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Le degustazioni

Il Primitivo tra Manduria, Salento e Gioia del Colle

Se nu te scierri mai delle radici ca tieni

rispetti puru quiddre delli paisi lontani

Se nu te scierri mai de du ede ca ieni.

dai chiu valore alla cultura ca tieni
(Se non dimentichi mai le tue radici
rispetti anche quelle dei paesi lontani.
Se non scordi mai da dove vieni
dai più valore alla tua cultura).
“Le radici ca tieni” da “Lontano”, Sud Sound System, 2003


Non poteva che iniziare così, con la citazione bella (e giustamente retorica) di un gruppo tra i principali della musica alternativa italiana. Sono i ricordi spensierati e variopinti del periodo universitario e questa era una canzone importante per noi studenti fuorisede, orgogliosi di rivolgere lo sguardo al Grande Padre Sud, di rivendicare origini, paesaggi, vini e innumerevoli altre cose che emergevano prepotenti quando si stava insieme, magari nelle cucine comuni delle case dello studente. Condividevamo i cibi arrivati tramite i mezzi più disparati, camion, le poste, il familiare che passava in zona. Come potevano mancare due, tre, cinque litri di vino fatto in casa? La norma era portare, a testa, una bottiglia da un litro e mezzo, così sul tavolo c’erano i liquidi più incredibili: scuri, rossi, rosati o bianchi; siciliani, calabresi, lucani, pugliesi, sardi, sempre densi, carichi, dalle gradazioni folli, amabili, acetici, deliziosi. Tutti testimoni, disincantati, rispondenti a un (bi)sogno tutto domestico, quotidiano, sicuro. Non servivano classifiche, la bontà di un vino corrispondeva alla bottiglia svuotata prima e più desiderata al prossimo “incontro”.
Sono passati dodici anni, tutto è cambiato, eppure nulla è cambiato. Mi spiego: non ci importava molto del vino in sé, era una scusa, un modo per parlare di casa, per raccontare storie di vita in un pranzo della domenica, tra un esame e l’altro, per ridere e meravigliarsi, distrarsi. Un po’ come oggi, con l’unica differenza che queste storie sono diventate indispensabili, cercate a tal punto che lasciarsi sorprendere è la parte più bella del mio lavoro.

foto intro

Il Sud del Sud (dei Santi)

Dal 2013 scandagliamo le più rilevanti zone del Meridione vitivinicolo. Dopo Etna, Taurasi, Mamoiada e Cirò, è il momento delle Murge baresi, tarantine e del Salento. Un territorio vasto, diversificato, dalle ampiezze panoramiche, vivo di peculiarità e contrasti; quintessenza del Mediterraneo, di mari e luci, superfici e sottosuoli, con un leitmotiv: il Primitivo.
La volontà (e il desiderio) è sempre poter osservare da vicino i territori e i produttori che hanno scelto di presidiare un luogo, di custodirlo, di fare vino che rappresenti quella terra e, in qualche modo, se stessi. Dopo smarrimenti e preconcetti, divergenze, ripensamenti il Sud ha ancora tanto da dire a cominciare da cose dirette, inequivocabili. C’è poco spazio per terroir romantici, vini sapientemente degustati, discettazioni varie. Sembra che, ancora più che altrove, i luoghi li devi calpestare per raccontare quel che si vede, le impressioni, le vicende, le pietre.

paese puglia

Si parla (ancora) dell’enologia pugliese come non ancora “espressa”, di vino che taglia e ha tagliato i taglienti liquidi del nord. Oppure di vino da tagliare perché ruvido, fitto, alcolicissimo. Si parla di enormi volumi, cantine sociali fallite o tenute a galla, come in tanti altri luoghi del Mezzogiorno. La Puglia ha un volto vecchio e uno nuovo, come Giano guarda al passato e al futuro (e al presente? chi guarda?), persiste il modello dei vini classici, blasonati, riconosciuti, frutto-colore-volume-calore. Per carità, caratteristiche vere ma non esclusive o per forza qualificanti. C’è la Puglia dei produttori che proteggono luogo e vino, che non forzano, non concentrano, non hanno bisogno di stupire e non si limitano a produrre vini dozzinali, apolidi. I “nuovi” contadini possono essere farmacisti, medici, letterati, psicologi, figli di contadini o d’ingegneri. Valorizzano l’unicità degli spazi, delle terre che abitano, siano rimasti lì o rientrati all’ovile dalla città. Badano al sodo, a un vino dal quale escludere geometrie, dimensioni, calcoli, dal quale tirare fuori un calore partecipe, un temperamento coinvolgente, incline all’annata, al contesto viticolo, alla campagna.


