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Grands Cru di Bordeaux 2003: appunti di degustazione

Il tradizionale incontro milanese con l’Ugcb non offriva neppure quest’anno le condizioni per una degustazione tecnica.

articoloappunti di degustazionedossier meteo

E’ un peccato. La mattinata riservata alla stampa nelle scorse edizioni non è stata riproposta. Avendo a disposizione un banco d’assaggio palese, aperto ai numerosi operatori come nelle fiere di settore, ho deciso di dedicarmi a pochi vini. Tra l’ottantina di châteaux presenti, ho prediletto alcuni nomi famosi e altri per curiosità personale. Data la rapidità dell’assaggio e la confusione in cui si è svolto, per rispetto dei produttori il commento può avere solo un valore sommario.
Un discorso diverso si può fare per il giudizio sul millesimo, grazie alla somma di informazioni organolettiche dei singoli vini: impressioni che convergono e sono coerenti tra loro. Sia subito chiaro che, per quanto sentito, il 2003 non mi sembra una grande annata. Stiamo parlando di vini di due anni di vita, mentre la tipologia richiede un lungo affinamento prima di dare il meglio di sé. E’ vero però che queste bottiglie sono già o saranno sul mercato nei prossimi mesi, e ammesso che sia opportuno farsi un’opinione oggi, devo dissentire con Maroteau e con altri critici sulla bontà del millesimo.
Il 2003 tra i vini dell’Ugcb non mi sembra al riparo dai limiti di tanti coetanei. Molti produttori spergiurano di non aver riacidificato i mosti, ma ci concediamo qualche dubbio, dato che in quel millesimo la correzione fu necessaria persino in Champagne e in Germania. “A microfoni spenti” un titolare aziendale ridimensiona l’entusiasmo del presidente, e ammette che in alcuni casi «non è stato così facile evitare il “pastone”». Non è dato sapere se parli di sé o maligni di altri.
Uno dei problemi salienti dei vini degustati è tenere unita la sensazione: l’alcol spesso brucia in bocca, si avverte isolatamente e sfugge dal calice durante l’esame olfattivo, l’acidità si scolla dal resto del sapore, i tannini mostrano qualche carenza di finezza, senza giovarsi di una sana e scabra energia. I Bordeaux 2003 non sembrano dunque dei modelli di eleganza e di compostezza; faticano a costruire un’armonia d’insieme. Allo stesso tempo, sono privi della più accattivante vinosità giovanile. Non è facile pronunciarsi sul loro avvenire, perché sono versioni inconsuete. Si ricomporranno dandosi tono con il passare degli anni? Ci permettiamo di dubitarne, quanto meno se ci si aspetta la proverbiale distinzione dei più nobili Pauillac o Pomerol.
Per finire, non abbiamo assaggiato un numero sufficiente di vini per pronunciarci sulla riuscita di una Aoc a dispetto di un’altra. I limiti ci sembrano però trasversali.

 

I vini rossi
Di seguito trovate una sintetica miscellanea di alcuni vini. Tra parentesi tonda qualche dato fornito dal produttore: l’assemblaggio “tipo” (Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Malbec, Petit Verdot), l’estensione totale del vigneto (uve bianche + rosse), la produzione media annua. Tra parentesi quadra, a titolo puramente indicativo, il prezzo praticato da uno dei principali importatori italiani sul millesimo più recente in listino, aggiornato a novembre 2005.

 

Riva destra

Château Angélus – Saint-Emilion Grand Cru
Colore molto profondo. Naso vegetale ed etereo, con note di carbone e una dolcezza che avvolge la sensazione come una patina, lasciando trasparire una potenza incompiuta. In bocca ha una sua continuità, è sodo ma non riesce a riportare l’acidità al centro del sapore. Il finale è etereo e poco raffinato, ma ha una presenza che continua nel bicchiere vuoto.
La materia non manca e ci sembra che Angélus offra il fianco al millesimo senza troppi artifici; in questo occorre riconoscere lealtà, anche se al momento non si può nascondere una certa delusione.
(M 50%, CF 47%, CS 3%; 23 ettari; 100.000 bottiglie) – [206 euro il 2003]

 

Château Figeac – Saint-Emilion Grand Cru
L’impatto è caldo e pungente, blandito da una cremosità che appartiene ai suoi modi, ma che non riesce a imporre una sicura raffinatezza; con i minuti scende un po’ nel bicchiere e si fa più polveroso. In bocca fatica a comporsi: è morbido, lascia a lato l’acidità ed è più statico di quanto il naso lascerebbe presagire. Finale asciugato, poco denso e molto amaro.
Una versione difficile di questo vino che ci ha abituati a sensazioni molto nobili.
(CS 35%, CF 35%, M 30%; 40 ettari; 120.000 bottiglie) – [119 euro il 2000]

 

