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Coulée de Serrant

Ma non è stato solo Joly a cambiare idea, sin dal mio viaggio a Savennières del maggio 2002 avevo maturato dubbi sulla statura delle Coulée pre-biodinamica.

Venerdì 20 ottobre, a S. Andrea di Campodarsego (PD), presso Osterie Moderne, si è svolta una verticale di sei annate della Coulée de Serrant. Nonostante abbia guidato diverse degustazioni del principale vino di Joly – la prima nel gennaio 2002 all’enoteca Divinis di Bologna – si tratta ogni volta di un’esperienza pregnante. Innanzi tutto perché questo Savennières mostra la sua originalità anche attraverso una dinamica e sensibile capacità di trasformazione in bottiglia; c’è poi la reazione dei partecipanti, stupiti dalla radicale mutazione fisiognomica quando si confrontano millesimi che abbracciano tre decenni. I vini sono stati serviti due alla volta: 1981 con 1994, 1988 e 1999, 2002 e 2003.
Alle schede il compito di raccontare come la biodinamica abbia rivoluzionato i lineamenti del principale bianco della Loira, in questa breve introduzione va ribadito che la riconversione, iniziata nel cuore degli anni ottanta, non ha prodotto solo la rivitalizzazione dell’endroit, ma ha modificato l’approccio di Joly nella degustazione e nella valutazione del vino (non solo il suo). Quando lo incontrai a Bologna, mi disse che la Coulée degli anni settanta e ottanta era uno Chenin che restituiva l’essenza del suo terroir: sono bastati pochi mesi e una maggiore confidenza per capire che era un’affermazione tesa a difendere il lavoro dei suoi genitori, mentre il suo pensiero era già un altro. Quando presentammo la seconda edizione de “Il vino tra cielo e terra” sottolineò pubblicamente la distanza delle sue Coulée dalle precedenti: «Annate molto amate dalla critica come ’70, ’78, ’81, ’88 e ’89 non credo possano permettersi, o abbiano potuto affrontare, una vera evoluzione, fatta di cambiamenti, alti e bassi, di vera partecipazione emotiva; il problema è la forte acidità incapace di integrarsi con la struttura».
Ma non è stato solo Joly a cambiare idea, sin dal mio viaggio a Savennières del maggio 2002 avevo maturato dubbi sulla statura delle Coulée pre-biodinamica: degustando il ’95 e il ’99, verificandone l’armonia e l’ottimo comportamento a bottiglia aperta, avevo notato che la violenta durezza dei vini precedenti, così amata all’inizio, mi apparteneva sempre meno.

 

Clos de la Coulée de Serrant

 

1981
Colore giallo paglierino chiaro con netta nota verde.
Naso ancora incredibilmente crudo e attraente al primo impatto, la mineralità sulfurea è tra i sentori più vivaci di un’intensità che sottolinea gli aspetti contraddittori del vino: da un lato la chiara percezione dell’età, dall’altro la speranza che il bicchiere possa regalare sorprese; il tempo non gratifica le attese, la complessità non decolla e il profumo, pur senza divenire oscuro e monocorde, rimane ingessato.
In bocca è energico, diretto e verticale, l’acidità si fa viva subito e il suo effetto non si esaurisce neanche dopo l’uscita del liquido dalla bocca, buona la struttura, meno bene la dinamica che, avvinta dalla durezza, non riesce a decontrarsi.
+ Nonostante la sua sterile e ottusa severità consegna l’impronta del terroir, percettibile anche nei vini più recenti, dove però è quasi esplosiva.
- Il vino ruota attorno a se stesso, come dimostra il suo freddo rapporto col cibo.
I partecipanti hanno amato l’essere tutto d’un pezzo, «senza macchia e senza paura».

 

1988
Colore giallo paglierino intenso e vivo.
Naso dall’approccio bello e fulminante: lieve florealità, minerale pungente, evocazioni fluviali e marine, agrumi, crosta di pane; una partenza così spinta si paga, il bicchiere non perdona e lascia trapelare i primi segni di cedimento, rappresentati dall’ossidazione incipiente.
In bocca ha una buona tensione iniziale, la sua corposità si distende bene fino a due terzi di lingua, dove prende a diluirsi e a irrigidirsi, lasciando scoperta la sensazione acida che non riesce a generare un sano equilibrio.
- E’ stata una delusione, alla luce di un corretto criterio degustativo che vuole, tra gli elementi fondamentali della qualità di un vino, la sua capacità di trasformarsi nel bicchiere.
Non è stato fortunato l’88: nato in un periodo interlocutorio per la Maison Joly, questo vino non ha ancora la luminosità delle annate recenti e non ha più la severità di quelle che l’hanno preceduto.

