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Bordeaux 2000 e un intruso

Il nostro gruppo di degustazione è tornato alla carica volendo misurarsi con un'annata che si è da tempo preannunciata come mitica, in un territorio che lo è da sempre, sì da aver rapidamente raggiunto prezzi che pure potrebbero (benevolmente) definirsi tali.
Stiamo parlando del Bordeaux 2000, salutato da Parker come "El Dorado", seguito (o anticipato, poco ha importanza) dal coro unanime della stampa francese e nordamericana in primis.
A nostro avviso il bordolese è una delle poche regioni vitivinicole del mondo che non gode di famma immeritata: ancora oggi raggiungere quei livelli di complessità, eleganza, concentrazione e insieme austerità, per non parlare delle capacità di invecchiamento, rappresenta un traguardo oltremodo lontano per molti pur grandi vini del Vecchio e Nuovo Mondo. Alla prova dei fatti, quanto a mio avviso è più difficile imitare sta proprio nell'uso sapiente del legno che, vuoi per le sue caratteristiche intrinseche, vuoi certamente per il felice incontro con il terroir, non si concede mai troppo, né inclina verso l'appariscente ma dubbio crinale del "dolce a tutti i costi" con quegli eccessi di speziatura che adombrano la materia prima e danno talora l'impressione di star masticando una caramella alla menta, o una stecca di vaniglia, o polvere di borotalco...
Certo, però, di qui a giustificare un'impennata di prezzi che, dopo il consistente aumento inaugurato con l'annata '95, ha visto nell'annata in questione un ulteriore picco (con una media del 50% in più rispetto al '99), davvero ce ne corre... Un po' per questi motivi, un po' per una salutare curiosità, abbiamo voluto introdurre nella degustazione, sempre rigorosamente alla cieca, un vino italiano che alcuni avevano già assaggiato nel corso di una precedente incontro e che, oltre all'ottima performance, si era contraddistinto per avere un profilo gustativo – fatto ben raro nei vini italiani – assai simile al Bordeaux.
Tra la sorpresa e l'incredulità di tutti, ecco le valutazioni espresse da tutti i degustatori. In corsivo, a mo' di controcanto, le valutazioni di Mario Di Pilla.
Pontet Canet (Pauillac): piuttosto chiuso ai profumi, ancora non si concede molto neanche in bocca, per cui, al di là della buona concentrazione, è difficile apprezzarne il profilo, ma indubbiamente è un vino di razza. Il vino più chiuso. Ho avvertito un profilo evoluto ed una nota tostata. Al primo assaggio mi ha impressionato poco ma pian piano è venuto fuori.
Carruades de Lafite (Pauillac): questo illustre secondo vino, blend di 51% Cabernet Sauvignon , 42% Merlot e 7% Petit Verdot, è stato, a mio avviso, l'unico un po' deludente della batteria. Sarà stata la forza degli avversari, ma in bocca, rispetto ad essi, sembrava scivolare, senza lasciar intravedere una maggiore eleganza "compensativa". Ho avvertito sia al naso che, soprattutto, in bocca, evidenti note vanigliate che coprono un po' la nota fruttata. Elegante ma non di grande struttura, con una evidente nota acida ed una freschezza forse eccessiva.
Pichon Longueville Comtesse de Lalande (Pauillac): questo vino (50% Cabernet Sauvignon, 34% Merlot, 10% Petit Verdot, 6% Cabernet Franc), dai profumi straordinari e di pari concentrazione, presentava in bocca una nota di erbe amare al momento un po' troppo spiccata che forse impediva di apprezzarne appieno la complessità, fermo restando come la stessa nota sia predittiva, nei Bordeaux, di grandi potenzialità. Dunque sicuramente un grande vino che magari al momento non si fa troppo amare ma la cui austerità è destinata (per chi può permettersene lo stoccaggio...) a un'evoluzione ai vertici. Vino molto pulito ed equilibrato. Evidente la nota erbacea, che non ho apprezzato.
Lynch Bages (Pauillac): straordinari profumi, straordinaria lunghezza, una accattivante nota dolce inusuale per gli altri suoi "colleghi" d'annata: che dire di più di questa ottima versione di un vino (71% Cabernet Sauvignon, 16% Merlot, 11% Cabernet Franc, 2% Petit Verdot) forse più godibile del solito sin dall'immediato? Mi ha impressionato la particolare intensità del colore, granato intenso, presente peraltro anche negli altri campioni anche se non in tutti in pari misura. All'olfatto ho avvertito una intensa nota di frutta rossa matura, magari un po' troppo. L'impatto in bocca è potente, ma forse un po' scomposto e non elegante.
Clos de l'Oratoire (Saint Emillon): E' molto piaciuto (quasi a tutti) questo vino che, forse per la probabile maggiore presenza percentuale di Merlot, è risultato più "pronto", fermo restando concentrazione, note tostate e quant'altro nobilita i suoi rivali. Non l'ho apprezzato moltissimo: l'ho trovato un po' scomposto, ancorché potente. Ho avvertito un tannino ancora troppo ruvido che lascia in bocca sensazioni astringenti leggermente aspre ed amare. Non sono d'accordo con la prontezza, forse può migliorare con l'evoluzione.
Ed ecco la sorpresa: alla scopertura delle bottiglie si è rivelato che il vino che tutti avevano preferito (con l'eccezione del mio ex aequo) e che quasi tutti avevano scambiato per un Bordeaux era in realtà un blended siciliano 90% Cabernet Sauvignon e 10% Nero d'Avola, frutto dell'impegno (la prima annata se non andiamo errati) di Riccardo Cotarella con una "materia prima" forse lontana da quella da lui prediletta e che, a mio giudizio, rappresenta, proprio per questo, il terreno in cui eccelle (Montevetrano docet). Il vino in questione, non certo una new entry, ma d'un livello che m'è parso nettamente superiore alle precedenti versioni, è il Litra. Già ai profumi risultava particolarmente intenso e complesso: frutti neri, tostato, caffè, ed una discreta ma nell'insieme straordinariamente ben inserita nota mentolata (l'unica, a posteriori, che avrebbe dovuto render conto della provenienza extra Bordeaux, legata presumibilmente al 10% di barrique di legno americano che affiancano il restante 90% di provenienza francese). In bocca tutte le promesse sono mantenute: lunghezza, concentrazione, note di erbe amare e di goudron. L'unico rilievo critico, se così si può dire, per cui personalmente ho deciso, dopo avergli anch'io assegnato d'impulso il primo posto, di porlo ex aequo con il Clos de l'Oratoire, è una certa esuberanza giovanile, una certa irruenza che, dinanzi appunto alla eleganza del secondo, potrebbe al momento risultare un po' scomposta. Ma è proprio questa irruenza che ha fatto ipotizzare a molti che ci trovassimo dinanzi al Bordeaux più promettente quanto a evoluzione...(95\100). Colore particolarmente intenso ed impenetrabile, cupo. All'inizio i profumi evidenziano note mentolate, balsamiche, non eccessivamente pulite. Poi, però, vengono fuori profumi più evoluti, note di fieno, di caffé. Grande l'impatto in bocca, anche se un po' aggressivo, caratterizzato dalle stesse note evolute apprezzate in fase olfattiva e da una notevole persistenza. Primo posto.

