logo porthos

Indipendenti da sempre,
ci occupiamo di vino, cibo e cultura

Il tuo carrello è vuoto

ico fbico twico isico gplusico ytico yt

Archivio

Degustazioni di Autunno

Schede dettagliate e di notevole interesse: alcuni assaggi di Luca Iorio.

Rosso di Villa 2001 (Merlot 100%) – Ornella Molon

Rubino cupo e impenetrabile, con riflessi granato.
Naso non particolarmente complesso e leggermente etereo, ma intenso e dinamico: si riconoscono inizialmente piccoli frutti rossi maturi, in particolare la ciliegia, poi col passare dei minuti emerge un'affascinante nota di liquirizia che rilancia lo sviluppo dei profumi.
Nella prova a bottiglia aperta la liquirizia guida la dinamica olfattiva ed è modulata dai sentori di frutta rossa che, nel momento stesso in cui perdono il centro della scena, sembrano acquisire un carattere distintivo.
In bocca la materia è ricca e densa, ma non cerca la complicità del calore né tantomeno del rovere. La trama morbida trova piuttosto uno slancio vitale nel contrasto con i tannini fitti, e lo sviluppo teso e vibrante è sostenuto da una sensazione di liquirizia che richiama piacevolmente il naso.
Finale di buona persistenza, con una lieve nota amaricante che non disturba.
+ E' un merlot pieno di contraddizioni e di piccole irregolarità, ma proprio grazie ad esse sfugge agli schemi e sa emozionare.
- Manca un po' di tensione acida che gli garantirebbe maggiore freschezza oggi e un'ulteriore evoluzione nel tempo.


Chianti Classico 2004 – Castell’In Villa
Rubino trasparente.
Naso ampio e profondo. Il primo impatto è con la carnosità del frutto, poi i profumi floreali di viola si fondono con note di funghi e terra bagnata.
In bocca la tensione gustativa sale rapidamente, sostenuta da una sapidità marcata che raggiunge in breve tempo il centro della lingua.
La corrispondenza con il naso è notevole, ma mentre il tratto degli aromi è maturo, rotondo, quello dei sapori è aspro e pungente: la vena acida non riesce a dare verticalità allo sviluppo, a dispetto della profondità della trama fruttata e della rotondità dei tannini. Finale fresco e minerale, di media lunghezza.
+ E' sottile ed elegante, non riesce a dominare la componente acida, ma in ogni caso dimostra che il volume e la concentrazione non sono sempre necessari per mettere in risalto la croccantezza del frutto.


Rosso Conero 2005 – Moroder
Rubino opaco.
Naso poco pulito, vinoso: gli aromi di piccoli frutti rossi, corbezzolo e mirtillo, e una nota spiccata di chiodo di garofano sono accompagnati da sentori fermentativi.
In bocca la materia è abbondante ma mal distribuita: i tannini stridenti e soprattutto la flebile spina acida, coperta dall’alcool e dagli estratti, appiattiscono la dinamica gustativa, privandola di energia e tensione. Ne risulta un vino statico, privo dello slancio necessario e di una salinità apprezzabile.
Il finale è abbastanza lungo, contraddistinto dai toni del chiodo di garofano, ma anche qui manca quella dimensione ulteriore che permetterebbe al frutto di esprimersi in maniera più completa.


