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Le degustazioni

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot

Indice articoli

La degustazione si è svolta grazie alla partecipazione di diversi soggetti. Innanzitutto il Consorzio ViniVeri, nelle persone di Gianpiero Bea e di Paolo Vodopivec, poi Raffaele Bonivento attraverso Meteri, la sua creatura dedita alla distribuzione di produttori della Loira votati alla naturalità. Determinanti alla riuscita dell'evento sono stati Mercedes Parlascino e Giuseppé, l'amico parigino di Robinot, che hanno fatto da interpreti. E poi Jean-Pierre, produttore dalla sensibilità unica e straordinario intrattenitore.
Alla stesura del pezzo hanno contribuito Erika Rampini e Matteo Gallello.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

Il mio è un rapporto viscerale con lo Chenin della Loira. Non è facile spiegare quanto possa essere emotivamente coinvolgente rispetto agli altri vitigni di talento come il Riesling, il Nebbiolo e il Pinot Noir. Il vitigno del “fiume reale” non ha un profilo odoroso spiccato, non si pone in modo accattivante, il suo essere magnetico arriva nel profondo. Lo Chenin si manifesta in maniera discreta, è uno di quei vini che, nonostante il cambiamento tecnologico e i miracoli dei lieviti, è quasi impossibile da carpire in gioventù, quando è particolarmente introverso. Questa dimensione è la sua unicità.

La Loira e il vino naturale
Perché nella Loira c’è una così forte presenza di produttori “naturali”? Il mio primo viaggio in questa regione risale al 1987. Il legame fra viticoltore e vino, in questa terra, si basava su un rapporto quotidiano, più sommesso rispetto ad altre zone vinicole. Fu magnifico incontrare persone simili a Jean Pierre. Avevano in mano qualcosa di preziosissimo, senza alcuna pretesa di allargamento commerciale. Lo Chenin della Loira ha aperto la testa a moltissimi viticoltori del mondo e non solo in Francia. Se non fosse stato per alcuni Chenin naturali, la Romanée Conti, per esempio, non avrebbe mai cominciato a pensare di produrre in biodinamica. Questo vitigno ha un’inclinazione innata alla viticoltura naturale. Quando ho cominciato a conoscerlo attraverso la Coulée de Serrant del 1970, assaggiata nel 1985, il vino della famiglia Joly era considerato uno dei bianchi più buoni di Francia: ricordo quel colore giallo tra paglierino e verde chiaro, l’acidità furibonda. Noi appassionati vivevamo come un sogno quel modello di vino perché, in Italia, non potevamo immaginare neanche lontanamente sensazioni così acide e odori chiusi, impenetrabili... In questo momento, immagino quella Coulée del ’70, così bella e cristallizzata, frantumarsi in mille pezzi. Quel liquido splendente quanto statico, già allora inossidabile, raccoglie ancora oggi tanti consensi; ma si tratta solo della pietrificazione di un fermentato. I vini della famiglia Joly avevano una buona dose di solforosa e l’acidità non aveva un rapporto sano con il resto del vino, badavano soltanto a conservare questa identità. Oggi i Savennières di Nicolas Joly hanno una vera armonia tra le parti, l’acidità non bada a se stessa e interagisce con tutta l’impalcatura del liquido; esattamente come succede ai migliori Chenin. Una delle cose che sento quando assaggio lo Chenin riguarda il suo essere generoso al di là di potersi mostrare più o meno introverso. È come in quei film nei quali c’è l’ufficiale giovane, fresco d’accademia che non riesce a tenere in mano il controllo della situazione: a dirigere gli uomini è il sottoufficiale, il famoso sergente maggiore, come ne La sottile linea rossa di Terrence Malick. Lo Chenin è veramente un grande sergente maggiore rispetto agli altri vini importanti del mondo. Si è fatto avanti per primo, come se avesse qualcosa in meno da perdere. Riesling, Nebbiolo e Pinot Noir hanno un coté aristocratico, il Pineau de la Loire, l’altro nome dello Chenin, ha un cuore incredibile, è un vino che non riceve il massimo dei premi ma tutto quello che ti lascia dentro rimane indelebile.

