare disponibile a concedersi; l’azienda consiglia di aspettare ma altre versioni di questo vino hanno dimostrato di non aprirsi facilmente.

 

Château des Tourtes
Colore rubino concentrato.
Naso vivo, la forza del Cabernet si avverte sin troppo, tanta esuberanza rischia di schiacciare le sfumature che si intuiscono.
In bocca è deciso, il corpo però appare statico, muscolare ma poco coinvolgente.

 

 

Côte de Bourg 2000

 

 

Château Falfas
Colore concentrato, vivo anche se lucido.
Naso dolce, denso, un po’ di rovere, ben fatto.
In bocca è ben delineato ma piuttosto controllato e non proprio lungo.

 

Château Puy d’Amour
Colore caldo e appena maturo.
Al naso il rovere si avverte in modo eccessivo, esce anche una nota animale; col passare dei minuti diviene sfuggente.
In bocca si ripete lo stesso modulo sensazione e alla fine il vino si ferma.

 

Château Tour de Guiet
Colore bello e concentrato.
Naso dalla forte componente verde, non mancano la concentrazione e il carattere; erba e caffè ben dosati in un compendio pirazinico.
In bocca appare la bella vitalità, la sostanza non è particolarmente ricca ma la dinamica arriva in fondo.

 

Roc de Cambes
Colore molto denso.
Naso di rovere ma non solo, mineralità, frutta matura e caffè, castagne, sottobosco e spezie.
In bocca è teso, si avverte un’ottima proporzione tra la dimensione e la continuità del sapore; inevitabile il buon finale, anche se il rovere torna senza lasciare alternative; rimane l’incertezza sullo stile che a tratti sembra un po’ ruffiano.

 

Château Macay
Colore rubino vivo.
Naso giovanile, si avverte il sentore di funghi freschi; peccato che alla distanza l’espressione si semplifichi.
In bocca appare la buona corposità, la dinamica del sapore si esaurisce presto mentre il finale di liquirizia è lungo e molto piacevole.

 

Château Rousselle Prestige
Colore cupo.
Naso fresco e di buona concentrazione, la definizione di frutta e di erbe si apre senza acuti ma con purezza.
In bocca si avverte la bella densità, è in buona forma nonostante finisca in maniera un po’ semplice.

 

Château de la Grave Caractère
Colore denso.
Naso ben concentrato, peccato che il rovere finisca per frammentare l’effluvio e far perdere gran parte delle sfumature.
In bocca è inevitabile che asciughi, ma dopo aver mostrato un buon impatto il vino si afferma riportando nella corrispondenza un bell’afflato.

 

Château Bujan
Colore molto profondo, promettente.
Naso immediatamente contraddistinto dal rovere, ma capace anche di celare aspetti interessanti, tra i quali spiccano il sentore di ribes nero e quello di viola macerata.
In bocca si avverte una energica densità, i tannini sono belli e trascinano verso un finale intenso e coinvolgente; in un primo momento il rovere guadagna sul resto, nella prova a bottiglia aperta il vino si riappropria della sua unità.

 

Château Sauman
Colore granato intenso.
Naso palpitante, il rovere preme in modo forte ma non diviene aggressivo.
In bocca è lieve senza essere inconsistente, non emoziona pur essendo ben costruito.

 

Château Martinat
Colore rubino intenso.
Naso alcolico, pungente, la frutta macerata appare forte ma vera, seguita da un sentore di sangue.
In bocca ha una bella spontaneità, i tannini terrosi incidono e lasciano in eredità una pulizia salutare e ristoratrice.

 

Château Tour de Guiet elevé en fûts de chene
Colore rubino cupo.
Naso nel quale il rovere si mantiene marginale, lo spettro è pungente, serio, belle sia la dimensione sia la profondità; alla distanza esce netta la pirazina, bella e in maniera quasi estrema.
In bocca è autorevole, ficcante e porta con sé i profumi nella corrispondenza gusto olfattiva.

 

Château Brulesecaille
Colore rubino cupo.
Naso di amarena, caffè e vaniglia in un coacervo poco chiaro ma di buona densità.
In bocca esprime una apprezzabile cura dei dettagli, impatto, sviluppo e sensazioni finali uniti in un legame sottile e continuo.