Lagrein Riserva Taber 2002 – Cantina Produttori Santa Maddalena
Rubino cupo e omogeneo con riflesso granato.
Il naso è complesso e sfaccettato. In un primo momento prevale la ciliegia matura, che progressivamente si intreccia con note speziate di cannella e zenzero fitte e tese, per virare infine su una sfumatura varietale di sangue che pare riempire con grazia e compostezza i tasselli olfattivi lasciati liberi dal frutto. Gli unici 'buchi' nel mosaico sono lasciati dalle note torrefatte e legnose, che non riescono a trovare una collocazione adeguata al fianco degli altri elementi, restando così slegate.
In bocca si ritrovano nel bene ma più ancora nel male i tratti distintivi evidenziati al naso: entra lieve e suadente, poi una mineralità marcata sembra innalzare la tensione, ma i tannini ruvidi la comprimono bruscamente e la spina acida non riesce a dare nuovo slancio alla dinamica gustativa, che quindi si esaurisce molto presto.
Il finale è piuttosto contratto e non particolarmente lungo.
- È un vino gozzaniano: fa intravedere quello che potrebbe dare un vitigno eclettico in un terroir ancor meno banale, sembra tracciare la via per una nuova declinazione di lagrein che non si accontenti né della rotondità del frutto né di una speziatura inconsueta, ma purtroppo lascia solo “le rose che non colse”.


Sylvaner 2005 – Kuenhof Peter Pliger
Colore paglierino chiaro, non particolarmente vivo.
Naso intenso ma piuttosto rigido: ai profumi floreali di ginestra e camomilla segue una nota iodata che però non riesce a vivacizzare un quadro generale abbastanza statico.
In bocca entra morbido per poi scuotersi d'un tratto dal torpore, con la vena minerale che pare trascinare tutto ciò che è indefinito e sospeso in superficie verso il centro della lingua. A quel punto ci si aspetterebbe però un ulteriore sussulto, una reazione nella quale i ritorni odorosi accompagnino il residuo di sapidità: la dinamica invece si esaurisce qui e il vino chiude stanco e poco profondo, con una leggera nota alcolica in evidenza.
- È simile ad un atleta ha curato la preparazione nei minimi dettagli e si è allenato con continuità lasciando presagire una grande prestazione, ma poi fallisce proprio nel momento della verità, quando da lui ci si aspetterebbe qualcosa in più: il pubblico che lo ha atteso fino all'ultimo non può esimersi dall'avanzare dei dubbi sulla sua personalità.


Rosso di Montalcino 2005 – Le Macioche
Granato-rubino vivo e poco intenso.
Il naso è chiuso e contrastato. L'effluvio è abbastanza atipico, dominato da un'intensa nota di cuoio che però soffoca, invece di accentuare, la varietà odorosa. Gli aromi fruttati restano distanti, sembrano scorrere in lontananza su un piano parallelo a quello in cui si muove il cuoio, senza mai incrociarlo.
In bocca è agile e sottile, ma fatica a distendersi, non ha l'energia sufficiente per dare il via ad una progressione continua e vibrante, e l'assenza di palpiti emotivi non è imputabile né all'acidità ben distribuita né ai tannini fitti ma ben integrati, che anzi contribuiscono ad una tattilità aggraziata e non invasiva. Lo sviluppo è incerto e poco fluido, incapace di dare forma e volume alla sapidità latente.
Il finale è tutto sommato di discreta lunghezza e di buona persistenza, ma è comunque una chiusura di inerzia, naturale parabola conclusiva di una dinamica priva di slanci.
- Si distingue per equilibrio e naturalezza espressiva: non vuole gridare per affermarsi, si presenta aristocratico ed elegante, non ha fretta di rivelarsi, però quando è chiamato in causa risulta più reticente che austero.