Geografie del Primitivo

La Puglia può essere suddivisa in diverse macrozone, in base ai caratteri geomorfologici e idrogeologici. Da nord a sud abbiamo il Gargano, il Tavoliere, l’altopiano delle Murge suddiviso in Alta Murgia, Murgia barese, tarantina e, infine, il Salento.
Una regione piana, priva o quasi di zone montuose, eccezion fatta per la Daunia (qui e sul promontorio del Gargano si superano i mille metri). Gran parte della superficie è costituita da un altipiano pianeggiante che scende gradualmente dall’Alta Murgia, sui 700 metri di altitudine, ai 350 circa delle Murge baresi. In tutto il territorio la roccia è solida, costituita da calcari bianchi, coperta da pochi centimetri di terreno eluviale, disgregato e rimasto sul posto. La Puglia è sprovvista di corsi d’acqua, dunque non vi sono depositi alluvionali; inoltre, è priva di vulcani. La circolazione idrica è sotterranea, carsica, con innumerevoli condotti, grotte, gravine, doline.

cartina fisica puglia
dal sito www.vieste.it

Nel 2010 la superficie complessiva coltivata a primitivo ammontava a 10.700 ettari per circa 500.000 ettolitri di vino. Nel prossimo paragrafo esploreremo i diversi territori per capire come influenzano l’espressione del Primitivo. Ho pensato di iniziare dalla zona meridionale, un po’ per esigenza, un po’ per logistica, e poi, da ragazzo del sud, mi sembrava la prospettiva più naturale.
Poniamo la lente d’ingrandimento sulle zone di Manduria, Salento brindisino e leccese, Colline joniche tarantine e Gioia del Colle; zone distanti ma unite da un vero e proprio fil rouge: la terra rossa (e il calcare).

Agro di Manduria
Il primitivo è il vitigno più diffuso della provincia di Taranto, basti pensare che occupa il 70% di tutta la superficie vitata. Negli anni venti iniziò la sua enorme espansione, diventando una vera monocultura che si estese, pochi anni dopo, anche all’area salentina. Oltre a Manduria, questa zona comprende altri luoghi fondamentali per la produzione di vino come Lizzano, Maruggio, Faggiano, Sava, Torricella, San Marzano di San Giuseppe. Gran parte del territorio è pianeggiante, lievi colline sfiorano i 150 metri, riparato a nord dalla corona delle Murge. Manduria, la città più rappresentativa del Primitivo, è equidistante da Taranto, Lecce e Brindisi, situata sulle murge tarantine a circa 80 metri s.l.m. Nell’agro manduriano si contano oltre 7000 ettari di vigneto, buona parte del quale allevato ad alberello. Suolo fertile, vicinanza al mare, clima tipicamente mediterraneo, venti costanti ed escursioni termiche sono le caratteristiche di tutta l’area. I vigneti si alternano agli uliveti, in alcuni casi sussiste la coltivazione mista, tra l’altro era consuetudine piantare gli ulivi nel vigneto quando questo raggiungeva un’età ragguardevole ed era prossimo all’espianto. Inoltre i mandorli, i fichi e i fichi d’India crescono abbondanti ovunque. Prevalgono i suoli alcalini calcareo-argillosi, strati più o meno profondi di terra rossa, con falde tufacee. A ridosso della costa le terre sono sabbiose e sottili. In tutto il comprensorio si trovano tracce di reperti neolitici, messapici, greci e romani. Un elemento caratterizzante è la presenza di costruzioni realizzate con le pietre estratte dai terreni: muretti a secco delimitano i poderi e i trulli (localmente pagghiare) che, in questa zona, erano adibiti principalmente a rifugio per gli animali e gli attrezzi da lavoro.

Salento brindisino e leccese
Il Salento, terra d’elezione del negroamaro (il primitivo è comunque molto coltivato, se escludiamo Taranto, si toccano i 2000 ettari), comprende un’estensione enorme: le province di Taranto, Brindisi e Lecce. Il territorio più a est d’Italia è considerato un’entità culturale, prima che geografica. Una penisola lunga circa 140 km, e larga 40, che costituisce la parte meridionale della Puglia e si protende tra il Mare Adriatico e il Mar Jonio. I suoli calcarei e le terre rosse, l’andamento pianeggiante interrotto da rilievi collinari poco elevati, chiamati “serre” o “gobbe”, sono gli elementi che caratterizzano il paesaggio salentino. L’influenza dei due mari determina un clima unico, caratterizzato da alte temperature estive ed elevato tasso di umidità, piogge più abbondanti rispetto al Settentrione pugliese. Le tipiche terre rosse salentine di natura calcareo-argillosa sono quasi ovunque coltivate e i muretti a secco separano le proprietà e ornano gli ulivi secolari. Tipiche, bianche, scintillanti sono le masserie edificate per lo più tra XVI e XVII secolo.