 

Château Haut Macô
Colore rubino di buona intensità.
Naso di piccoli frutti rossi, acidi e piacevoli, in fondo esce un po’ di tè che asciuga la sensazione.
In bocca è lieve, acido più che tannico, nel fin di bocca torna il rovere.

 

 

Côte de Bourg 1998

 

Château Lamothe
Colore granato di buona intensità.
Naso di buona freschezza ma forse troppo semplice.
In bocca è asciutto, ben messa, sorprendente per lunghezza.

 

Château Sauman Cuvée Particulière
Colore di discreta intensità ma omogeneo.
Naso di frutta accennato, emergono terra e cuoio, poi caffè e una ricchezza speziata.
In bocca è elegante, sottile, ricercato.

 

Château Tour de Guiet
Colore granato intenso.
Naso di bella raffinatezza, a tratti quasi incomprensibile eppure profondo e stratificato.
In bocca è diritto, severo e selvaggio, ha una finezza puntuale nella corrispondenza gusto olfattiva.

 

Château Tayac Prestige
Colore bello, denso e vivo.
Naso di frutta dalla concentrazione misurata e progressiva.
In bocca è setoso, duro, lungo e non scontato.

 

Roc des Cambes
Colore rubino trasparente.
Naso flebile, impercettibile, la varietà è pero fine e continua al punto da trasformarsi in reale profondità.
In bocca esprime delicatezza, tensione, vera lunghezza e tannini finissimi.

 

Château Haut-Macô Cuvée Jean Bernard
Colore molto vivo e di bella densità.
Naso vitale, cangiante, la florealità è in primo piano, segue poi la nota del rovere che alla distanza lascia spazio ai primi accenni di goudron.
In bocca ha una gran forza, un franco confronto tra generosità alcolica e tannicità, solo un amaro da caffè toglie il respiro del finale.

 

Château Haut Macô
Colore granato consistente.
Naso di splendore bordolese che cresce alla distanza, la complessità è in una fase di indefinita evoluzione, un transito che conduce verso un piano nuovo nel quale si rinnovano le sottigliezze.
In bocca è serrato e asciutto, energico e muscolare, nulla però è sopra le righe, l’insieme è invece fine e gode di una gran persistenza.

La Dolce Vite - Vini dalla Campania

Giovedi 21 giugno 2001 ho guidato (al posto di Sandro Sangiorgi che si trovava fuori Roma) una degustazione sui vini della Campania. L'occasione mi è stata fornita dalla manifestazione "la Dolce Vite", che ha avuto luogo dal martedi 19 al venerdi 22 a Palazzo Rospigliosi a Roma.

Leggi tutto

Germano a Merano

Caro Sandro,

la mia visita a Merano è stata un’esperienza combattuta su molti fronti.
Cerco di fartene una sintesi.
Il mio parere su questa breve trasferta non può prescindere dalla spinta emotiva che lo ha generato.
Sono passati almeno quattro anni dal mio ultimo VinItaly. Al tempo lavoravo ancora in cantina e ci partecipavo andando in compagnia degli amici-colleghi. L’approccio è sempre stato piuttosto lucido, mirato (si bevevano prevalentemente i vini di produttori conosciuti per motivi di studio e di lavoro, o piuttosto incontrati nelle varie peregrinazioni “enogastronomiche”). A lungo andare però, la maratona VinItaliana mi ha stancato. Con il passare del tempo mi sono gradualmente mancate le sollecitazioni indispensabili a nutrire la mia Curiosità; e venendo meno questa, mi sono adagiato, seduto sulle mie conoscenze e su quello che fino ad allora erano state le mie esperienze. Sono così rimasto attaccato al vino in un modo stranamente affezionato. Un modo un po’ più pallido, molle. Quasi come se, passami il paragone, il vino fosse diventato solo un vecchio nobile amico. Uno da incontrare ogni tanto, per scambiare qualche affettuosa, aristocratica chiacchierata negli incontri di Slow Food (che sostenevo fino a tre anni fa) o roba del genere.
Poi, un giorno, mi sono buttato, e mi sono detto: “ma sì, è passato tanto tempo! Un bel corso di degustazione, che male vuoi che mi faccia?!”
E, infatti, di male non me ne ha fatto proprio!
Ha semplicemente demolito l’ottanta percento delle miei convinzioni sensoriali – condizionate e costruite sulla dottrina franciacortina che, data la mia formazione non enologica, ha rappresentato a lungo l’unica mia “guida illuminata” – spalancando le porte della mia sensorialità su di un nuovo orizzonte.
Ho riacquistato da subito curiosità e nuovo interesse. Le manifestazioni più importanti sono state scoprire che la sedimentazione delle precedenti esperienze non è una tua panzana narrativa, ma un tangibile dato di fatto; e che le degustazioni possono essere molto poco dottrina e molto più divertimento e ri-scoperta.
Da qui la voglia di tornare a divertirmi con lo sguardo, l’olfatto ed il palato.
Merano mi era stata raccontata come una manifestazione diversa da VinItaly. Più discreta, più elevata nel livello qualitativo dei vini, e più organizzata.
Io l’ho trovata straripante di gente, non l’avrei mai detto con un biglietto di entrata da 60 euro!! Poco organizzata; il biglietto che mi hanno venduto all’ufficio del turismo, appena fuori la Kurhaus, riportava la data di Domenica anziché quella di Sabato; così ho dovuto litigare, come molti altri visitatori, con il servizio d’ordine che ci consigliava di tornare il giorno dopo…
Peccato.
E i vini? Bè ora parliamo di loro.
E’ passata giusto una settimana da Merano, e queste sono le mie sensazioni.

