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Le degustazioni

Il Fiano del vento - La verticale del Don Chisciotte

Indice articoli


di sandro sangiorgi

Prima, a Porthos
Anche per me il Don Chisciotte 2006 è stato una rivelazione.
Prima ancora di sapere che cosa fosse il Tufiello e dove fosse Calitri, il vino propostomi da Guido Zampaglione mi aveva rapito e trasportato in una dimensione sconosciuta. Sì, come scrive Matteo, il bianco ottenuto con una fermentazione sulle bucce, con le bucce... ma tutto questo non bastava a spiegare quel Fiano pieno di luce, che mi mostrava quanto fosse inutile costringere i vini naturali dentro un recinto, quasi a volerli difendere dal rischio di non essere capiti. No, il Don Chisciotte 2006 portava in dotazione quell’universalità capace di rompere qualsiasi barriera. Ricordo bene lo stupore e l’incredulità della prima volta in cui, un paio d’anni dopo, lo condivisi con una classe: la percezione di una bellezza desueta, imprevedibile e scollegata da qualsiasi aspettativa. Una tale esperienza genera un affetto sognante, dove la suggestione diventa parte dell’esperienza sentimentale. E che, poi, incontra l’inevitabile: un’annata non può ripetersi. Allora comincia un’esplorazione più critica, nella quale si prende in considerazione il percorso di un’azienda giovanissima e la nascita di liquidi molto diversi tra loro, frutto di condizioni naturali differenti ma anche di un continuo confronto stilistico, un vero processo di evoluzione produttiva. Ecco, appena ci s’immerge in questo, non c’è spazio per la nostalgia di bottiglie irripetibili, si rafforza invece l’affetto per quel vino nella sua interezza, soprattutto in virtù delle versioni più fragili, dalle quali si scorge intatto il proposito iniziale e trapela il sudore di un cammino impervio.

Dopo, a Porthos (come sempre)
Nerina e Pierluigi hanno preso in mano il Don Chisciotte dall’annata 2010. Sono due agricoltori impegnati sin dal 1987 nella conduzione biologica della loro terra e che, da poco tempo, stanno imparando a fare il vino. A Porthos hanno portato la loro giovane esperienza, hanno raccontato il progetto e come vorrebbero che si trasformasse. Hanno spiegato perché amano il Don Chisciotte di oggi, meno estremo di quello curato dal nipote Guido – assistito allora da Giulio Armani – e come percepiscono benefica l’accoglienza di una clientela dalla sensibilità diversa. A quel punto è cominciata la degustazione e, come sempre, il liquido odoroso ha parlato con una chiarezza adamantina, valicando di slancio i nostri ragionamenti teorici. Tra 2010 e 2013 ho sentito l’eterea bellezza della prudenza, serena, invitante, quasi carezzevole. Appena ho avvicinato la 2008 e la 2009 mi sono reso conto perché Pierluigi “Piero” non riesce a sentirle vicine, il suo palato è paragonabile a quello di un adolescente, iper-sensibile a sollecitazioni così drammatiche. Tra il 2007 e il 2009 il Fiano del Tufiello ha vissuto una fase di introiezione, a mio avviso benefica e indispensabile, e ha attraversato un periodo di preparazione a rinascere. È impossibile valutare e apprezzare il Don Chisciotte di quegli anni dedicandogli poco tempo. Anzi, col passare dei minuti, è stata sempre più evidente la razza di quelle bottiglie, una stoffa serrata e coinvolgente, maggiormente legata al profilo odoroso, espressa in un flusso unito, continuo, inesauribile. Campioni da «degustazione geo-sensoriale», per dirla con le parole del maestro Jackie Rigaux. I vini delle annate recenti non chiedono altro che un approccio spensierato, i “vecchi” vogliono essere sentiti, vissuti, pretendono persone fidate e le ricambiano non abbandonandole mai.
La notte della degustazione ho pensato che il destino del Don Chisciotte non può essere che quello, tornare alle premesse con cui era nato. Le annate recenti sono come l’interruzione di una crescita di un ragazzo o di una ragazza per paura che possano soffrire, provando a proteggerle da se stesse.
E credo che saranno proprio Piero e Nerina a recuperare il cammino interrotto, presto anche a loro sarà palese la bellezza struggente di 2008 e 2009 e, a quel punto, riprenderanno i fili per vivere integralmente il senso e il significato di quel liquido luminoso.

Pale eoliche in alta Irpinia
foto di davide vanni

Sempre nuova è l’alba di Rocco Scotellaro (Tricarico, Matera, 1923 - Portici, Napoli, 1953) da “È fatto giorno”, raccolta di poesie uscita postuma nel 1954 a cura di Carlo Levi.

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna,
l’oasi verde della triste speranza,
lindo conserva un guanciale di pietra.

Ma nei pensieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.

Questa e altre poesie dedicate all’agricoltura è contenuta in una bella e preziosa antologia del 1997 intitolata “Melodie della terra - Novecento e natura” a cura di Plinio Perilli, Crocetti Editore.

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