Colline joniche tarantine
È il territorio di “transizione”, a metà strada tra Gioia del Colle e l’area jonica tarantina. Divenuto di recente denominazione di origine, comprende luoghi importanti dal punto di vista storico, culturale e agricolo, come Mottola, Castellaneta, Martina Franca e Grottaglie. Si estende tra la piana costiera jonica e le colline circostanti al Golfo di Taranto. Si tratta di un’area che si eleva sopra i 300 metri e forma un altopiano ondulato, costituito da colline con esposizione a sud, verso lo Jonio, e una zona interna più fresca e piovosa, al riparo dai venti del mare. I suoli sono argillo-limosi e calcarei, compatti nella zona di Mottola diventano calcarei sciolti verso Castellaneta. Il territorio collinare carsico è attraversato da gravine e grotte, inoltre non mancano ampie aree boscose.

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Gioia del Colle

La culla del primitivo, come diremo più avanti. Comprende alcuni comuni in provincia di Bari: Altamura, Cassano delle Murge, Castellana, Conversano, Turi. Tuttavia solo a Gioia del Colle possiamo trovare una produzione significativa.
La Murgia barese (dal latino murex, roccia aguzza) è un grande altopiano carsico. La pietra calcarea affiorante è stata frantumata o asportata dai campi per renderli coltivabili e utilizzata per costruire i manufatti tipici delle campagne pugliesi: muretti a secco e trulli. Le sezioni più fertili sono coltivate a uliveto, mandorleto e frutteto, le altre a seminativi. I rilievi di media collina sono formazioni calcaree cretaciche comprese tra i 120 e i 500 metri sulle quali sorgono ampie porzioni boscose. Mancano corsi d’acqua superficiali, mentre è presente una circolazione idrica sotterranea, tipicamente carsica. Il clima è mediterraneo, fresco specialmente nelle zone interne. Il primitivo, qui, risiede su terreni alcalini, calcareo-argillosi, misti a rocce calcaree, silicee e tufacee. Si tratta di suoli poco fertili, magri e difficili, con terre rosse ricche di sesquiossido idrato di ferro. Lo strato di terra superficiale deriva dal disfacimento e dalla trasformazione dello strato superficiale di calcare, in molti casi è spessa meno di un metro, poggia su un basamento di roccia e le radici della vite si fanno spazio tra le fenditure. I vigneti situati tra i 200 e i 400 metri sono soggetti a notevoli escursioni termiche e sono esposti a una particolare ventilazione. I vini hanno una sapidità terrosa e decisa che li contrappone in modo forte alle calde sensazioni dell’estremo Salento. Il registro continentale dei vini di Gioia del Colle non esclude la gagliardia propria del primitivo tarantino. Ad ogni modo sono tanti gli aspetti da tenere in considerazione, dai cloni, alle rese, al tipo di allevamento. Le note distintive e le sfumature emergeranno nelle note di degustazione inserite a chiusura del pezzo.



Una storia recente

L’origine del primitivo non è ancora nota. Spesso, troppo spesso, è liquidato come originario dell’Illiria e “consanguineo” del plavac mali. La storia è più articolata. I dati sinora disponibili sembrano rintracciare questa varietà, in epoca medievale, nell’area mitteleuropea tra Ungheria, Germania, Austria, Slovenia e Croazia.
In Dalmazia dimora un vitigno analogo al primitivo chiamato tribidrag, dal quale si ottenevano vini molto richiesti durante il XV e il XVI secolo. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, il tribidrag, chiamato intanto anche crljenak kastelanski (ne parleremo più avanti), incrociato spontaneamente con un altro vitigno croato chiamato dobricic, ha dato vita al plavac mali. Quest’ultimo ha dimostrato presto di essere più resistente alle malattie e generoso nelle rese dei suoi genitori fino a sostituirli progressivamente. Tratteremo la questione genealogica nel paragrafo successivo.
In quell’epoca il vitigno, arrivato in Puglia probabilmente grazie a profughi slavi, deve aver preso il nome di zagarese che ne ricorda l’origine slava (Zagabria). Queste popolazioni in fuga avrebbero portato con sé marze o barbatelle introdotte nella zona di Gioia del Colle. Ancora oggi nella città sono diffusi cognomi che ne testimoniano le origini: Schiavone, Montenegro, Albanese.
A fine Settecento don Francesco Filippo Indellicati (1767-1831) iniziò a isolare un particolare clone proprio a Gioia del Colle. Avrebbe selezionato una varietà ben adattata al contesto e che dava uve abbondanti, dolci e di ottima qualità, dalla maturazione precoce: da qui “primativo”, “primaticcio” e “primitivo”. Il sacerdote primicerio creò, per talea, la prima monocoltura di primitivo storicamente documentata in un appezzamento, in località Liponti, nella contrada Terzi di Gioia del Colle. Proprio la sua precocità si dimostrò favorevole per la diffusione, l’uva raccolta nella prima decade di settembre, anticipava i cambiamenti climatici autunnali e le piogge. La letteratura viticola pugliese degli inizi del XIX secolo conferma che il primitivo non era ancora conosciuto come tale, mentre ci sono ampie notizie sullo zagarese. Il primo a rendersi conto della strettissima parentela tra i due vitigni fu, nel 1887, il Rovasenda nel suo saggio sull’ampelografia universale, sostenendo di aver «ricevuto col nome di Zagarese un vitigno identico al Primitivo». Recenti ricerche hanno evidenziato che esiste identità genetica del primitivo con almeno un clone dell’antico vitigno.