Robinot, Jasnières, Valéry
Il gastronomo Curnonsky sosteneva che tre volte per secolo lo Jasnières è il più grande vino bianco di Francia. Negli ultimi anni possiamo dire che lo è stato un po’ più spesso. Cercheremo, attraverso i vini e con l’aiuto del signor Robinot, di scoprire cosa contiene uno Chenin “fuori dal tempo”: sembra una di quelle entità in cui tutto accade senza poter individuare un inizio. Noterete come il flusso dei vini, la loro capacità di donarsi, è un movimento continuo, sinusoidale, infinito.
Paul Valéry ha scritto sul rapporto tra Forma e Verità, sulla relazione tra l’uomo e la natura, o meglio, tra l’uomo e il suo disperato tendere a riprodurre la bellezza della natura. Ci sono dei passaggi interessanti, al di là dal vino e dalla viticoltura, peraltro non presenti.

I prodotti della natura, si accrescono in modo tale che la materia onde sono fatti, le forme che assumono, le funzioni che consentono, i mezzi da essi posseduti per comporsi nello spazio e nelle stagioni risultino fra loro invisibilmente legati da segreti rapporti; e forse appunto questo vogliono dire le parole prodotto della natura.
L’artigiano non può compiere il suo lavoro senza violazione o turbamento di un ordine, mediante forze da lui applicate alla materia per renderla adatta all'idea di imitare e all’uso previsto. È però fatalmente condotto a produrre oggetti che nel loro insieme sono un grado inferiore a quello delle parti.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

Sostengo che il vino è una forma d’arte, non perché il produttore è un’artista. Certo, Jean Pierre ha effettivamente delle capacità artistiche, ad esempio scrive molto bene e crea le stravaganti etichette dei suoi vini. Tuttavia l’arte si trova nel vigneto e nei luoghi della vinificazione. Il compito più alto per un produttore è essere custode, condurre il vino, un’invenzione umana. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi se tutto quello che conosce in merito alla degustazione del vino abbia un valore consolidato. Bisogna cominciare a riflettere seriamente sul significato dell’assaggio. Scrive ancora Valéry:

Ove l’artigiano costruisca una tavola, l’intero mobile possiede una struttura molto meno del tessuto delle fibre del legno: egli avvicina grossolanamente, e in un certo ordine innaturale, i pezzi di grande albero che si erano formati e sviluppati secondo altri rapporti.

Quest’ultima riflessione può essere una risposta alla domanda: «Il vino naturale ha anche una corrispondenza etica?» Ancora Valéry:

Solo a una rigorosa sincerità è permesso di svelare un barlume di quel mistero che tiene uniti i nuovi mondi, e può rendere autentica anche l’opera dell’uomo.



La verticale della Cuvée Juliette
Con Jean Pierre abbiamo scelto una sequenza quasi lineare: 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, manca la 2007, si passa alla 2008 e infine c’è un’inversione tra la 2010 e la 2009. Quando sento nominare queste vendemmie mi tornano in mente ricordi importanti: nel maggio 2002 incrocio, in una libreria di Parigi, L’Angevin di Jean Pierre Robinot, un testo decisivo per la mia comprensione del rapporto con il vino naturale. In quei giorni andavo a intervistare Nicolas Joly, ricordo che entrai in questa libreria conosciuta come una delle più importanti per i testi sul vino e sulla viticoltura. Non cercavo un atlante, una guida, un catalogo di vitigni e vini, piuttosto qualcosa che mi parlasse del vino e non di etichette, ettari e rese per pianta. Avevo un’altra, forte urgenza: Porthos era nato da due anni o poco più, il mio percorso Slow Food era giunto alla fine e sentivo il bisogno di riflettere sulla possibilità che il vino fosse davvero un mezzo di conoscenza.
Ancora ricordo quando in mezzo a quei volumi spessi trovai la copia scalcagnata e un po’ mangiucchiata de L’Angevin. Quel giorno fu memorabile come la vendemmia di quello stesso anno, la 2002, considerata ancora oggi una delle annate più complete di questo primo scorcio di secolo.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

