logo porthos

Indipendenti da sempre,
ci occupiamo di vino, cibo e cultura

Il tuo carrello è vuoto

ico fbico twico isico gplusico ytico yt

Archivio

Anteprima Vini Costa Toscana 2003: appunti di degustazione

appunti di degustazione

 

L'annata 2002 è stata quanto meno difficile. Possiamo solo supporre i rattoppi che molti viticoltori avranno cercato di fare: surmaturazioni, macerazioni lunghe, concentrazioni, selezioni e diradamenti disperati? Comunque stiano le cose, alcuni risultati sono purtroppo caricaturali, talvolta fastidiosi. Certi protagonisti si avvicendano e ripropongono in molti vini: succo di vaniglia, sciroppo d'amarena, torrefazione, cotto dell'anguria e della frutta dimenticata d'estate in fondo al sacchetto di plastica nel bagagliaio dell'auto. La necessità di presentare vini tanto affaticati in anteprima non ha certamente semplificato il compito dei produttori.

 

 

Sull'inopportunità dell'en primeur, Porthos si è già pronunciata in altre occasioni: lo riteniamo evitabile e fallace. In questo scenario, ecco le nostre impressioni.

Grosseto
Per la Doc Montecucco gli esiti sono vini frammentati, con acidità di fondo e dure, amari densi e persistenti anche nei finali. Grami i risultati del Morellino di Scansano, una denominazione che potrebbe puntare sulla bella agilità del proprio Sangiovese.
L'esito del 2002 sono invece vini spesso "spremuti" e pesanti, con una presenza ingombrante del legno. Ci sentiamo di dire qualcosa sul Costanza Malfatti, erbaceo e vario, ma soprattutto sul Carato di Erik Banti, etereo ma solare, abbastanza teso con grazia fra terra e mare, e sul San Giuseppe di Mantellassi: salsedine, bosco, ribes e legno (che eccede nel finale), con una bocca sanguigna e croccante.

Il resto del Grossetano è piuttosto deludente. Dànno segni più incoraggianti l'Avvoltore Moris Farms, compatto balsamico e chinato, che vorremmo considerare in prospettiva, e il Poggio Foco, un taglio bordolese non troppo appesantito ma severo, anch'esso da riassaggiare in futuro.

Livorno

Il Bolgherese esce dall'anteprima 2002 meglio di tutte le altre zone. Emerge un potenziale di finezza e eleganza che latita altrove, e che in una vendemmia come questa ha costituito un "salvagente" per chi non ha inteso puntare sui muscoli.
Non ci ha emozionato il Grattamacco Collemassari: erbaceo di prezzemolo e burroso, frutta e rovere un po' scontati, con una bocca sciropposa e polverosa. Il Podere Casa al Piano di Tringali Casanuova rivela un tono elegante di Cabernet, speziatura e balsamicità leggere. Eleganti anche la china, l'uva passa e il cioccolato. In bocca convince meno: lo slancio è trattenuto da una rete di confettura cupa e rabarbaro. Benino il Guado al Melo, che avrà bisogno di tempo per sanare il tono medicinale e un po' cotto, e la bocca ricca densa e succosa ma ingombrante. Il Montepergoli di Enrico Santini ha naso balsamico, di formaggio e stalla, pompelmo e pomodoro, carne cruda e mandorle. La bocca è equilibrata e densa; il finale è ricco e coerente, con il legno che torna un po' invadente. Il Piastraia di Michele Satta è lento, fine e elegante: talco e fiori in progressione. Il gusto è suadente e croccante; il rovere chiede ancora tempo. L'Argentiera rivela molto legno ma ben dosato, un cacao fragrante e una certa tenerezza. La bocca è severa, amara, austera e tannica; il finale è intenso di orzo e caffè tostati. D'altra impostazione il Sassicaia Tenuta San Guido, che esibisce un colore granato leggero. Un bel balsamico di eucalipto e mogano, e un affumicato elegante, suadente e fascinoso, con un modo quasi montano. La bocca è misurata, succosa, di salsa di pomodoro e torna il balsamico. Va cercata. Finale tostato fine e lungo. Una prova di levità. Il Paleo Le Macchiole ha un tono cupo alcolico e erbaceo, poi un legno non molto gradevole. Bocca ricca di radice, tamarindo, liquirizia. Lascia pensierosi il controllo dell'amaro. Crediamo che sia davvero troppo presto per pronunciarsi.