 

I Bianchi

 

LisNeris – Gris 2003
bellissimo!
L’ho trovato netto nella sua riconoscibilità di Pinot Grigio. Mi ha convinto il naso di agrume (leggero), ma anche di pera e di frutto esotico (ananas?). Mi è sembrato di vederle le pietre del terreno in cui crescono le viti, nella bella mineralità seguita da una sapidità misurata, di media lunghezza. Forse fin troppo deciso nello svelarsi senza condizioni.
Decisamente più banale il Lis 2003 (PinotGrigio/Chardonnay/Sauvignon).

 

Borgo S.Daniele – Pinot Grigio 2004
delicato.
Meno netto nel suo connotato di purezza rispetto al Gris. Al naso è più morbido, probabilmente più pieno, più complesso. Meno carico nei toni di giallo paglierino rispetto al primo, più netta la presenza di riflessi verdi all’unghia. In bocca lascia una gradevole sensazione di “asciutto”, con una buona persistenza.

 

Laimburg – Oyèll 2004
austero.
Un Sauvignon pulito, caratteristico nei suoi tipici sentori olfattivi ma arricchito da una complessità aromatica che lo completa definendone la personalità in modo deciso. In bocca c’è equilibrio tra la componente acida rispetto allo spessore che si percepisce medio-alto. La complessità dei sapori si sviluppa con gradualità. Buona la persistenza e il ritorno retronasale.

 

Cantina Terlano – Sauvignon Quarz 2003
internazionale.
Aromatico ma non del tutto pulito, meno complesso e più morbido di Oyèll. Trasmette una sensazione più sofisticata ma non del tutto decifrabile. Insomma un vino ben fatto, che può piacere a tutti ma che non ha lasciato alcun segno.

 

Abbazia S.Anastasia – Bacante 2004
piacevole sorpresa.
Mi è piaciuta la sensazione olfattiva che riconduce allo Chardonnay, ma con una virata più acuta, più verde. Ho trovato che in bocca la sensazione di vino del sud - ricco, caldo, corposo - è piacevolmente rinfrescata da toni che mi fanno pensare a climi più freschi, meno torridi di quanto immagino possa essere la Sicilia. Più scontato il loro Sinestesìa 2004.

 

Marotti Campi – Luzano 2004
incompreso.
Mi aspettavo qualcosa di più in termini di espressione aromatica e di consistenza al gusto. Il vino mi è sembrato come… svanito. La mia sensazione è probabilmente influenzata dal ricordo ancora vivo del tuo Villa Bucci, e in parte mi è stata confermata dal produttore che ne attribuisce la colpa ad un viaggio lungo che lo ha mosso più del dovuto. Nulla da segnalare per suo fratello, il Salmarano 2003. Non ho capito se è talmente fine da non essere io in grado di apprezzarlo, o se anche lui è così scosso da non essersi ancora ripreso.