Ora, a carte scoperte, il problema è in realtà proprio questo: Che ne sarà di questi vini tra cinque, dieci, venti anni? Da questo punto di vista i Bordeaux hanno dalla loro la garanzia della storia...ma il Litra? Non resta che... darci appuntamento tra dieci, o meglio vent'anni!
Ed ora la consueta nota gastronomica. La cena si è aperta con un semplice ma delizioso piatto di spaghetti con porro e zenzero (Alessandro Amerigo), certo un'accoppiata un po' discutibile per tali vini, ove sicuramente il Carruades ha potuto rivelare le sue carte, ma magari un bianco l'avrebbe fatto anche meglio... Si è poi passati ad una pasta al piccione disossato (Mario Di Pilla). Un piatto importante che ha bene retto il confronto anche con i vini più concentrati. Infine abbiamo chiuso con un agnello al forno con salsa greca (Lika Costis) che all'eccellente fattura univa i marcati sentori tipici della carne, accompagnato da una caponata di verdure (Franca Gambera) che ben rivelava, in omaggio al Litra, l'impronta sicula. Tra queste delizie l'accuratezza delle note degustative (beninteso in un primo momento prese a digiuno..ma nella spasmodica attesa della cena ) ne ha risentito non poco. Questo è d'altronde lo spirito dei nostri incontri: una valutazione "su strada" che probabilmente maschera tante note tecniche del vino, ma rende forse più immediato il giudizio di gradevolezza ed esalta il piacere della convivialità.
Ed allora, per compensare chi avrebbe desiderato qualche commento più preciso intorno ai vini, chiudiamo con una ricetta propostaci da Mario...forse non proprio sua, ma sicuramente interpretata con sapienza!

Ragù di piccione:
Ho rosolato il piccione in olio extravergine di oliva, dopo aver inserito al suo interno burro, aglio, salvia, rosmarino, sale e pepe, ed averlo chiuso e legato stretto. Ho aggiunto quindi un battuto di sedano, carota e cipolla di Cannata, scalogno, salvia e rosmarino. Dopo un po' ho aggiunto fegatino di pollo, stomaco e fegato del piccione e, dopo qualche minuto, un bicchiere di Pinot nero. A cottura ultimata ho frullato le verdure, disossato il piccione e l'ho tritato al coltello. Col ragù ottenuto ho condito le penne, mantecandole infine con parmigiano grattugiato e olio extravergine.

Oltre all'autore di queste note ed a Mario di Pilla hanno partecipato alla degustazione:
Alessandro Amerigo, Franca Gambera, Magdalene Jiménez,Marisa Cecilia, Maurizio Ambrogi, Flaminia Bizzarri, Lika Costis e Ubaldo.

 

Giuseppe Martini

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