alberello morella

Zinfandel & co.

Facciamo un salto in avanti che vale da premessa: lo zinfandel è il vitigno, tra quelli associati al primitivo, storicamente nato e sviluppatosi per ultimo, ma è il primo ad aver avuto successo in campo enologico, tanto da favorire il lavoro di ricerca. L’episodio fondamentale risale al 1967, quando Austin Goheen, fitopatologo dell’università californiana di Davis, di ritorno dalla Germania, fece tappa a Bari per incontrare il collega Giovanni Martelli. Lo studioso statunitense ebbe modo di assaggiare un Primitivo e notò che il vino somigliava in modo impressionante allo Zinfandel. Goheen chiese di poter controllare se anche il vitigno pugliese potesse avere qualcosa in comune con quello statunitense. La mattina seguente i due si recarono nei vigneti di Gioia del Colle, fu allora che il fitopatologo californiano trovò una prima conferma alla sua intuizione e diede l’avvio a una serie di ricerche ampelografiche. Nel frattempo, sempre all’interno dell’università di Davis, iniziò il prezioso lavoro di ricostruzione del professor Sullivan, le cui indagini rintracciarono sia la presenza dello zinfandel nel vivaio di un certo George Gibbs a Long Island, tra il 1820 e il 1829, sia la citazione del “Black Zinfardel of Hungary” nel libro intitolato “A Tretise on the Vine” pubblicato nel 1830 da William Robert Prince. Lo storico ipotizzò che l’arrivo dello zinfandel a New York potesse essere avvenuto dalla collezione imperiale esistente a Vienna presso il castello di Schonnbrunn. Dopo la seconda metà del XIX secolo, lo zinfandel arrivò in California e, anche in questo caso grazie alle sue caratteristiche, divenne la varietà più diffusa. Rimaneva il problema del nome: il termine zirfandel, poi divenuto zinfandel, originerebbe dalla modificazione di tzinifandli, czirifandli, parola ungherese obsoleta, derivata dal termine tedesco zierfandler, una varietà a bacca bianca (gruner sylvaner) di origine austriaca. Dunque potrebbe trattarsi di un errore di compilazione.
Nel 1975 anche il vino ottenuto da alcune viti originarie della Puglia, e piantate nelle vigne sperimentali dell’ateneo californiano, risultò davvero molto simile allo Zinfandel. L’anno seguente furono presentati i risultati delle ricerche condotte con metodiche iso-enzimatiche, queste dimostravano che zinfandel e primitivo erano probabilmente la stessa varietà. Nel 1994 Carole Meredith, importante ricercatrice di Davis, fu in grado di confermare che zinfandel e primitivo sono due cloni della stessa varietà. La scoperta rimise in discussione l’origine del vitigno e riaccese l’interesse per la ricerca storica, ampelografica e genetica.

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Come già detto, la somiglianza tra primitivo e zinfandel con la varietà croata plavac mali, e dei vini che se ne ottengono, aveva fatto pensare che si trattasse di un unico vitigno. Già nel 1982 Goheen concluse che fossero varietà simili ma non identiche. All’inizio degli anni novanta Miljenko Grgich, produttore di vino di origine croata, assicurò a Carole Meredith il supporto per ulteriori ricerche con le nuove tecniche dell’esame del DNA. Nel 1998 la studiosa, con un’equipe dell’università di Zagabria, raccolse da vigneti lungo la costa croata e su alcune isole 150 campioni di plavac mali, era chiaro che questo e lo zinfandel non erano la stessa varietà ma erano imparentati tra di loro. La ricerca continuò, in particolare nelle isole e si rafforzò l’idea che lo zinfandel traesse le origini da un vitigno croato scomparso in seguito alle devastazioni fillosseriche. Nel 2000 i ricercatori croati inviarono a Davis nuovi campioni, tra i quali uno particolarmente interessante. Si trattava di una varietà molto antica chiamata dobricic, coltivata sull’isola di Solta, vicino a Spalato. Nel 2001, due membri dell’università di Zagabria segnalarono alla Meredith di aver rintracciato in un vigneto di Kastel Novi nove piante di un antico vitigno, ormai quasi scomparso, chiamato crljenak kastelanski (Rosso di Kastel). Le analisi genetiche preliminari eseguite a Zagabria sembrarono confermare che crljenak kastelanski, zinfandel e primitivo sono la stessa varietà e, il primo, è il più antico. Inoltre apparve chiara l’origine del vitigno nell’area mitteleuropea e balcanica, corrispondente a quella che un tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico.