Graves

Château Haut-Bailly – Pessac-Léognan
L’impatto è vellutato, quasi foderato, docile, con un contegno aristocratico, senza riuscire a scrollarsi di dosso la patina che avvolge anche Angélus. In bocca si ritrova l’aspetto composto già notato al naso; ha una discreta solidità, una dolcezza di more, nocciola, liquirizia e cioccolato per nulla insistente ma gestita con tatto; masticabile, spigliato, dotato di una vinosità giovanile che restituisce un tannino ancora scabro. Il finale è elegante, presente senza essere davvero intenso.
E’ forse il vino che più di tutti dà voglia di essere portato a tavola e questo, per quanto ci riguarda, è un punto di forza notevole.
(CS 65%, M 25%, CF 10%; 28 ettari; 150.000 bottiglie) – [70 euro il 2000]

 

Château Latour-Martillac – Pessac-Léognan
Colore leggero. Il naso è vegetale, spezzato, diluito, poco armonico; quando esce il frutto lo fa sulla scorta delle note di vernice. In bocca è arioso, fluido, di esile sostanza, ma riesce a chiudere con una compostezza che al momento altri vini non hanno. Gracile il bicchiere vuoto.
(CS 60%, M 35%, PV 5%; 38 ettari; 180.000 bottiglie) – [24 euro il 1997]

 

Château Smith Haut Lafitte – Pessac-Léognan
Non c’è molto da dire. Ci è parso vinoso, liquido e verde, diviso tra spezie e lacca, con un modo sempre più nervoso. In bocca è aspro e laccato; il finale consegnato alla vaniglia e non molto lungo.
(CS 55%, M 35%, CF 10%; 55 ettari; 150.000 bottiglie) – [76 euro il 2000]

 

Médoc

Château Dauzac – Margaux
Al naso è caramellato, legnoso e spezzato da una sensazione vegetale sgraziata; il lato più schietto è fiaccato da continui rigurgiti laccati che si fanno sempre più pressanti. In bocca unisce al chiaro ritorno legnoso una netta sensazione diluita e polverosa che si protrae anche nel finale.
Dauzac conferma incertezze e una grossolanità già sentite.
(CS 58%, M 37%, CF 5%; 40 ettari; 120.000 bottiglie) – [n.c.; 35 euro il 2001 in cantina]

 

Château Léoville Poyferré – Saint-Julien
Colore cupo. Il naso è profondo, ma le prime note a emergere sono alcol, lacca e caramella, con l’aspetto legnoso che riesce nell’impresa di non farsi graziato; con il tempo però il vino si siede, non dimostra la raffinata succosità di altre annate e lascia spazio al borotalco, alla noce moscata, con un fare nervoso stimolato dall’ossigeno. In bocca la parte succosa si sprigiona meglio, aiutata da un rovere che contribuisce anche all’allungo del sapore; è morbido, affabile, ovattato.
Non abbiamo ritrovato lo stile concreto e il contegno puntuale e franco di altri millesimi.
(CS 63%, M 27%, PV 8%, CF 2%; 80 ettari; 240.000 bottiglie) – [87 euro il 2003]

 

Château Lynch-Bages – Pauillac
Colore vivo e netto. L’impatto odoroso è tostato e caramellato, con un’anima vegetale e resinosa che lotta per fondersi con successo in un contesto più grasso; fragrante, cerca di conquistarsi serenità e compostezza, che per ora sono compromesse da una traccia medicinale più evidente con il passare dei minuti.
In bocca dimostra mordente e una discreta compattezza, ma i ritorni aromatici di cera e borotalco riportano la stessa sensazione ambigua del naso. Anche il bicchiere vuoto testimonia di una mancanza di eleganza e di slancio.
Non ci pare una versione particolarmente riuscita.
(CS 73%, M 15%, CF 10%, PV 2%; 90 ettari; 420.000 bottiglie) – [83 euro il 2003]

 

Château Pichon-Longueville, Baron – Pauillac
Colore denso e abbastanza concentrato. Il naso mette subito in evidenza un tratto carnoso, per richiudersi presto in un moto di ritrosia come il vino fosse turbato (da un recente imbottigliamento?). In bocca legno e lacca hanno la meglio su una finezza ancora da costruire, con una presa tannica potente che conduce a un finale in cui le componenti più aggraziate tentano di rifarsi vive. Le sensazioni conclusive accusano purtroppo un’alcolosità troppo evidente.
(CS 70%, M 25%, CF 5%; 70 ettari; 240.000 bottiglie) – [70 euro il 1999]

 

Château Pichon-Longueville Comtesse de Lalande – Pauillac
Colore piuttosto leggero. Impatto di talco, ovattato, più sottile del cru fratello: i tratti eterei e laccati sono gestiti con un’accuratezza che lo rendono morbido e facile. In bocca il vino corrisponde bene e lascia sfuggire una dolcezza appena sospetta. Finale non molto lungo in cui tornano sensazioni di lacca.
L’impressione è che il Comtesse si premuri di evitare sbavature ed effluvi irruenti, costruendo e gestendo un’eleganza priva della naturalezza che altre volte gli riesce di mettere in gioco.
(CS 45%, M 35%, CF 12%, PV 8%; 75 ettari; 350/400.000 bottiglie) – [149 euro il 2003]

 