La Val di Cornia ci è parsa in assoluto la zona più in difficoltà: vini pesanti e in cerca spasmodica di concentrazione, con colori impenetrabili, legno in quantità e sciroppi di amarena al naso, oltre a una certa omologazione di fondo.

Lucca
L'Anfidiamante della Fattoria del Teso ci è sembrato modulato e incisivo senza eccessi. In bocca non ha grande slancio ma una certa serietà e stabilità. Improntato al taglio verde del Cabernet il Cosimo il Vecchio della Fattoria Attilio Tori, potente e varietale con toni mediterranei di gelsomino e glicine. Due i vini della Doc Colline Lucchesi che segnaliamo: il Picchio Rosso del Colle di Bordocheo è vino verace, abbastanza sbrigliato, con note di nocciola e torta su un fondo palustre. E' rustico e penetrante. Un vino agile di una vinosità rampante è Le Tese dell'agricola Valgiano: cenere, terra, minerale, uccelliera: una fragranza quasi scomposta ma bella. In bocca è inaspettatamente fruttato. L'Igt Toscana Bernino dell'azienda Greo ci è parso più difficile e fascinoso; naso medicinale e di nero di seppia, radici, biancospino che sembra cercare il territorio; in bocca è tenero e morbido, non molto strutturato, con un epilogo abbastanza convincente. Bene il Poggio de Paoli di Vigna di Gragnano dall'impatto severo di erbe aromatiche e legno. Il Merlot e il legno ne segnano fortemente l'identità, ma senza invadenza; la bocca è soda e tesa. Bene anche il Niffo di Terre del Sillabo: salsa di pomodoro, ragù di carne, rosmarino in un naso salato e efficace. Bocca tannica, ordita, equilibrata, con bei ritorni balsamici. Ma il vino della provincia di Lucca che probabilmente ci ha convinto di più è il Cardinal Buonvisi della Tenuta di Forci. Un colore caldo e trasparente; un naso macerato di boero e tamarindo, spezie cioccolato e verdura cotta, erba tagliata. Affascina anziché destare il sospetto di una stanchezza di partenza. La bocca è docile, forse sul filo dell'ossidazione, ma succosa. Tornano cioccolato e miele. Un vino curiosamente quasi decadente, capace di destare emozioni.

Massa Carrara
Belle sorprese da entrambi i vini. Il Montervo di Cima ha una vinosità senza fretta di tabacco da sigaretta arrotolata. Compatto, fine, ordinato, non facile. La bocca è in linea, modulata e bilanciata, voluminosa. Peccato che il legno tenda a emergere e il finale subisca un po' la vaniglia. Ottima impressione dalla Merla della Miniera di Terenzuola. Caffè, frutta macerata, pomodorino e alcol denaturato; non facile ma profondo. In bocca ha tensione, una bella pungenza, grinta e corrispondenza. Il finale è serio, lungo e minerale. Vorremmo riassaggiarlo a suo tempo.

Pisa
Poche le cose davvero interessanti in questa provincia. Il Ceppatella di Fattoria di Fibbiano è croccante di orzo e biscotto e abbastanza vario al naso. La bocca è più amara e appesantita. I Renai di San Gervasio è improntato all'estrazione, con tannini massivi, lo rivedremmo tra qualche tempo. Il Casa Nocera di Pagani de Marchi ha una certa eleganza malgrado il carico di frutta passita, anguria, pesce e spezie.
Di impronta un po' bordolese il Nambrot Tenuta di Ghizzano; sangue e ferro e una freschezza vegetale coperti dal rovere; un tono di bosco. Il legno tende però a scemare lasciando spazio a una bocca tesa e importante, balsamica, morbida ma non troppo svenevole. Lo attendiamo. Anche il Varramista di Fattoria Varramista ci ha fatto una buona impressione: macchia, bosco, confettura, pomodoro e una punta animale e di zolfanello ne rendono interessante il profumo. La bocca è pepata e vivida, anche se manca un po' di sana cattiveria.

Libri

La Rivista