Sassicaia 2005 – Tenuta San Guido
Rubino limpido e omogeneo, di media concentrazione.
Il naso è investito da un’ondata di piccoli frutti rossi frastagliata e vibrante. Poi si avverte come un vuoto nello sviluppo olfattivo, ma dopo un istante la piena odorosa riprende ancor più vigorosa, con una nota balsamica lunghissima e avvolgente che pervade il frutto e raggiunge una tensione che sembra non voler calare mai.
In bocca l’ingresso è lieve e sottile, ma l’energia percepita al naso qui è ancora più forte, e la progressione è inarrestabile, con i tannini finissimi che sono come piccoli scogli smussati che frantumano in piccoli rivoli una marea che diventa ancor più veemente nel momento in cui i suoi flutti si ricongiungono. La tensione gustativa è sostenuta in maniera impeccabile da un’acidità che non prende mai il sopravvento e anzi fa da spalla a una mineralità austera.
Solo il finale è leggermente deludente, con i ritorni di talco ed eucalipto che sembrano disunirsi e non tenere il passo della dinamica impetuosa.
+ Non è solo un grande vino, ma è un grande vino che si concede senza sussiego, e la sua prontezza in ‘tenera’ età non è giocata sulla concentrazione, bensì sulle finezza e sull’eleganza. Molti vini importanti oggi aspirano disperatamente ad essere pugno di ferro in guanto di velluto, frastornando più che colpendo l'immaginazione del consumatore: questo vino dimostra che il guanto di velluto è stato concepito per vestire una mano sottile e aggraziata. Il tempo dirà se l’evoluzione potrà renderlo ancora più grande, ma rispetto alle annate 2001 e 2004 degustate di recente è, almeno al momento, sicuramente più espressivo.


Don Giovanni 2004 Montepulciano d'Abruzzo – Fattoria Buccicatino
Rubino limpido e fitto, ma non impenetrabile.
Naso intenso ma contratto. Non indulge sui piccoli frutti rossi sotto spirito, lascia spazio a note di china e pepe, ma al contatto con l'aria una tonalità estranea di carne secca irrigidisce l'effluvio, che chiude su stanchi toni affumicati.
La bocca è densa e serrata, si intuisce una materia esuberante che però si concede solo a strappi; mancano grassezza e sapidità a dare continuità alla spinta, e la discreta spalla acida non riesce a contrastare l'avanzata dei tannini ruvidi.
Il finale è abbastanza lungo ma poco profondo, impoverito da un rovere che in un altro contesto non sarebbe inappropriato, ma qui evidenzia le smagliature della trama e impedisce di cogliere i ritorni odorosi.


Champagne Pierre Gobillard Premier Cru
Paglierino vivo con riflessi verdognoli.
Il naso non è particolarmente intenso, ma si intuisce subito una cifra stilistica contenuta, che non si preoccupa dell’orizzonte limitato, ma anzi si compiace di tale consapevolezza.
I freschi ed aerei effluvi floreali scivolano a fianco dei voluminosi sentori di crosta di pane, in un labile equilibrio che pare doversi spezzare da un momento all’altro, ma alla fine è mantenuto proprio grazie alla misura e alla sottigliezza delle vibrazioni.
Anche in bocca si mantiene fedele al registro preannunciato al naso: procede a fari spenti, è fresco e godibile. Chiusura non particolarmente ampia ma composta, disturbato soltanto da una lieve nota metallica.
- Lineare e ben confezionato, non ambisce a scie minerali o stratificazioni complesse che non potrebbe permettersi. Questo registro sobrio, quasi dimesso, verrebbe da definirlo da ‘petit champagne’, potrebbe costituire il suo punto di forza se solo fosse corredato da una veracità espressiva e da una spontaneità che invece non si ravvisano in nessuna fase dello sviluppo.


Riesling 2006 - Castel Juval / Unterortl
Colore dorato intenso.
Naso irruente ed affilato, colpisce in particolare il piacevole contrasto tra la pietra focaia e i profumi di frutti a polpa gialla. A contatto con l’aria si dissolve però parte dell’armonia iniziale, e l’effluvio vira su toni affumicati, quasi decadenti.
In bocca entra deciso, ha uno scatto prorompente che gli fa raggiungere il centro della lingua molto rapidamente, ma arrivato qui scivola via senza lasciare il segno, la tensione è impalpabile, manca quella sensazione tattile che gli potrebbe dare profondità.
Il finale è abbastanza lungo, ma i ritorni odorosi di frutta gialla matura, in assenza di una traccia minerale che li supporti, ne evidenziano ulteriormente l’architettura precaria.
- E’ un vino sicuramente ben fatto per nasi e palati che si accontentino dell’intensità e del volume, ma resterà deluso chi vi ricercasse l’austerità del vitigno o la caratterizzazione del terroir.


