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I Baroli di Borgogno alla maniera dei Fulminati

Finalmente, dopo tanto sognare, eccole qui, le albeise Borgogno tirate a nuovo, '61, '71, '78, '82, '89, '90 e '96. Stappo, tappi nuovi, uguali. Decantate con cura prima della spedizione, dice l'azienda, va bene. Qualche perplessità.

Congerie di bicchieri diversi, mica sempre c'è modo di schierare la compatta batteria di Riedel, tra noi: veterani di migliaia di verticali, enotecari, ristoratori, un quasi enologo e un enologo di una azienda prestigiosa, un canadese averti, passione dappertutto.

Eppure nei bicchieri diversi il vino è uguale. Mormorii. Questo un colore da '61? È uguale al '78 come l'89 spiazzati come da un rigore di Maradona. Muto, mi ripasso in mente Porthos, rileggerò dopo di colori compatti e brillanti. Al mio tavolo è uguale, la sensazione dell'uniformità di colore spiazza i più e inquieta, alla mia destra sento qualcuno bisbigliare "vai, ce l'hanno piazzato dietro", ma andiamo avanti.

Nasi però ben staccati, singoli. Forse un po' intirizziti, si stiracchiano. La consegna della mezzora di silenzio magari regge troppo poco, ma sono straniti. Siamo. L'integrità sembra troppa, questi vini snudano l'acciaio e la tempra, quasi ostili. Annuso e noto: '61 di erba, fieno, fichi, restio, poi brodo, pino, alcool, camomilla secca, ferro, sangue. '71 di resina, balsamico, gomma, etereo, poi tostato, caffè macinato, goudron, ruta e barlumi di confettura. '78 di matura e placida frutta, calore, apertura, s'arriccia e mutizza, poi datteri, capperi, rosmarino. '82 caldo e sferzante, cacao amaro, severo ma non duro, menta intensa, poi funghi, armonia e potenza, prugna secca, terroso, anguria, cherosene un filo.'89: biscotto, filo di volatile, albicocca e frutta disidratata, via via salmastro e iodio, alga, filo di goudron e mi pare, pesca. '90 di cacao ed erbe, s'allarga una nota di biscotto, è vicino all'89, appare confettura. '96 tagliente, crudo, cioccolato nero, aghi di pino, irruento, balsamico. I profumi vengono fuori differenziati, meno male (ci avrebbero linciato), a scalare si percepisce un'unica mano che li condotti fino ad ora, e questo è segno pur di qualcosa. Il '61 qualcuno lo definisce acetato e morto per me era solo un po' piatto e orizzontale senza picchi, il '71 veniva fuori bello con sentori di gomma, brodo di pollo, concentrato di ferro; il '78 più ruffiano appariva più dolce con fiori macerati e confettura di prugna,l'82 da capogiro, un onda di sensazioni, un cavallone impetuoso che schiacciava il naso al bicchiere: terriccio, resine, tamerici, rosmarino, insomma mediterraneo, ma con sottofondo cioccolatoso e accattivante e comunque potente; l'89 maturo e un po' scontato, ruffiano e gentile, per me non male, ma di altra pasta rispetto all'82; il '90 peggio, surmaturo, caldo e flaccido, muscoli gonfiati non correttamente; il '96 ancora da farsi: mentolo e poco altro si percepisce, forse strizza un po' più l'occhio al morbido, si sente un sottofondo agrumoso di zagara accattivante, ma interrogativo.

Tre round di naso e si va in bocca. Intorno si rumoreggia, commenti sbrigliati.

Il '61 mi squarcia la lingua, acidità letteralmente incredibile, ma dietro il vuoto, metà bocca galleggiante e finale rugginoso. Difficile da sostenere, ti si scaraventa come gatto impazzito. Con una pausa di agio si stoffa appena, ma rimane un vuoto quasi per tutti. Il naso si muove serpentando su fiori e ribes, ciliegie schiacciate, è però il vino tutto che non conquista. Le sensazioni del naso in bocca prendono valore non si intravedono né polpa né succosa suadenza di acidità senili, ma si percepisce in toto la rudezza scomposta e spezzata di un vino forse "troppo conservato" con cuspidi acido-tanniche da barattolo di vernice color castagno. Commenti sparsi "non ci farei neppure da mangiare!"

'71 di maggior volume, più continuo e assiduo, graffia pur lui, ma di tannini più discreti, si accapano goudron e prugna, prima del finale tosto ma più umano, gentile. Per me non gentile, ma severo. D'impronta simile al 61 ma più polposo e "godibile" bello il ritorno ferroso tagliente e acidamente succoso. Commenti dall'altra parte del tavolo "Almeno questo si può bere!"

'78 sembra sorreggere meglio acidità e tannini, a mostrare bocca più giovanile del naso, apertino, e s'inasprisce birbante la frutta finale. E' il mio secondo vino della verticale aperto e fruttoso l'ho assaggiato e me ne sono innamorato, già me lo vedo abbinato ad una carne lungamente cotta a cui ridonerà la liquidità tolta dal fuoco prolungato.

Fanfara per l'82, tannino prepotente, oh prepotente, forse meno acido per maggior potenza, in un amaro deciso ma di gran gusto e nerbo. Per molti, il migliore. Per me, senza dubbio. Abbiamo vinto i mondiali quell'anno, sarà pur segno di qualcosa? E' il Paolo Rossi della batteria, quello che insacca ciò che gli altri costruiscono, esuberante ti prende sempre qualche metro di lingua, ti aggredisce in un pressing totale, è estenuante nei ritorni terrosi e prugnati. Bellissimo.