Sandro: Le prime tre annate, 2002, 2003, 2004 rientrano nella denominazione Jasnières. Hai deciso di uscire dalla denominazione per “rientrarci” con un gioco di parole, scrivendo in etichetta Jeane y erre – Vin de Table. Perché si chiama Cuvée Juliette?
JeanPierre: È il nome di mia figlia.
S.: È la Cuvée principale della tua produzione?
J.P.: Sì, è il Grand vin della mia produzione.
S.: Perché puoi considerarlo tale?
JP.: Questo vino nasce da una severa cernita: al momento della vendemmia scelgo i vigneti più vecchi, i territori migliori, e soprattutto le uve che hanno maturato il più possibile nel vigneto.
S.: Dunque si tratta delle ultime uve raccolte?
JP.: Si tratta degli ultimi grappoli. Se non c’è la qualità necessaria, la Cuvée Juliette non si fa. È il caso della 2007, durante la quale c’è stato un forte attacco della peronospora.
S.: O della 2011... Ti chiedo ancora: di solito gli acini sono attaccati dalla muffa nobile?
JP.: Questa Cuvée è sempre prodotta con la muffa nobile.
S.: Aggiungi anidride solforosa in qualche fase della produzione?
JP.: Nella 2004 ne ho messa uno o due grammi come nella 2006, niente nelle altre annate.
S.: Allora... Chenin, muffa nobile, vecchie viti e ultime uve a essere raccolte. La pressatura è soffice?
JP.: La vinificazione avviene con pressatura soffice molto lenta, un ciclo dura sei ore.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

S.: Quando porti a casa uve così mature, è inevitabile che una parte dei polifenoli arrivi nel succo e nella polpa. Non essendoci macerazione sulle bucce, questi colori derivano sostanzialmente dalla Botrytis, una “demolitrice” di sostanze polifenoliche. È interessante notare come i vini da muffa nobile più buoni debbano essere solfitati per evitare di assumere un colore “ossidato”. Ho avuto la fortuna di assistere alla vinificazione a Château d’Yquem: il vino aveva un colore “terribile”, era impossibile immaginare come potesse trasformarsi in quello che siamo abituati a vedere. Senza l’aggiunta di solforosa il vino è esposto. La cosa importante, è che le sostanze accumulate durante la fase di maturazione dell’uva e cedute durante quella del pressurage, si sostengano fra loro. Già nei primi quattro vini si può notare come queste sostanze siano più libere. Con l’eccezione del 2004, per sua natura in difficoltà a causa dell’impressionante caldo di quell’anno, gli altri hanno luminosità ed eleganza.
Pubblico: quello che mi piace della 2003 è l’acidità.
S.: Certo, non possiamo negare che sia la costante di questi vini. Quanto tempo passa il vino nelle barrique?
JP.: Da un minimo di ventiquattro mesi per arrivare fino ai sei anni della 2005.
S.: In questo momento ci sono dei vini ancora non in commercio?
JP.: il 2009 e il 2010, come si può notare. Sono ancora en cuve, le ho imbottigliate per voi.
S.: Grazie, Jean Pierre, non è scontato che un produttore abbia il coraggio di portare dei vini in fase di trasformazione.
Pubblico: Come decide il tempo del vino nelle barrique?
JP.: È il vino a decidere, non io. Richiedono molto tempo e fino a quando fermentano, rimangono nelle barrique. Poiché la vinificazione avviene in una cantina sotto terra, alla temperatura costante di 10-12° C, la fermentazione è molto lunga.
S.: Con l’aiuto della tecnologia possiamo riprodurre una fermentazione a questa stessa temperatura. È la stessa cosa o stare in una cantina sotto terra è differente? La domanda è retorica per introdurre l’argomento della fermentazione con la temperatura controllata. Quando ero ancora alunno dell’AIS, mi spiegavano che i lieviti vivevano meglio in un ambiente confortevole, proprio come io lavoro meglio con l’aria condizionata. Osservando i vini che fermentano lentamente nelle cantine a 10-12°C, mi sono reso conto che riescono a incamerare e a sintetizzare meglio i profumi. A differenza dell’acciaio, il legno non assorbe e non disperde. Il minor rapporto volume-superficie e la temperatura della cantina permettono una fermentazione a temperatura controllata del tutto naturale.
JP.: Mi sembra importante rilevare che non faccio nessun travaso fino alla mise en cuve. Posso fare qualche rabbocco, solo se necessario.
S.: Quindi fermentazione e maturazione nelle barrique avvengono nello stesso ambiente. C’è un altro elemento da considerare, alla luce della seconda batteria: la fermentazione malolattica.
JP.: Non ho fatto le analisi dei vini del 2009 e del 2010. Tramite la degustazione organolettica posso capire se sta avvenendo.
S.: Com’è il vino durante la fermentazione malolattica?
JP.: Non sempre mi piace...
S.: ... perché non è detto che tutto l’acido malico sia consumato?
JP.: Prima della mise en cuve faccio fare le analisi, per essere certo della situazione generale. Se c’è malico ancora da svolgere, spero si riavvii dentro le vasche di vetroresina.
S.: Ma tu ricerchi la fermentazione malolattica?
JP.: Sono consapevole che la natura la avvii da sé, quindi non ho bisogno di favorirla.
Pubblico: Sento una scia ferrosa nell’annata 2002: è possibile sapere qualcosa dei suoli?
JP.: Ci sono terre rosse e silicee, con presenza di calcare. Jasnières era una zona ricoperta dal mare.
Pubblico: Sono rimasto perplesso dall’importante residuo zuccherino del 2009 e dal suo colore.
S.: Il residuo zuccherino è presente anche nella 2010, l’aspetto interessante è come il colore nella 2009 torni a essere incredibilmente chiaro...
JP.: La 2009 è stata un’annata segnata da fenomeni particolari. Questi sentori d’idrocarburi che si ritrovano nel vino, sono emersi anche in altre realtà. Un fenomeno naturale non spiegato da un’annata ottima. Il motivo di aver invertito gli ultimi vini, è che il 2009 ha più bisogno di tempo prima di “arrivare”, è una grandissima annata ma molto diversa dalla 2002.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