Pietrone 2003 (Verdicchio 100%) - Vallerosa Bonci
Colore paglierino carico con note dorate.
Naso inizialmente chiuso; quando si concede affianca al miele e alla frutta candita una sfumatura di frutta esotica che non riesce però a farlo deragliare dai binari un po' rigidi dei toni maturi.
La bocca è densa e decisa, con la struttura robusta e l'acidità viva che veicolano la componente morbida verso una sensazione appagante di nocciola tostata. È nel finale però che paga il suo tributo alla surmaturazione: il contrasto tra il retrogusto amarognolo e la nota dolciastra che gradualmente avanza e prende il sopravvento sottolinea in maniera evidente il divario tra la maturazione tecnologica e quella fenolica, difficilmente imputabile soltanto all'annata eccezionalmente calda.
- La malcelata dolcezza di fondo che contraddistingue molti verdicchi dell'ultima generazione non risparmia purtroppo neanche alcuni di quelli che avrebbero tutte le carte in regola per esaltare invece la tipicità varietale del vitigno, e questo vino ne è un'ulteriore dimostrazione, qualora ve ne fosse bisogno: chi lo avesse acquistato per abbinarlo ad una spigola dell'Adriatico dovrà attendere i cantucci, per il resto è un ottimo vino...


Grigiano 2004 (Montepulciano 100%) – Malacari
Rubino vivo e limpido.
Naso ampio e complesso. Il primo effluvio è dato dai profumi varietali della marasca matura, ma ben presto si intuisce che la dinamica olfattiva è solo all’inizio di un cammino ben più lungo e articolato, non ha alcuna intenzione di fermarsi ad una piacevolezza di maniera. Il frutto è subito avvolto da note di caffè e tabacco che sembrano richiudersi su di esso, ma nel finale è ancora la ciliegia ad avere l’ultima parola, riemergendo con un tratto più affilato e pungente, seppur un po’ meno pulito, rispetto a quello iniziale.
In bocca entra deciso e slanciato; anche qui il primo impatto è con la densità del frutto, ma quello che stupisce è la freschezza data da una vena acida vitale che sostiene uno sviluppo serrato e sapido, nonostante l’impatto non trascurabile dei tannini ancora ruvidi.
Finale molto lungo e profondo, giocato sui ritorni balsamici che prolungano la sensazione di freschezza prima di lasciare il campo alla carnosità del frutto.
+ La tendenza dominante, in particolare negli ultimi anni, per il montepulciano è quella di affidarsi prevalentemente alla potenza e alla concentrazione del frutto, cercando eventualmente di ravvivarla o ingentilirla con speziature e tostature di vario genere e qualità. Questa bottiglia ha il coraggio di invertire le parti: qui assurgono a protagoniste l’eleganza e la raffinatezza, e la frutta rossa è relegata ad un ruolo di contorno che peraltro svolge egregiamente, evitando il persistere di speziature ingombranti e smorzando sul nascere l’incedere delle note tostate o vanigliate.