I vini bianchi dolci
Sauternes e Barsac ci sono parsi affaticati e appesantiti dalla estrema densità zuccherina, raramente supportata dalla freschezza che nelle annate migliori fa di questi vini dei portenti di slancio, fragranza e lunghezza. Il confronto con l’ultima annata che abbiamo assaggiato bene – lo splendido 2001 – è a tratti sconfortante. Lo sviluppo improvviso e rapidissimo della botrytis a metà settembre non pare aver giovato neppure alla finezza e alla complessità degli aromi.
Tra parentesi trovate le stesse indicazioni che nei rossi (vitigni: Sémillon, Sauvignon Blanc, Muscadelle). In questo millesimo proprio la componente varietale mostra, accanto al terroir, tutta la sua importanza. I vini con più Sauvignon sembrano meno fini e più stanchi.

 

Château Climens – Barsac
Il naso, leggero tra mela cotogna, pasticceria, echi eterei e acetati, è di stampo più nordico che bordolese, quasi a evocare la natura traslucida e filigranata di alcuni Chenin Blanc moelleux; con il tempo arrivano note di gomma ma anche una caramella rinfrescante alla menta e all’eucalipto. In bocca, nonostante il modo avvolgente, si premura di preservare un’eleganza differente da tutti gli altri; i sentori di noce e di arachidi preludono a un finale che chiude sullo zucchero filato e su tocchi gommosi che sono l’aspetto meno convincente. Il terroir di Barsac dimostra come, anche in un’annata difficile, sappia custodire freschezza e finezza. In questo caso, quel po’ di materia in meno rispetto all’opulenza zuccherina di Sauternes conferisce al vino una levità che ne sostiene non solo la beva ma anche la durata; dimostrazione di come concentrazione non significhi lunghezza.
(Sém 100%; 31 ettari; 30.000 bottiglie) – [66 euro il 1999]

 

Château Coutet – Sauternes
Colore dorato con qualche riflesso verdolino. L’impatto è vegetale e gommoso, poi arrivano le nocciole unite al cioccolato al latte. In bocca la parte erbacea gli permette di conservare una quota di durezza, la dolcezza non è monolitica come in altri vini, ma più varia, anche se lo slancio non è dei migliori. Un limite che si ritrova nel finale, frenato da sensazioni di pasta di cotogna.
(Sém 75%, Sauv 22%, Musc 3%; 39 ettari; 80.000 bottiglie) – [51 euro il 1999]

 

Château Doisy-Daëne – Sauternes
Colore abbastanza leggero. Il naso – una saetta aromatica – porterebbe fuori strada molti degustatori: fa pensare a un Gewurztraminer con suggestioni alsaziane. In bocca la dolcezza è repentina, massiccia, l’acidità stentata, in un quadro che porta presto a un finale dai toni bruciacchiati, caramellati, tostati e di zucchero filato, con un lontano richiamo erbaceo. Pesantemente sbilanciato sugli zuccheri, non è un paradigma di eleganza.
(Sém 80%, Sauv 20%; 17 ettari; 40.000 bottiglie) – [51 euro il 2003]

 

Château Guiraud – Sauternes
Colore sostenuto. Impatto chiuso, metallico e contrastato di chewing-gum e pastafrolla; evoca con precisione il terroir e si tiene stretta una quota di freschezza, senza bisogno di esibizioni muscolari. In bocca è ricco e vario, sa di carne, lascia sfuggire qualche nota di legno, mentre l’acidità non ce la fa a stare unita con il resto del sapore.
E’ un Guiraud in chiaroscuro, che sa mostrare la stoffa di cui è fatto ma paga dazio al millesimo.
(Sém 65%, Sauv 35%; 85 ettari; 100.000 bottiglie) – [61 euro il 1997]

 

Château Nairac – Barsac
Il naso è equivoco, tra caramello, cioccolato, gomma e note eteree; fatica a trovare una propria compostezza ma ha il merito di essere vivo e farsi cercare. In bocca è composto, ricco e non gli fa difetto una salvifica acidità che lo rende succoso. Il finale è tra i migliori, con una buona durata aromatica, finalmente l’evocazione dello zafferano e della menta, e un contrappunto amarognolo gratificante; è forse il più elegante nella maniera di concludere senza fretta né esibizioni.
(Sém 90%, Sauv 6%, Musc 4%; 17 ettari; 20.000 bottiglie) – [n.c.; 35 euro in cantina il 1998]

 

Château Suduiraut – Sauternes
Colore concentrato. Il naso è etereo e di vernice, dalla verve aromatica, anche se imbrigliato da una sensazione resinosa che fatica a depurarsi; il vino sembra anche appesantito da una materia concentrata ma non molto libera né espressiva. La dolcezza è così impressionante da risultare quasi fastidiosa, benché il gusto riveli bei contrasti di cotogna, di pera stramatura, di mou; lo zucchero non è isolato, ma non è semplice riuscire a godere appieno di una struttura così eccessiva.
(Sém 90%, Sauv 10%; 90 ettari; 96.000 bottiglie) – [56 euro il 1999]

 

 

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