'89 mi si presenta vagamente statico, fin troppo, con confettura e meno amaricante finale, si pone a una certa distanza da me, non mi avvolge. A me è piaciuto più che il 90, si sente un'altra mano sottendere alla costruzione di questo rispetto ai primi 4 o forse questo non è stato decantato e ritappato?

'90 di strana eppur netta sensazione: proietta in bocca una schermata di polpa e in corolla acidità e tannini, ma fuori dal cerchio magico: marciano le erbe, e un sostanziale stranezza di troppo calore. Calore, colore, candore poco! diciamo spampanato!

'96 Classico: come nel ricordo, salato e caldino, bullo, questo cacao a farla da re e deliziosi tannini polverosetti, magari se un po' restio nel finale. Taglia e cicatrizza con erbe amare. A Livorno direbbero "un bimbo in fasce" si percepisce forte l'occhiolino che viene fatto alla morbidezza inizialmente, ma il finale promette rasoiate da paura nei prossimi anni.

Alzo la testa, espressioni tra scontento, semideluso, stranito, inquieto. Ci siamo sbagliati a volare dalla rupe alta? Io la testa la tengo bassa ho paura degli scappellotti! Percepisco nitido che le differenze tra questi barolacci e i vini che beviamo e abbiam bevuto sono veramente dure da colmare, sia per me come per gli altri.

Granché non è che si raccapezzi quasi nessuno: tannini e acidità per quasi l'intero drappello smorzano, violentano e celano frutta, estratti o piacevolezza, sapore, questo è quel che mi resta, tannini e acido, quasi una scostante dimostrazione di superbia. Nessuno gioca con loro (noi). Gran percorso da fare e impervio per la comprensione. Il percorso è lungo e difficile, però se trovi gente che ti dice "non me ne frega nulla della tradizione e della diversità, ma conta quello che mi piace", io di fatica ne voglio durare di più, ma voglio arrivare in cima!! Sì, l'acidità e i tannini son forti e in tutti i vini bevuti, ma a un nebbiolo cosa gli chiedi? morbidezze moderne o rudezze antiche?

Più di uno insinua sospetti, sport diletto; si fanno notare prezzi e sacrificio economico di stoccaggio, sproporzionati, e poi nessuno li premia mica, no? Si prova l'ipotesi che forse ci si irrita perché tutto questo è ben fuori dalla nostra esperienza, ben lontano dai voluttuosi morbidumi o da Barolo nuovi.

Poi un commento che mi ghiaccia: dal '61 all'82 (seppur meno, quest'ultimo), sembrano vini congelati, immoti, sfingi, cubi freddi. Dall'89 si pensa a un vino con anni sulle spalle. A parlare è bocca tecnica e sapiente.

E mi balena la domanda: quanti di questi vini si sono mantenuti e quanti si sono evoluti? Gong del folletto di Porthos. Si sta ribaltando la scena: li abbiamo chiamati per mostrar a loro e a noi stessi l'evoluzione e ci ritroviamo con dei prigioni. Qualcuno sbotta lì il trito "se non son maturi ora non saranno maturi mai". Eppure, eppure, tenuti nella loro culla di cantina... ma così tanto li rallenta? Ammettiamolo pure, la domanda posta dall'enologo esperto ci ha tagliato le gambe a metà, il vino è fatto per esser conservato o per essere bevuto? Al che mi è rivenuta in mente una frase del Maestro Sostituto, indice di intelligenza e sapienza "ho sempre pensato che solo il tempo sia in grado di dare un reale 'valore aggiunto' ai grandi vini": ma questi vini hanno avuto tempo? La mia risposta è no, senza ombra di dubbio: dove sono le cedevolezze del colore, le smussature acido-tanniche della vecchiaia? Ibernati e stoccati non hanno vissuto una vita propria, ma solo pensato di viverla! Il vino ha bisogno d'aria e di luce, deve combattere, non lo possiamo mettere in zona temporalmente franca e poi sperar che ci estasi, che ci dia quel "valore aggiunto"! Per cui mi sento di dire ora a chi parlava così sapientemente di maturità: perché non verifichiamo la maturità su bottiglie non ibernate, ma vere d'enoteca?

Dovrebbe albeggiare l'esigenza di spingerci più in là, ma fin dove si deve costringerci a frugare? Mi attendevo vini disposti ad essere espansivi, dimostrativi, rigorosi ma inclini alla gente, e siamo davanti a qualcosa di inusuale, diverso, fuori dal consueto, ma ostentatamente carente di piacevolezza, tenerezza. Un'esperienza, ma senza piacere. Cosa intendi per piacere? Per me piacere è qualità ovvero capacità di soddisfare bisogni complessi e questi bisogni per ciascuno sono diversi, c'è chi si accontenta di tostato, di dolcezze, di frutti, e di marmellate; io ho bisogno di altro, vaghezze taglienti, sensazioni laceranti, verità temporali e l'unico appunto che posso fare a questa batteria è questo NON C'E' TEMPO in questi vini, non hanno una storia alle spalle che li sorregga nel bicchiere, che li faccia PIACERE a chi vi si avvicina per la prima volta.

Forse, mi bisbiglio da solo, siamo solo all'inizio dell'erta. Volevamo, credo, far contenti di una gioia profonda e piena, ma non è stato per nulla così. Una cosa è certa e due partecipanti l'hanno fatto capire chiaramente: esperienze così non capitano frequentemente e dobbiamo farne tesoro; se la differenza e lo scontro sono ciò che vogliamo nei vini, nei Borgogno ne ritroviamo a piene mani. Ci guardiamo, io e Antonio. Un po' delusi? Di certo dal '61. Ma compreremmo un vagone di '82.

Un abbraccio dai Fulminati

Antonio & Luca

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