Rosi Albus 2007 (Bianchello 100%) – Rondello Vini
Paglierino scarico.
Naso lineare ma poco intenso. I profumi sono lievi, appena accennati: mancano l’ampiezza e la forza espressiva per dare una forma più nitida alle sfumature di tiglio. In questo contesto esile ed etereo lo sviluppo è però costante, privo di ‘vuoti’, e anche la nota alcolica è ben contenuta nonostante la fragilità dell’impianto.
Anche in bocca l’ingresso è lieve e sottile: la struttura scarna non consente slanci espressivi, ma l’equilibrio che si viene a creare tra la vena acida e la scia sapida che lascia sulla lingua lo fa distendere con una certa compostezza, senza particolari stridori o asprezze.
Il finale è corto ma pulito, con i ritorni floreali che hanno la meglio sull’alcol.
+ Mario Soldati usava distinguere i vini in ‘grandi vini’ e ‘piccoli vini’, sottolineando che in determinati contesti o per certe caratteristiche i secondi potevano essere benissimo preferiti ai primi. Il bianchello è e deve essere un ‘piccolo vino’: partendo da questa premessa, resa necessaria dalla struttura modesta e dal potenziale aromatico esiguo del vitigno, non si può non apprezzare la coerenza intrinseca di questo vino, che non ricerca nella morbidezza o nel calore quello che non può offrire in termini di corpo o mineralità. Ne risulta un vino da pasto asciutto, essenziale, che sicuramente non lascia alcun segno nella memoria dei sensi, ma si presta ad interessanti abbinamenti con grigliate di pesce azzurro o sogliole. Per pesci più impegnativi meglio scegliere un altro vino, non un bianchello più aromatico…


Kurni 2004 (Montepulciano 100%) – Oasi degli Angeli
Rubino cupo con riflessi granato.
Il naso è inizialmente ampio e profondo, ma il sentore diffuso di amarene sotto spirito non lascia scampo alle note speziate di china e rabarbaro che cercano invano di movimentare un quadro olfattivo nel complesso più caricaturale che maturo.
In bocca la trama è fitta e serrata, l’acidità ben controllata e i tannini mai invadenti, ma nonostante ciò lo sviluppo rimane invischiato nell’eccesso di concentrazione e di calore, e anche il finale si esaurisce su ritorni alcolici e surmaturi.
- Le striature polverose di grafite e china, l’acidità che si dispone quasi servile di fronte all’imponenza della struttura, i tannini fini e levigati rimandano ai fasti di gesta eroiche, e preparano il terreno per una nuova impresa.
Questa volta però il rampollo non riesce a raggiungere il campo di battaglia: la linfa vitale che lo ha sospinto in un passato neanche troppo lontano verso nobili imprese si smarrisce molto prima, tra le lande impersonali di una marmellata alcolica nella quale anche i sudditi più devoti faticano a riconoscere l’aura regale del tempo che fu.


Riesling Kaiton 2006 – Kuenhof Peter Pliger
Colore giallo paglierino vivo e intenso.
Naso ampio e minerale. Le fitte note di idrocarburi conferiscono spessore e profondità al turbinio dei profumi floreali, tiglio e gelsomino su tutti, per poi virare su una sfumatura iodata che cesella gli ultimi particolari di un profilo stratificato ed elegante.
In bocca entra deciso e nervoso; la vena minerale guida uno sviluppo saldo e teso che l’acidità contribuisce a rendere agile e affilato, mantenendo viva e dinamica l’armonia tra le parti. In prossimità del finale sembra però accusare un improvviso cedimento: per qualche battuta non è più attraversato dal consueto fremito, la sua anima irrequieta e scalpitante sembra stanca, affaticata. È solo un istante, poi la sapidità prende in mano la situazione, serra i ranghi e lo conduce lentamente verso un finale lungo e vibrante nel quale i nitidi ritorni salmastri si stagliano sulla raffinatezza dell’ordito.
+ Resta un cavallo di razza, e in quanto tale da lui ci si aspettano sempre grandi cose, non gli si perdona il minimo passaggio a vuoto. Invece, come tutti gli essere vivi e mutevoli, ha le sue battute d’arresto, i suoi cali di tensione, non può essere sempre ai vertici, ma lo stile autorevole e la consapevolezza dei propri mezzi gli consentono di restare composto e di superare con naturalezza anche i momenti difficili.