Il Primitivo, peculiarità
La descrizione dei territori nei quali è radicato il primitivo può far pensare alle scarse esigenze nutrizionali che ne ha consentita la diffusione anche su terreni ricchi di scheletro e poco profondi.
Il germogliamento tardivo (tra metà aprile e la prima decade di maggio nella Murgia barese, una quindicina di giorni prima nel tarantino) fa sì che il vitigno sia poco vulnerabile alle gelate primaverili. Lo scambio con alcuni produttori mi ha permesso di capire che spesso il primitivo predilige una potatura corta, a due gemme, perché incline a una produzione abbondante, altri mi hanno riferito che preferiscono lasciare qualche gemma in più così da non far alzare troppo il tenore zuccherino, già esuberante, del vitigno. I cloni si sono distinti e adattati a pedoclimi piuttosto diversi, basti pensare alle caratteristiche di Manduria e Gioia del Colle...

distesa alberelli

La buccia del primitivo è molto ricca di antociani, non è spessa e ha poca resistenza alle precipitazioni, inoltre è moderata anche la dotazione tannica. Il ciclo vegetativo annuale breve e la conclamata maturazione precoce permettono la raccolta prima delle temute piogge autunnali. La caratteristica peculiare del vitigno è la possibilità di vendemmiare due volte: tra la fine di settembre e la prima decade di ottobre si esegue la raccolta dei racemi, il frutto dei tralci secondari (femminelle) dai quali deriva un vino meno alcolico e vigoroso e più acido. La coltivazione tradizionale del primitivo è l’alberello. A Manduria, in particolare, si possono osservare vecchi ceppi secolari, i primi a portare a maturazione le uve e capaci di ergersi a 150 cm dal suolo, gestiti a mano, dalle rese naturalmente basse. Come in altri luoghi d’Italia, anche qui è una conduzione in progressivo abbandono a vantaggio della spalliera e del guyot, sistemi ampiamente meccanizzabili.
Il primitivo è la terza varietà più coltivata in Puglia, dopo sangiovese e negroamaro, segue subito il montepulciano. Il sangiovese, dunque, è il primo vitigno coltivato in regione: spesso presente o comunque ammesso nella miriade di denominazioni pugliesi, è entrato di prepotenza e con le rese abbondanti dei tendoni, dalla Daunia al Salento, a far parte della grande cisterna pugliese che riempie i P.E.T. da 5 litri.
Due note di colore: la Puglia accoglie oltre 1000 ettari di Lambrusco maestri (oltre a quasi 600 di Lambrusco a foglia frastagliata), può sorprendere sapere che è la seconda regione italiana, dopo l’Emilia Romagna, per produzione. Certamente è un vitigno autorizzato (IGP Puglia Lambrusco) ma viene anche utilizzato (e non necessariamente dichiarato) nel taglio con vini a denominazione di origine. La profondità e, ancor di più, la stabilità del colore lo fa rientrare a pieno titolo tra i “migliorativi”. Vediamo fin quando si continuerà a dare così tanta importanza alla veste cromatica...
A proposito, nel 2011 sono state apportate alcune modifiche al disciplinare del Primitivo di Manduria DOC. La più eclatante è la diminuzione della percentuale di primitivo che passa all’85%, consentendo l’impiego di un 15% di uve a bacca nera non aromatiche. Com’è accaduto nello stesso anno al Cirò rosso (la percentuale di Gaglioppo è ancora inferiore, l’80%), possono concorrere anche vitigni internazionali alla produzione di vini rappresentativi di un luogo, con un’identità culturale così spiccata come in questi due “baluardi” del vino meridionale.




I due incontri de Il Primitivo tra Manduria, Salento e Gioia del Colle si sono svolti presso la sede di Porthos, organizzati da Matteo Gallello, realizzati con la collaborazione di Maria Pia dell’azienda agricola San Maurizio di Settefrati (FR), Pane & Tempesta, La Tradizione e Gabriele Bonci, grazie all’aiuto di Chiara Guarino, Roberto Muzi, Graziela Galardi e Pino Carone.
Condotti da Matteo Gallello e Sandro Sangiorgi, con la partecipazione di Paolo Patruno dell’azienda Patruno Perniola.

