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Champagne Drappier nel tempo –– La sicurezza dell'equilibrio


Durante la scorsa edizione del Salone del Vino di Torino abbiamo partecipato a un’interessante verticale di Champagne Drappier. La cuvée sotto i riflettori era il Brut Carte d’Or, nelle annate 1998, 1993, 1990, 1985 e 1983. Organizzatrice della degustazione palese a numero chiuso, Partesa Italia, che distribuisce questa maison nel nostro Paese.
Drappier è una casa di medie dimensioni, con domaine a Urville, nell’Aube (10) e cantina a Reims, nella Marne (51). Sui pendii della côte de Bar-sur-Aube, un centinaio di chilometri a sud-est di Épernay e altrettanti a nord di Digione, i Drappier posseggono circa 40 ettari coltivati direttamente.

Fondata nel 1808, resta una delle rare aziende rimaste a gestione familiare nella tormenta finanziaria delle marche di Champagne. Il resto del fabbisogno deriva da uve acquistate presso appezzamenti nella Montagne de Reims, nella Vallée de la Marne (soprattutto a Bouzy, Ambonnay, Mareuil-sur-Aÿ, Pierry), e nella Côte des Blancs (a Cramant). Si tratta della metà circa dei volumi spumantizzati: questo négociant manipulant produce in media un milione di bottiglie l’anno.
Il terroir aubois e il Pinot Noir si fanno vivi nello stile Drappier. Le propaggini meridionali della Champagne viticola – la côte des Bars – sono considerate minori dai produttori della Marne. C’è un tocco di sussiego in questa catalogazione, ma lo stile del vino è effettivamente diverso. L’Aube ha un clima più piovoso (tanto che viene chiamata “Champagne Humide”) e non è dotata del sottosuolo gessoso di Reims o Epernay, ma di terreni argillo-calcarei, simili a quelli dello Chablis meno nobile. Affianco a queste differenze territoriali, troviamo una netta identità ampelografica: l’area di Troyes è zona di uve rosse, Pinot Noir prima di tutto, accompagnato da un po’ di Meunier. La vicinanza della Borgogna si fa dunque sentire, ma il Pinot aubois non ha la finezza della Côte d’Or né della Montagne de Reims o della Vallée de la Marne. Questa regione, per lo più dimenticata dalla critica e dagli appassionati, trova in un faticoso compromesso la propria ragion d’essere. Non è un caso che tra gli oltre 6mila ettari piantati, resista la “riserva indiana” dei Riceys, in cui si produce l’unico rosato tranquillo della Champagne, abbandonato dalla fortuna e dai favori del pubblico, ma anche un po’ di Coteaux Champenois (vini fermi), oltre allo Champagne. Il timbro dei vini dell’Aube è denso, con un tratto rustico, carnoso e appena più seduto di quelli del cuore della Champagne Crayeuse. Il peso colma da un lato l’abituale carenza di corpo dei vini della Marne, per altro verso rischia di smussare la finezza del vino e può rappresentare una complicazione nella gestione della liqueur de dosage. Specificità che si ritrovano nella Carte d’Or Drappier, cui rendiamo il merito di riflettere in maniera attendibile la territorialità auboise da cui è segnato. Racca – il responsabile di Partesa che assieme a Gianni Fabrizio (vice curatore della Guida ai Vini d’Italia) ha introdotto la verticale – ha parlato della maison d’Urville come di una marca che divide, proprio per la sua originalità; auboise: «o la si ama o la si odia». Un vanto spesso riservato ai grandi vini. Il Carte d’Or in degustazione non è riuscito a entusiasmarci né a dissuaderci; ci vuole maggior personalità, e in questo caso specifico più classe, per risultare decisivi. Il merito di questa cuvée è la sicurezza di un equilibrio che continua nel tempo, che la rende regolare e riconoscibile, più salda che emozionante. Come ci si aspetta che sia un brut di marca.

 

Champagne Brut Carte d’Or Drappier: la degustazione
con il contributo di Alessandro Zamboni

La casa dichiara una cuvée regolare: Pinot Noir sempre ampiamente prevalente (attorno al 90 per cento), con una quota di Chardonnay compresa tra il 7 e il 10 per cento; il saldo è Pinot Meunier. Tutti i mosti derivano dalla prima spremitura. Per gli amanti delle statistiche, ecco alcuni dati che Drappier fornisce per ciascun millesimo:

 

annataalcolacidità totaledosaggio
1998
n.c.
5,2 g/l H2SO4
13 g/l
1993
n.c.
n.c.
9 g/l
1990
n.c.
n.c.
9 g/l
1985
12,7%
5,3 g/l H2SO4
9 g/l
1983
12,8%
5,4 g/l H2SO4
9 g/l

 

1998 (sboccatura 2004)
Avvincente colore dorato quasi ramato e perlage molto vivo.