Chablis Grand Cru Chateau Grenouille 2002 – La Chablisienne
Colore giallo dorato carico.
Il naso appare subito un po’ evoluto, e i toni quasi ossidativi limitano drasticamente lo spettro olfattivo, che si riduce a note marcate di miele di acacia e frutta secca.
All’ingresso in bocca sembra più rilassato, l’acidità fa sì che la trama grassa e densa si distenda per qualche istante, lasciando percepire in lontananza il richiamo della vena minerale. Non ci sono però la freschezza e la componente verde a raccogliere tale invito, bensì il rovere che ne sancisce definitivamente lo stato di affaticamento.
Anche nel finale non allunga, sembra scarico, privo della sua energia vitale, e chiude su una nota di mandorla che risulta più confortante che espressiva.
- Non si può dire se questa fase preluda a un’ulteriore evoluzione, che nel caso di uno Chablis non si può mai escludere a priori. In questo momento dà l’impressione di aver già vissuto i suoi giorni migliori, il carattere vegetale del vino è sopito dall’opulenza e l’eco lontana della mineralità non basta a ridestarlo da una decadenza che appare difficilmente reversibile.


Corton-Charlemagne Grand Cru 2002 - Bonneau du Martray
Colore paglierino scarico.
Il naso è cristallino, affilato, con stratificazioni minerali di gesso e pietra focaia che si articolano su uno sfondo di agrumi prima di virare su note iodate.
Anche in bocca si mantiene leggero e puntuale, non perde la compostezza e la tensione gustativa conduce con fermezza ad un tratto salino persistente. Il rovere è confinato a un ruolo di supervisore, e quando interviene non interferisce con le altre componenti, sembra anzi rinsaldarne il legame.
Solo nel finale l’acidità sembra correre avanti ai rimandi minerali e salmastri.
+ Non cerca e non deve dare dimostrazioni di potenza, punta tutto sulla grazia minerale, sul contrasto sfumato tra i risvolti più aspri e indomiti e l’architettura generale salda e rassicurante, che accoglie le varie dinamiche senza mai snaturarle. Non perde mai il controllo, e, quel che è più importante, per ottenere questo risultato non accetta compromessi, non rinuncia all’eleganza e alla naturalezza espressiva.


Puligny-Montrachet 1er cru Les Combettes 2002 – Maroslavac Leger
Colore paglierino vivo.
Il naso in principio è piuttosto chiuso, ma a contatto con l’aria inizia a schiudere sentori verdi di erba e clorofilla che progressivamente sfumano su note speziate di cannella.
In bocca è esile e sottile, presenta prima il suo aspetto più vegetale, aspro, quasi citrino, ravvivato da un’acidità che in questo contesto acerbo, quasi giovanile, innesta gradualmente ma con decisione, senza alcuna mollezza, la spina dorsale fornita da una sapidità matura e incisiva.
Il finale è lungo e profondo, con la scia minerale che si sviluppa anche in verticale.
+ È un vino che coniuga in maniera mirabile essenzialità e concretezza: non si perde in fronzoli o , è anzi restio a concedersi, ma appena riesce a liberare la propria carica espressiva lo fa in maniera lineare e spontanea, senza ripensamenti.


Bienvenues-Batard-Montrachet Grand Cru 2002 – Louis Latour
Colore paglierino intenso con riflessi dorati.
Naso chiuso e piuttosto rigido. Con il passare dei minuti emergono sentori agrumati, in particolare di cedro, intrecciati con una nota molto particolare di caramella al mou che non irrigidisce il quadro olfattivo.
In bocca l’acidità sostiene con fermezza la vena minerale nella sua parabola espressiva fino al centro della lingua; poi però improvvisamente si defila, appiattendo la dinamica e impedendo allo spunto salino di tradursi in tattilità.
Il finale risulta quindi semplice e vinoso, con le componenti slegate tra di loro.
- Si intuisce il potenziale fuori dal comune, ma resta il dubbio che tanto talento non sia stato sfruttato nel modo migliore, o meglio convogliato nella giusta direzione. Potrebbe essere una questione di tempo, ma l’impressione è che una parte della coralità espressiva e dell’armonia complessiva sia stata irrimediabilmente perduta.

Riviste

Libri