 

Arunda Vivaldi - Arunda Vivaldi Brut/ExtraBrut - Cuvèe Marianna - Arunda Riserva '98
troppi tutti insieme.
Questa degustazione è stata violentata dalla pressione della gente. Un via vai continuo di bicchieri. Impossibile scambiare anche una sola parola con chi stava al di là del tavolo (a parte il fatto che si ostinava a parlare in tedesco piuttosto che in italiano). Credo ci fosse qualcosa di buono. Ero curioso di "sentire" questo Blauburgunder. Io amo gli spumanti e odio la folla!

 

Falesco - Ferentano 2003
mi piace.
Comincio a pagare un po' di stanchezza e i miei appunti annotano solo: Gusto; medio acido, un po’ acerbo, discretamente persistente. Olfatto; tipico....ma come?! Io non so nemmeno come è fatto il Roscetto!!! E sono capace di scrivere, tipico?!? Eppure; proprio per questo “tipico” io me lo ricordo ancora. Fruttato, tra l’agrume e la mela, con qualche sentore di salvia o altra erba officinale. Me lo immagino come un atleta snello, agile ma costretto a seguire un percorso più rettilineo di quello cha la sua indole lo porterebbe a fare. Il tutto sufficientemente gradevole. Lo trovo alternativo.

 

Su una linea “internazionale” mi sono sembrati i prodotti di:
Marcell Deiss con l'Alsace - Engelgarten - Burg. Presentati da due commerciali che ne sapevano molto poco se non che “il produttore di solito non vinifica mai in purezza ma assembla fino a 15 vitigni diversi per farne un solo vino…” Io non ho capito cosa mi hanno dato da bere.

E così se ne è andata la prima metà (abbondante) della giornata, e la prima delle due baguette che mi sono comprato prima di entrare.

 

I Rossi

 

Montevertine - Le Pergole Torte 2001
Finito!
Sono le 16,30 e mi dicono che il vino è finito!
Anzi; che non lo servono più per tenerne per i prossimi giorni??? Ma, i miei 60 euro di biglietto? I miei euro pagati in contanti, sull'unghia ad ogni bottiglia acquistata? I miei 257 chilometri all'andata e 257 al ritorno? L'orario di chiusura è alle 19,00! E alle quattro e mezza del pomeriggio il vino non si serve più?!? Mi sento offeso.

 

Fontodi - Flaccianello della Pieve 2003
Finito!
Ore 17,00. Ti risparmio la tiritera di prima.

 

Mi faccio servire in sequenza:
Chianti Classico Ris. Vigna del Sorbo 2001 e Chianti Classico Fontodi 2003.
Conservo solo questi appunti. Per il primo: Olfatto (?); Gusto; fresco, tannico, allappante. Per il secondo: Olfatto (?); Gusto; meno fresco, non lungo, medio persistente, ancora acerbo. Me ne vado. Sono troppo incazzato!

 

Felsina - Chianti Classico Berardenga 2003
torno con i piedi per terra.
Non è male, ma lo trovo troppo carico di note animali, calde. Mi sembra che porti male i suoi pochi anni. Ha un carattere astringente troppo marcato e mi sembra un po' corto; scivola via.

 

Il Chianti Classico Rancia Riserva 2001
mi riappacifica.
Sarà per l'incrocio di sguardi con la bellissima ragazza francese che sta al mio fianco il tempo necessario per condividerne gli effluvi, o per il suo tono caratteristico che mi ricorda il Monsanto bevuto in degustazione? A parte le inevitabili distrazioni il vino è riconoscibile, dettagliato nel suo comportamento diligente.

 

Il meglio però arriva con Fontalloro 2001
Ho un solo appunto scritto. Recita: Generoso! Me lo ricordo pieno, più carico di spezie, più muscoloso dei primi due. Si concede con maggiore teatralità, anche se è maggiormente equilibrato con un tannino che definirei malleabile.
In fondo li trovo tutti abbastanza buoni, anche se la freschezza e giovialità dei chianti bevuti in degustazione con te non la ritrovo caratteristica di spicco in nessuno dei Sangiovese bevuti qui.