L’impatto olfattivo è vinoso, alterno e a tratti scomposto: lascia trapelare senza esitazioni una giovinezza indomita con il suo carico di lieviti ma anche toni tostati, di albicocca, a tratti pesanti.

In bocca entra denso e voluminoso, ma dimostra di portare il fardello di un’incerta unità espressiva e di una materia non generosissima. Si impadronisce presto del cavo orale ma poi fatica a farsi strada e soprattutto a permanere oltre la presenza fisica abboccata e un po’ greve che domina un finale piuttosto corto.

L’esile succo della materia non sembra ricevere gratificazione dallo spessore che il dosaggio avrebbe voluto portargli in dote. Un millesimo come il ’98, gravido di insicurezze ma anche di una fragile fisionomia che nelle versioni migliori si libera con serena finezza, non esce indenne da questa bottiglia. La confezione è discreta, la giovinezza certamente un’attenuante credibile, per cui rimandiamo la valutazione di questa cuvée a tempi migliori, con la speranza che riesca a riassorbire le proprie sbavature.

 

1993 (sboccatura 2004)
Colore dorato brillante e perlage tumultuoso.

Il naso è largo, appena appesantito, ma rispetto al ’98 – da cui si stacca con nettezza – ha note grigliate e un fare francamente più nervoso. La crosta di pane pugliese accompagna il ferro e qualche suggestione marina; quando arrivano la carne macerata e le foglie morte la sensazione perde parte del suo ordine iniziale. Con il tempo sbucano il formaggio, l’anice, la stabilità prevale sull’energia e la dinamica regredisce; a bicchiere aperto, evocazioni di sottobosco, tartufo e funghi secchi.

La bocca porta in dono la forza acida di un’annata piovosa: sa essere pungente, rivela qualche tocco di vegetale asciugato che fa pensare a una maturità già acquisita; a suo modo trova, nella poca polpa, una scarna eleganza.

Il finale è ondulato in un andirivieni di sensazioni non sempre nitide, ma soprattutto non riesce a imporsi alla bocca né nella memoria: è questo il suo limite più grande.

± A questo ’93 non mancano la stabilità né tanto meno la delicatezza: vanno prese come doti di un millesimo che ha premiato il Pinot Noir in Borgogna, meno la diluizione della latitudine settentrionale. In quest’annata la tenue verve di Urville ha probabilmente pesato nel dare un vino mite ma composto, privo di pretese eccessive, della cui gracile maturità oggi si può godere. Dice molto di più del suo millesimo di quanto oggi sappia fare il ’98. Se lo avessimo in cantina ce ne serviremmo in questa fase.

 

1990 (in magnum, sboccatura 1999)

Bel colore dorato intenso; perlage potente, inizialmente appena grossolano.

Il naso è subito fenolico, quasi tormentato, impiega tempo per sedimentarsi e liberarsi dall’esuberanza del gas. Quando lo fa, arrivano un po’ di frutta, ma soprattutto erbe, china, note verdi asciugate di una maturità pazientemente acquisita.

In bocca il vino ha nerbo, è potente, mette subito in chiaro una buona corrispondenza gusto-olfattiva; accompagna senza imporsi, rispetto agli altri arriva più lontano, tocca corde più profonde e al tempo stesso dà più voglia di essere bevuto. Fa quello che non riesce alle altre annate: si tende, mostra compattezza senza peso.

Il finale è citrino, abbastanza nitido, esce di bocca quasi senza incertezze, ma alla fine si riconosce la grazia dello stile sulla reale presenza della materia.

+ E’ sicuramente il vino migliore della verticale: il più puro, il più dritto. E’ lungo ma soprattutto è l’unico della batteria che riesce davvero a crescere nel bicchiere e a lasciarlo preciso da vuoto. L’annata conferma la sua grandezza in Champagne, e dimostra che qui il ’90 diede vini di maestosa rettitudine, mentre in varie altre regioni sta rivelando di esser stato sopravvalutato, quanto meno per ricchezza, nei suoi primi anni di vita. Di questo millesimo ha la proverbiale capacità di tener dritta una struttura asciutta, anche laddove la polpa inizia a scarnificarsi.

 

1985 (sboccatura 1991)

Colore paglierino carico; perlage intenso.

