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Verticale di Bruno di Rocca

Verticale di Bruno di Rocca, vino a base di Sangiovese e Cabernet Sauvignon (60-40 nelle prime annate, poi è cresciuta la parte del vitigno bordolese) della Vecchie Terre di Montefili.
Il nome viene dalla passione del signor Roccaldo Acuti, proprietario dell’azienda di Greve, per il Brunello di Montalcino; consapevole di non potersi paragonare al vino senese, l’industriale di Prato si è “accontentato” di questo suo uvaggio che sin dall’inizio non ha aderito al modello di grande materia ricorrente nei supertuscan più celebrati. A occuparsi della viticoltura come consulente c’è Remigio Bordini, uno dei maggiori esperti di Sangiovese, mentre l’assistenza enologica è curata da Vittorio Fiore.
Le note si riferiscono a due assaggi. Un primo compiuto nel 2000 in una degustazione pubblica, presente il produttore, organizzata dalla delegazione Ais di Modena; un secondo compiuto presso la casa di un appassionato del Bruno di Rocca nel gennaio 2005. Da segnalare la notevole tenuta di alcune annate che modificandosi lentamente hanno maturato una lussuosa molteplicità.

 

1997
Colore granato denso ma non iper concentrato.
Naso piacevole, non un mostro di complessità ma dotato di una consistente quota minerale.
In bocca è caldo e convincente nella lunghezza grazie a un’acidità moderata e continua.
Non è un vino energico, in compenso esibisce un’interpretazione impeccabile.

 

1995
Colore granato intenso, ancora in buona forma.
Naso affascinante, ricco e sfaccettato, col passare dei minuti si esalta la florealità dell’insieme ben fusa con la sottile nota minerale.
In bocca è vivido e asciutto, i tannini sono molto più duri rispetto al 1997 mentre la corposità ha una fisionomia meno piena; notevole la lunghezza e la corrispondenza gusto olfattiva.
+ Autorevole e teso, non accenna a mollare neanche a due giorni dall’apertura della bottiglia.

 

1994
Colore granato di media vitalità.
Naso monolitico nel quale converge la sinergia di alcol e rovere; solo a tratti si coglie l’elemento di frutta distillata, mentre sfugge la nota minerale.
In bocca non ha la medesima presa del 1995 ma si difende, i tannini sono sostenuti dall’acidità e occupano la memoria delle sensazioni finali lasciando poco spazio all’espressione della morbidezza.
E’ considerata un’ottima annata a Greve, nonostante in molti posti d’Italia abbia lasciato segni negativi; rispetto a cinque anni fa il vino si è chiuso ulteriormente e non ha allentato l’iniziale spigolosità.

 

1993
Colore profondo e ancora vivo.
Naso intenso, la nota centrale di peperone è una sorpresa dopo la democratica espressione di ’95 e ’97; il Cabernet si fa sentire e prende il sopravvento facendo perdere un po’ di finezza all’insieme.
In bocca lo sviluppo è articolato ed elegante, privo dell’energia furiosa di altri ma non per questo passivo; i ritorni bordolesi segnano la qualità dell’epilogo semplificandolo.
- E’ uno dei più trasformati rispetto a cinque anni fa, e non in meglio se lo vediamo alla luce dell’esito a bicchiere vuoto e a bottiglia aperta.

 

1992
Colore granato caldo e di media intensità.
Naso decisamente maturo, il Sangiovese e il Cabernet si sfidano in un confronto aperto, caloroso e avvincente, peccato che si esprima in modo un po’ troppo superficiale.
In bocca appare una piacevole calorosità, il sapore non affonda e si distende senza alcuna sbavatura.
La sua fragilità, dovuta a un’annata media, è arrivata a un punto di non ritorno, tuttavia il vino è ancora unito e conserva l’impronta della tipologia.

 

1991
Colore granato chiaro, vivo.
Naso di notevole immediatezza, si incrociano fiori e note minerali, il compendio ha raggiunto un minuzioso equilibrio tra le varie radici odorose che lo hanno generato; tanta generosità non può corrispondere a una ricchezza profonda, per questo il vino si spegne dopo poco.
In bocca ha una morbidezza graduale che esprime sia lo stato di trasformazione del vino sia la qualità incerta del millesimo.
- Già nel 2000 non mostrava ampi margini evolutivi, non si è accasciato ma l’essere così immediato è un chiaro segno di debolezza.