Le note di degustazione del 7 febbraio:

Mezzanotte 2015 Morella (Manduria)
L’impressione iniziale è di movimento, di spinta verso l’alto. Vigoroso, giovanile, preciso e mai fine a se stesso, si fregia di una schioccante vitalità. Potrebbe essere un vino che, in qualche modo, segna nettamente il senso del Primitivo di Manduria immediato e integro, compatto e fresco, ma la nota del legno ne limita la prospettiva e si lascia sfuggire di mano alcuni, ammirevoli, dettagli.
Ottenuto da impianti a guyot di dodici anni e da alberelli di quaranta, molto vicini al mare Jonio, su terra rossa e substrati calcarei. Il vino matura per alcuni mesi in vecchi tonneaux. Nella stessa zona si trovano anche gli incantevoli ceppi di primitivo di oltre ottant’anni da cui si ricavano “La Signora” e “Old Vines”. L’azienda è condotta tramite i principi dell’ agricoltura biodinamica da Gaetano Morella e Lisa Gilbee.

Uno di Noi 2013 Tenuta Macchiarola (Lizzano)
Presenza e pienezza non bastano. Un senso di disidratazione ne attenua varietà e schiettezza anche se accetta i suoi stessi limiti perché rimane unito e coerente nonostante si trovi in una posizione scomoda, tra due giovani rampanti. Non cerca di affermarsi o elevarsi, ribadisce, fa quel che può e ha cuore, tuttavia passa per essere ozioso, solare, solo un po’ sfocato.
Da spalliere condotte a guyot su terreno argilloso, poco fuori la cittadina di Lizzano, tra Taranto e Manduria. “Uno di noi”, come tutti i vini prodotti, fermenta e matura solo in acciaio. La 2013 è la prima annata a fermentare spontaneamente. Domenico Mangione, ex farmacista ormai totalmente dedito alla viticoltura, conduce l’azienda in biologico e produce anche negroamaro e bianchi suggestivi da verdeca e fiano.

Nataly 2015 Natalino del Prete (San Donaci)
Ha tutte le carte in regola per essere collocato in una raccolta di “piccola poesia”. Agguerrito e felice, appariscente ed essenziale. Inarrestabile il flusso radicale, cangiante, espressivo. L’aspetto che più sorprende è un’acidità letale. Ha nella pluralità dei ritorni retro-olfattivi il punto di forza, con un tannino lievissimo e una linea piccante, focosa, secca. Il più viscerale, primitivo tra i Primitivi.
Le proprietà, circa 12 ettari tra vigne e uliveto, si estendono tra San Donaci e Guagnano, sono curate da sempre attraverso un’agricoltura attenta, biologica certificata da oltre dodici anni. Il Nataly, da alberelli di vent’anni, fermenta e matura in acciaio. Coadiuvato dalla figlia Mina, Natalino alleva negroamaro, malvasia nera e aleatico, varietà tipiche del Salento brindisino.

Primitivo 2013 Francesco Marra (Ugento)
Ricco di sottintesi, accalorato, è insieme spesso, arrendevole e poderoso: per questi stessi motivi può piacere e turbare. Morbido e suadente, libero e ampio con una linea di ossidazione che lo rasserena, lo avvicina al mare. Il connaturato (quasi come se “lo dovesse avere”) residuo zuccherino è rifugio, conforto affiancato sempre a una tensione nerboruta e ben spesa.
Ventidue ettari di vigneto sulle terre rosse del Salento leccese. L’azienda agricola di Francesco Marra si trova nell’agro di Ugento, a circa 10 km dal Mar Jonio ed è condotta in biologico. Una parte dell’uva, raccolta e selezionata, fermenta spontaneamente in tini di legno da 15 hl; il vino si affina in acciaio e viene imbottigliato senza aggiunta di solforosa. Oltre al Primitivo, Marra produce anche 2300 bottiglie di Negroamaro.

Primitivo di Manduria Bacmione 2011 MilleUna (Lizzano)
Non è il formalismo a limitare questo Primitivo, certamente il più geometrico, maestoso e mai illusorio. Piuttosto l’alcol che brucia, come se fosse staccato e il tannino ne alimentasse la portata. Dotato di una certa veracità, abbacinante con un deciso residuo zuccherino. Possiede comunque un elemento di freschezza che lo rende affettuoso e gli concede di lasciare un buon ricordo.
I vigneti dell’azienda di Dario e Marco Cavallo si trovano tra Lizzano, Sava e Maruggio, distanti pochi chilometri dal mare e hanno un’età compresa tra 35 e 90 anni. Sono ricercate bassissime rese per ettaro e di conseguenza alte concentrazioni. Il Bacmione è prodotto da vigneti ad alberello di sessant’anni, matura in barrique per almeno sei mesi e affronta un lungo affinamento in bottiglia.