 

I Giusti e Zanza - Dulcamara 2001
bella sorpresa!
Non c'è quasi più nessuno e me lo gusto in santa pace. Olfatto: bello, complesso con toni sia di bacca rossa che di frutta rossa. Lineare, i profumi non sono confusi. Li distinguo con qualche difficoltà perchè sono stanco, ma ne avverto una maggiore pulizia rispetto ai vini toscani appena lasciati. Ha una maggiore semplicità espressiva conservando dignità e compostezza. Gusto: morbido, lungo, ritorna con una buona persistenza. Il tannino è bilanciato, in equilibrio tra genio e sregolatezza.
Mi piace. Mi piace anche il produttore con cui scambio volentieri qualche parola. E' cordiale. Appassionato. Gli dico che mi hai mandato tu. Ne è lusingato. Ti saluta, e mi confida che ha così soggezione di te che non ti manda i vini da assaggiare perchè teme di fare brutta figura. Mi fa giurare che non te lo dirò. Mi guarda un attimo, già sa che la mia è una promessa da marinaio. Ti aspetta, vallo a trovare.

 

E' tardi e mi prendo una boccata d'aria.
Esco dalla Kurhaus e mi infilo nel padiglione laterale dove stanno i Produttori selezionati da Vini Buoni d'Italia. C'è anche il mio amico Pietro, e un sacco di altre brave persone. Tutte ordinate dietro ai loro banchetti bianchi con un sacco di bottiglie sopra. E NON C'E NESSUNO!! Intuisco di avere fatto uno sbaglio madornale ad essermi dedicato solo ai grandi (?). Mi ci voleva davvero un giorno in più.
Scambio qualche parola con Pietro e con la sig.ra Raffaella Trabucchi (simpaticissima) sua vicina di banco. Bevo il Valpolicella 2003 di Pietro, assaggio il Recioto di Soave della sig.ra Trabucchi... Che buooono!

 

Alla spicciolata se ne vanno tutti. Io e Pietro restiamo, diciamo così, chiusi dentro con una distesa di bottiglie aperte sui tavoli. Lui le ha assaggiate quasi tutte nell'arco del pomeriggio.
Io e lui ci guardiamo. Basta un attimo! Io apro la borsa e Pietro ci infila due bottiglie ritappate al volo prima che le inservineti ne svuotino il contenuto nel lavandino dei bagni!! ORRORE! Una è di Barbera (diavolo se mi ricordo quale) e l'altra di Barolo DOCG Vigna Rionda 2001 di Luigi Pira. Usciamo e facciamo finta di niente.
Restiamo fuori dalla Kurhaus, Io, Pietro e sua moglie Luisa. Sono quasi le otto. Abbiamo fame e siamo stanchi. All'angolo c'è una specie di bistrò altoatesino. Il menù espone prezzi accettabili. Entriamo. I divanetti sono comodi, non c'è quasi nessuno e c'è silenzio.
Ordino una bistecca di maiale ai ferri con contorno di insalata e patatine fritte. Pietro prende del fegato di vitello con insalata e patatine Luisa i canederli al burro.
E da bere?
Alla domanda del cameriere Luisa sbianca dalla vergogna. Io tiro fuori dalla bisaccia tutte e due le bottiglie e le metto sul tavolo, e Pietro, che se la ride sotto i baffi, tira fuori i due bicchieri da degustazione che ci siamo tenuti (tanto lui li riusa il giorno dopo). Il cameriere non fa una piega. Luisa ordina dell'acqua... a bassa voce.
La Barbera è buona perchè me lo racconta Pietro che se la tiene per sé – Lui ha la passione per la Barbera – ma io; io mi perdo nel Barolo!
E buonissimo.
Lo definisco "nostrano", a quest'ora della sera mi sembra che sappia di nocciola, di altra frutta secca e anche un pò di liquirizia. Qualche minuto nel bicchiere e c'è del cuoio, dei toni animali che si amalgamano al resto. La complessità è leggibile perchè si delinea in forme semplici. Morbide linee semplici. Il gusto è ricco, lungo, caldo. La lingua è avvolta da una sensazione calda di alcool e di velluto. Che bello.
Leggo l'etichetta. E' fatto a Serraluga d'Alba. Mi vieni in mente tu mentre ci fai "lezione".

Grazie Sandro.

Divini Profumi 2004

Nelle righe che seguono troverete le schede di alcuni dei 59 vini in degustazione a "DiVini Profumi 2004". Abbiamo scelto di includere solo quelli che ci hanno maggiormente interessato, o nel caso dei Barco Reale - decisamente sottotono rispetto ai "fratelli maggiori" - quelli che ci sono parsi più all'altezza della situazione. 

Leggi tutto

Riviste

Libri