 

1994
Colore dorato caldo, maturo ma non decaduto.
Naso contraddistinto dal ricordo della muffa nobile, attorno si è costruito e si va consolidando un alternarsi di profumi minerali e di frutta candita: non è tanto la loro definizione quanto la modulata ricchezza ad affascinare, a reggere nel bicchiere, a proporre un rinnovato desiderio d’indagine.
In bocca è magistrale la modalità con cui tiene insieme la piena corrispondenza gusto-olfattiva e la sotterranea energia: in mezzo ci sono la polpa e il calore, lo sviluppo è lungo, il finale è rinfrancante.
+ Si conserva benissimo, può essere considerata la prima Coulée capace di coniugare autorevolezza e passione.
E’ stata una delle due più amate dai partecipanti, insieme alla 2002.
La presenza della botrite non cede a toni zuccherosi, Joly sostiene di aver avuto poco coraggio e non ha fatto, come accaduto nel 1995, una versione Moeulleux del 1994 che lo avrebbe meritato.

 

1999
Colore dorato molto intenso con brillante sfumatura d’ambra.
Naso avvolgente, misurato e appagante, la sua iniziale prontezza è ingannevole, il vino ha un flusso davvero imprevedibile, combina la forza minerale di un terroir vivificato con la coralità delle uve mature: come nel caso del ’94 diventa meno importante il preciso riconoscimento di un sentore, il ’99 rivela così una complessità di dettagli in cui si fondono la radice floreale e quella fruttata, un’emancipata parte secondaria con gli accenni terziari.
In bocca conferma la lentezza espressiva del naso, comincia dove l’88 si ferma (il loro confronto è stato utilissimo per capire il concetto di lunghezza minerale sulla lingua), l’acidità, che pare dimessa, mostra un crescendo imperioso; l’eredità gustativa è piena e prolungata.
+ Si trasforma, affronta la sua evoluzione con la consapevolezza di una curva evolutiva non molto ampia, ma sapendo di poter usare ogni particella per trasmettere un disegno comune.
La solidità delle sensazioni finali e la presenza dell’acido malico sono gli elementi che hanno incuriosito di più i partecipanti.

 

2002
Colore dorato vivo, teso.
Naso pungente, di eccezionale varietà e dalle grandi risorse evolutive: ciò che si incrociava nel ’94 e nel ’99 trova qui un suo ordine, una dimensione profonda e amplificata, aristocratica e terrena; le note minerali domano il convoglio alcolico (14,5%), gli danno un’aura di freschezza e trascinano i sentori di erbe medicinali, frutta bianca cruda e lieviti.
In bocca mostra un armonico confronto tra il calore diffuso e l’energia acida, il tono è di altissimo profilo, non ci sono solo una lunghezza interminabile e una fisicità attaccata al pavimento della lingua, emerge una forza che sembra nascere da ogni punto del sapore.
+ Severo, a tratti brutale, questo 2002 ha una compattezza che nella prova a bottiglia aperta sfocia in una generosità commovente.
Joly non teme l’ipermaturazione, sceglie di aspettare, vuole portare a casa tutta la luce possibile e non rinuncia alla spina dorsale dell’acidità, un equilibrio raggiungibile solo in memorabili vendemmie “da bianchi”, come la 2002 è stata.

 

2003
Colore giallo denso con riflessi ambra.
Naso esuberante, prevale la pungenza dell’alcol che per un po’ oscura la discreta ricchezza; più difficile individuare la traccia territoriale, il calore sembra averla consumata; lo sviluppo nel bicchiere non presenta molte sorprese, il vino si accontenta della sua intensità.
In bocca ha il pregio di dare credito alla densità odorosa, peccato però che tanta partecipazione lasci il senso di una semplicità irreversibile.
L’annata la conosciamo, in Francia sembra aver fatto più danni che in Italia. Joly è convinto che la bottiglia aiuterà questo Chenin da più di 15 gradi alcolici a trovare maggiore complessità.

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