Il naso ha bei contrasti: terra, catrame, foglie, croccante, resina, pietra, lucido da scarpe, selvaggina, per poi ripiegare su note più monotone di calce e nuovamente resinose che con il passare del tempo tengono in ostaggio la sensazione olfattiva. E’ una situazione dura, dalla quale il vino fatica a liberarsi, e che dimostra quanto sia provato.

In bocca è nervoso, di un’acidità a tratti solitaria, più asciugata che asciutta, alla quale va a sommarsi una quota di amaro; i rinvii aromatici sono talvolta farmaceutici, la tensione ondeggiante, ma è soprattutto il finale a consegnare il sapore all’acidulo, mentre il patrimonio odoroso cede il passo.

La vecchia sboccatura certamente parte della fatica che fa questo brut: qualche colpa ce l’ha probabilmente la tenuta del tappo nel tempo. Il vino ci è parso troppo tormentato per poterlo valutare in modo credibile, anche se la sua trama sembra aver accusato le angherie della conservazione con remissività.

 

1983 (sboccatura 2002)

Colore dorato acceso e lucente.

Naso di funghi secchi, dado animale, fieno, polvere d’ardesia, caldo ma dalle movenze cerate e caramellate non così convincenti.

La bocca è cremosa, macerata e in linea con l’odore: scivola e accompagna, soffice e consistente, fino all’arrivo della polpa di granchio e del miele. Sembra avere la grana di un brut di buona caratura, e non si scompone mai, ma il suo limite è il marchio di fabbrica: la difficoltà nell’imprimere una vera dinamica e nell’evitare il ritorno del dosage nel finale, una liqueur che a questo punto è pur molto ben fusa.

Nel finale arriva una stoccata che risolleva la testa al vino per qualche istante, prima di consegnarsi a quella “quarta fase” – quella del ricordo recente – che accusa limiti di finezza e di perentorietà.

± Rispetto all’85 ha un’altra delicatezza, e non potrebbe essere altrimenti: un modo tenero e rassicurante che è un po’ la firma Drappier.

 

En fin de comptes...
Il Carte d’Or mostra i suoi limiti maggiori nell’uscita di bocca. Le schede tecniche che la maison ci ha fornito riportano un 3 per cento circa di Pinot Meunier nell’assemblaggio, sostenendo che il assure une fin de bouche tout en souplesse: «garantisce un finale agile e morbido». Aggiunge che la liqueur de dosage è lungamente maturata in fusti di rovere. Abbiamo l’abitudine di non sbilanciarci in correlazioni tra la tecnica di vinificazione e le sensazioni organolettiche – moltissimi esperti, talvolta i produttori stessi raccolgono cantonate a mani aperte, facendo-lo –; tuttavia questi due elementi sono coerenti con le nostre impressioni. E’ solo un frammento di una possibile spiegazione.
La capacità di durare in bocca, di tornare, di rifarsi vivo oltre il facile lascito acido, di restare presente nel ricordo, sia recente – quello dei minuti successivi – che lontano nel tempo, sono forse gli atout che distinguono uno Champagne da un grande Champagne.
La confezione, che tanta parte ha nella genesi di questo vino sconvolgente, è altra cosa. Il lavoro di uncinetto padroneggiato da molte maison, nel segreto delle cantine, con una materia magra, talvolta tramortita, altre volte immensamente caratteriale, è un’opera nobile. E’ la testimonianza di un savoir faire acquisito nel tempo. E’ la dimostrazione che non si impara in un decennio ciò per cui serve un secolo, e che tecnica e tecnologia non suppliscono alla grandezza della natura, per quanto esausta possa essere. Ma il lavoro dell’uomo è il viatico che permette all’uva di farsi vino, niente di più. Per fare uno Champagne, il lavoro del manipulant è quasi sufficiente. Per fare un grande Champagne serve altro, che si trova solo nell’acino.
Sarebbe ridicolo – e irrispettoso – affidarsi a una singola verticale di cinque annate per confermare che l’Aube porti una materia meno nobile alle proprie cuvée di quanto faccia la Marne. E’ solo un magro indizio per rafforzare una tesi comunemente accettata. Alla maison Drappier, i cui vini non ci hanno mai conquistati, dobbiamo riconoscere il merito di un leale lavoro di cantina, capace di fidelizzare il cliente e di imporre uno stile riconoscibile. In una fase storica in cui la Champagne e lo Champagne corrono il rischio di perdere la bussola, non è neanche poco. Non è escluso che in questo c’entri la gestione familiare dell’azienda. Seguiremo volentieri le vicende del vino Drappier anche in futuro; interessante sarebbe una nuova, più completa degustazione – magari in condizioni ottimali, in azienda.

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