 

1990
Colore granato ancora molto bello, teso e intenso.
Naso omogeneo e complesso, la finezza è figlia di una mineralità ricercata e della nitida purezza del Sangiovese.
In bocca è coinvolgente, la maniera è voluttuosa, stratificata e compatta; col tempo ha trovato un punto di armonia che ha avvicinato l’anima dura a quella morbida, il finale è così gratificante e restituisce il la ricchezza dell’annata.
+ Era uno dei migliori di sempre alla sua uscita, si era confermato nel 2000 e non ha perso nulla del suo fascino nonostante i quindici anni di età; certo, è più tenero, ma ciò che lo distingue è la qualità della persistenza.

 

1989
Colore granato caldo con vena mattone.
Naso ispiratore, fa comprendere la riuscita sinergia tra Cabernet e Sangiovese, il primo più esotico e volatile, il secondo terragno e concreto.
In bocca è sferico come un vecchio St Julien, non ha perso molto perché la sua fisionomia tonda era un elemento chiaro sin dalla gioventù.
I vini di Acuti tengono bene, questo non significa che migliorino sempre, in compenso danno ancora emozioni.

 

1988
Colore granato caldo e denso.
Naso di china e liquirizia, buona la definizione della frutta, forse troppo prevedibile; il bicchiere vuoto consegna un vino riuscito e maturo, nel quale il rovere non ha invaso il campo.
In bocca esprime un gran volume, forse ci aspettavamo maggiore energia e invece è arrivata una dinamica godibile ma statica.
Vino diseguale, promette profondità, e in parte la concede, assicurando forse un eccesso di linearità; è tra quelli che sono più cambiati negli ultimi anni, durante i quali ha perso più di una sfumatura.

 

1987
Colore granato ancora vivo.
Naso di caffè, nocciola, prugna, burro e pepe; ricchezza articolata e molto definita.
In bocca è sottile, longilineo senza essere troppo asciutto, nel finale concede una giusta rotondità.
Vino impeccabile e ben conservato, come cinque anni orsono il suo fascino e la sua tensione colpiscono subito ma faticano a tenere.

 

1986
Colore di magnifica maturità.
Naso imprevedibile e diverso da tutti: i sentori di lamponi maturi danno l’idea di un principio di ossidazione, poi spezie, olive e terra assicurano che il vino non molla ed evoca i vitigni che lo compongono.
In bocca ha grazia e sa toccare tutti gli spazi sensibili, acidità e tannini percettibili ma sotterranei, memoria di un notevole equilibrio.
+ A cinque anni dalla precedente, applaudita, esibizione, e con quasi venti anni di vita, è ancora uno dei più emozionanti e sa ancora dividere i degustatori, alcuni infatti lo trovano “troppo” universale per corrispondere all’unità stilistica del Bruno di Rocca.

 

1985
Colore profondo, granato “carnoso”.
Naso molto speziato, si avvertono sentori di cuoio e fiori macerati, il passare dei minuti esalta la tensione di un liquido compatto e promettente.
In bocca è viscerale, tannico, intatto nell’energia e nel richiamo puntuale dei profumi che fanno riferimento al Cabernet.
+ Il tempo passa lentamente per questo magico 1985, piuttosto è bene che il tappo si comporti bene dal momento che qualche campione ha subito più di altri; quando è perfetto va paragonato con il 1995.

 

1983
Colore stupefacente per vitalità.
Naso dall’impatto ermetico, notevole per definizione appena l’ossigeno ne libera la parte superficiale; sotto però palpita una ricchezza meno scontata, concessa solo a chi sa aspettarlo nel bicchiere; il risultato è un’antologia del Chianti Classico, come terroir.
In bocca la sua severità si distenda irrequieta e vigorosa, molto volume ma anche sostanza e un finale didascalico nel richiamo degli odori iniziali.
+ Come il 1990 questo ’83 mostra la bellezza del Bruno di Rocca, vino cerebrale in grado di slanci inaspettati; la tenuta a bottiglia aperta aggiunge mistero.

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