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Il Timorasso al Vinitaly


Il Timorasso non avrà conquistato una rinomanza internazionale, e in fondo molti lo considerano - a ragione - un vino “di nicchia”, con i suoi quaranta ettari vitati in produzione e la sua identità locale. Dati che relegano, o forse proteggono, questa varietà di uva bianca in una stretta porzione di terra tortonese.
Il Timorasso resta un’emanazione della vita contadina; per lungo tempo è rimasto nascosto nell’àmbito casereccio, oltre che locale. Negli anni ottanta ha sporto timidamente il naso nel mondo dei vini da bottiglia; gli anni novanta ne hanno sagomato una fisionomia in parte nuova. Grazie a viticoltori come Walter Massa e Andrea Mutti, questo vino si è avvicinato a una più matura espressione delle sue potenzialità. Curiosamente, lo ha fatto nel decennio in cui molti altri vini vedevano distorti la propria silhouette o il loro carattere inseguendo suggestioni estranee. Ricercando una motivata concentrazione - la stessa che ha minato varietà che mal la sopportano -, il Timorasso ha dato prova di doti rare. Gli associati del Consorzio Piemonte Obertengo producono vini ad alta gradazione alcolica (13 per cento e oltre), che superano 24 grammi/litro di estratti, dotati di una forte acidità (tra 6 e 7 per mille) e di un pH basso (tra 3,15 e 3,25). Sono dati analitici da fuoriclasse, che si condensano in una mineralità naturale d’eccezione. Il Timorasso costruisce così una struttura poderosa senza scadere nella pesantezza, un privilegio raro. Nel suo caso, una maggiore concentrazione non significa sommare materia alla materia, ma probabilmente far salire proporzionalmente la carica espressiva di un vino verace, con i muscoli del lavoratore, non del body-builder.

 

Alcuni produttori del Tortonese hanno dato vita a una prima degustazione comune di Timorasso allo scorso Vinitaly. L’occasione eccezionale per godere di una panoramica di ciò che questo vino sta costruendo da dieci anni a questa parte. Abbiamo raccolto qualche succinto appunto di degustazione. Un assaggio che vorremmo sviluppare con calma in futuro.

 

Il Filari di Timorasso Boveri 2004 ha un naso viscerale, crudo, fisico, dalla coinvolgente ampiezza aromatica, austero senza essere cupo. In bocca è intenso, severo ma filante; contrappuntato da una dolcezza accennata, che evoca un impercettibile residuo zuccherino – forse una suggestione anziché un’effettiva presenza.

 

Il Terre del Timorasso Ricci 2003 rivela una componente vegetale più verde e pungente; ha tra i profumi un suggerimento dolce, è già aperto e minerale. La bocca, slanciata tra acidità e morbidezza, è dotata di una sobria linearità; appena amarognola, mostra un accenno di diluizione centrale, coerente con l’annata, che ha concentrato più l’alcol che gli estratti.

 

Il Ronchetto Paolo Poggio 2003 ha un profumo grasso, soffuso e ancora fermentativo; è più accessibile dei precedenti e a tratti dimostra un’unità meno compiuta. In bocca gli agrumi guidano una dinamica morbida, appoggiata con misura, mai cedevole.

 

Il Sassobraglia Val Borbera 2004 proviene da un’area periferica del comprensorio. L’impatto olfattivo di carne è contrastato, floreale, spinoso, appena sfuggente. La stessa carnosità macerata e amarognola si ritrova in una bocca non propriamente lineare, con accenni di brioche e forse un sospetto ossidativo.

 

La Colombera di Pier Carlo Semino 2004, al contrario, mette in luce un naso trasparente, acidulo, con tocchi vegetali, pungente ma largo, con qualche tratto fenolico. Secco, morbido, tosto in bocca, ha un candore agrumato, arriva lontano grazie a una energica combinazione tra morbidezza e acidità. E’ un vino più immediato di altri, ma il suo spunto cremoso nel finale è tutt’altro che scontato.

 

Il Derthona Claudio Mariotto 2004 è chiuso al naso, minerale (ostriche), ostinato e quasi opaco. Salino in bocca, è coadiuvato da un’opulenza conclusa da un gradevole finale di liquirizia. La sua morbidezza è affascinante e sempre unita.
Il 2001 dello stesso produttore inizia su note di carne, brodo, lieviti, ceci, farina e un accenno quasi ossidativo: è un vino maturo, probabilmente non dotato della stoffa del ’04. In bocca anice e frutta candita ne rivelano l’età; il tenore alcolico lo spinge verso una conclusione grassa e aromatica, profumata di formaggio, che denota una fase di lieve affaticamento.

 

Il Derthona Castagnoli Andrea Mutti 2004 oppone un naso chiuso, sassoso, di ferrea impostazione, tra frutta, anice e zafferano. In bocca è soffice, largo, severo ma accogliente, limpido; la sua grassa fluidità è il segno di una beva dinamica, eppure il vino è così fitto da arrivare davvero lontano.

 

Il Costa del Vento Walter Massa 2004 ha la carne tra i profumi, è libero, pungente con avvincenti contrasti di vernice e lieviti che Mutti non concederebbe alle proprie disciplinatissime creature. La struttura gustativa è poderosa, densa, solida, ma la sua caparbia mineralità - che evoca un grand cru di Chablis - lo tiene sempre alto sulla lingua portandolo in là.

 

Di tutt’altra fisionomia il 2003, caldo, amarognolo, appena mieloso e segnato dalle croste unite del pane e del formaggio. In bocca il calore dell’annata si avverte senza mediazioni, con qualche sentore bruciaticcio e una materialità alcolica quasi sfacciata. Chiude su note di colla e se la grazia non è il suo punto di forza, non è un vino che si dimentica con facilità.

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