Primitivo di Manduria Ajanoa 2009 Vinicola Savese (Sava)
Inizia silente, la discrezione si traduce in materia asciutta, reattiva e solida. Anche dopo qualche minuto si concede appena con una nota di ciliegia distillata, come un’essenza. Rimane sempre un senso di oscurità. La struttura imponente che si rivela e avvolge tutta la bocca non scoraggia, anzi è una vera e propria motrice, con un afflato ritmato, denso, scoperto e chiaro.

«In passato il Primitivo veniva definito “Vino di Sava” o “Primitivo di Sava”, a testimonianza della provenienza delle uve.
 Con il tempo assunse il nome di Manduria, dalla cui stazione veniva spedito su cisterne in partenza per il Nord, e su queste cisterne cariche di Primitivo veniva affisso il nome della stazione di partenza, per l’appunto Manduria. Fu così che si affermò come Primitivo di Manduria». È la testimonianza della famiglia Pichierri che da quattro generazioni produce esclusivamente Primitivo. L’Ajanoa è prodotto da vecchi alberelli, una parte del vino matura in grandi contenitori di cemento vetrificati e interrati, un’altra in tipici contenitori di terracotta chiamati capasoni.

Primitivo di Manduria 2009 Attanasio (Manduria)
Sotto un’aridità fatta di caffè, polvere graffiante, terra arsa e rossa, terra di Sud, terra di confine, terra di dove finisce la terra, si coglie qualcosa di insperato e di così tangibile fatto di radice di liquirizia succosa, tutt’altro che denso o addensato. È il Primitivo di Manduria paradigmatico, elegante, al quale manca solo un po’ di trasporto, di disinvoltura.
La famiglia Attanasio possiede circa sei ettari di alberelli di circa 50 anni nell’agro di Manduria. I terreni sono caratterizzati da uno spesso substrato di roccia calcarea tufacea fessurata. La vinificazione avviene in acciaio e la fase di maturazione del Primitivo secco avviene in barrique per almeno 12 mesi.

Primitivo di Manduria Dolce Naturale 2007 Attanasio (Manduria)

Quando la dolcezza è propulsione. Energia e visceralità a distanza di dieci anni significano che il tempo ha innalzato le grandi qualità di un’annata calorosa come la 2007. Materia avvolgente, acidità e tannino in un rapporto virtuoso e appagante. «Con la maturità i solchi diventano strade battute» diceva Barthes. Non solo da meditazione ma anche meditativo.
Da un singolo vigneto di 40 anni vengono prodotte circa 2000 bottiglie del Dolce Naturale, ottenuto da uve appassite direttamente sulla pianta fino a metà settembre, matura esclusivamente in acciaio.


Primitivo I


e del 14 febbraio:


Pantun 2014 Domenico Caragnano (Mottola)

Impaziente e diretto, vino d’esordio, discreto, contenuto. Infonde tranquillità con questa sorta di equilibrio carezzevole tra la freschezza terragna e un frutto integro. Genuino, semplice, dall’alcolicità misurata, sa donarsi con schiettezza godibile. Testimonianza di un’annata piovosa in una zona fresca.
Dal 2000 Jutta e Mimmo producono esclusivamente primitivo sulle colline di Mottola da una vigna di tre ettari esposta a sud, su terreni argillosi e limosi a 400 metri sul livello del mare. Gli alberelli hanno circa vent’anni e il rosso Pantun matura in barrique da 225 e 300 ettolitri, contenitori di vetro e cemento vetrificato per un anno. Affina in bottiglia per almeno sei mesi.


Primitivo 2011 L’Archetipo (Castellaneta)
Solido, sin dall’inizio si espone con sentori vegetali, fragranti che, nel bicchiere, diventano linfatici. Non manca di caparbietà e impulso, in bocca è graduale anche se resta monotematico, come se si accontentasse di inspiegabili certezze oppure si fosse “intestardito” su un profilo erbaceo monopolizzante. Lavora bene con il cibo, è capace di accoglienza, segno che la sostanza c’è.
Valentino Dibenedetto, in seguito alla comprensione del pensiero di Masanobu Fukuoka, giunge a praticare un’agricoltura del tutto sostenibile, in cui sono innescate le sinergie tra tutti gli anelli dell’ecosistema e che esclude l’aratura. I sei ettari di primitivo allevati a controspalliera “libera” sorgono su terra rossa con notevole presenza di pietrisco siliceo-calcareo. Il vino matura in grandi botti di legno, segue un affinamento in acciaio per 12 mesi e riposo in bottiglia per almeno 6 mesi.

Primitivo di Gioia del Colle Marzagaglia 2011 Tenuta Patruno Perniola (Gioia del Colle)
Cedevole, ampio, note salmastre e di amarena, di farina di castagna, rimando a una lieve ossidazione. Sferico e frammentato, impigrito, dopo qualche minuto nel bicchiere è capace riprendersi da una nota legnosa derivata non dal contatto con le botti ma, secondo il produttore, da un’uva scottata in un’annata particolarmente calda e da una vinificazione “di fortuna”.
La tenuta nasce nel 1800 in contrada Marzagaglia, nella zona sud occidentale di Gioia del Colle. Paolo Patruno insieme alla madre ha voluto far rivivere l’antica masseria di famiglia. Dei 34 ettari di proprietà, 3 sono piantati a vigneto, quasi tutto primitivo, posto a 400 metri su roccia calcarea affiorante. Il Marzagaglia affronta una maturazione di tre anni in acciaio e un affinamento di almeno sei mesi in bottiglia.

Primitivo di Gioia del Colle Riserva Fatalone 2012 Pasquale Petrera (Gioia del Colle)
Pienamente mediterraneo, ricorda i Porto Vintage per l’interezza solo scalfita da rarefatte sensazioni marine e di roccia calcarea. Generoso eppure oscuro, in bocca ritornano aspetti eterei, non millanta potenza, si concede lento e consapevole del tempo trascorso che, per fortuna, ha lavorato, perché ha un impianto antico, come se fosse nato con l’aria.
Produttori da cinque generazioni, i Petrera hanno azienda e vigneti in località Spinomarino, nella zona sud orientale di Gioia del Colle. In quest’area le terre rosse miste a rocce calcaree e silicee sono presenti in strati sottili su banchi monolitici ricchi di fossili marini; qui sorgono gli alberelli adattati a spalliera. La Riserva fermenta e stagiona in acciaio e prosegue la maturazione per dodici mesi in botti di Rovere di Slavonia da 750 litri, prima della messa in commercio affina 6 mesi in bottiglia.

Susumaniello 2013 Cristiano Guttarolo (Gioia del Colle)
Rileggo dagli appunti: Pelle, tilt!, terra bagnata, infuriato.
Il Susumaniello di Guttarolo è l’intruso: vino di contraddizioni e circoli viziosi, resistente, ispirato. Si poteva pensare a un Primitivo di Gioia da vendemmia anticipata, vinificato con un breve contatto sulle bucce. Invece è un vino di altra stoffa, “neutra” e disarmante, marina, dissetante, godibile per la sua connaturata facilità di beva.
La masseria Guttarolo, la cui parte più antica risale alla fine del ’700, si affaccia su circa trenta ettari di proprietà tra uliveto, seminativo e vigneto. Quest’ultimo, poco più di tre ettari, è allevato ad alberello e spalliera e, oltre al primitivo, vede molte varietà tipiche tra cui verdeca, negroamaro, susumaniello (un impianto di circa mezzo ettaro di sette anni, vendemmiato a fine ottobre, vinificato e maturato per 12 mesi in acciaio. Da questa seconda vendemmia ne sono state ricavate circa 1000 bottiglie).

Primitivo Lamie delle Vigne 2013 Cristiano Guttarolo (Gioia del Colle)
Rileggo dagli appunti: Compiutezza, incalzante, dialogico, “d’un tratto”.
La maturità del frutto fresco apre alla parte fine del calore, il lato sanguigno, ferroso, completa le sensazioni. Il vino di Guttarolo percorre tutte le strade senza sapere se sono buone, ritorna su aspetti più viscerali, sembra stabilire un ordine per poi sovvertirlo. Inafferrabile.
Da alberelli e di circa 40 anni vendemmiati tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Solo contenitori di acciaio dove il vino matura per almeno 24 mesi. “Lamie” non dovrebbe riferirsi al mitologico mostro dal volto di donna e coda di serpente ma alla copertura a volta ribassata, tipica delle case rustiche pugliesi.

Primitivo Lamie delle Vigne 2015 Cristiano Guttarolo (Gioia del Colle)
Rileggo dagli appunti: zigzag, noci verdi, nitore della pietra bianca, stringato.
Il Lamie 2015 pretende libertà d’espressione e pazienza, con quell’acidità tanto feroce da sembrare “assetata”. Il vino appare come un’immagine mobile, aperta a mille combinazioni; si sta facendo, è promettente e unito, introspettivo per tutto il mondo che contiene.

Primitivo 2


I dati e le notizie relative a territori e origini del primitivo sono tratte da:
Baldassarre Giuseppe, Primitivo di Puglia - Storia di uve, epopea di vignaioli e di vini, Input edizioni, Monopoli 2013


Commenti   

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