Pubblico: Il 2006 lo sento più profumato di tutte le altre annate...
JP.: L’inizio della stagione non è stato bello, ma verso la fine è tornato il bel tempo e si è arrivati a una maturazione adeguata.
S.: Nella 2006 si percepisce maggiormente la presenza della solforosa. Anche se il grado di ossidazione è sensibile.
JP.: L’ossidazione è un sintomo di vitalità, ecco perché non mi preoccupa. Questa non è una sensazione ricercata ma è nella naturalità, lì dove non c’è niente che protegge.
S.: Avete notato come, almeno in tre di questi vini, sia determinate la volatile per trascinare tale materia? Stiamo parlando di vini che viaggiano tra i 15 e i 16 gradi di alcol.
Pubblico: Qual è l’annata che ricorda meglio?
JP.: La 2002, è stato il primo anno e ho imbottigliato e tappato tutto a mano. Ne ho lasciate per me ottanta bottiglie di seicento prodotte. Mia figlia all’età di due anni ha fatto la sua prima etichetta ed era proprio dell’annata 2002.


APPUNTI DI SANDRO
2002 - Nettissimo, setoso e magnetico, dalla freschezza talmente spiccata da andare oltre l’equilibrio. L’armonia è un concetto diverso dall’equilibrio, lo riesco a rivivere in questo 2002. Quindi vibrazioni e capacità di andare oltre: sfiorare il limite ed entrare nell’alveo dello squilibrio senza mai perdersi.
2003 - La vera e propria sorpresa della degustazione. Ho bevuto molti 2003 della Loira, ma non ne ho provato mai uno così particolare. E allora Jean Pierre ti faccio una domanda: il terroir di Jasnières, dal punto di vista climatico, ha qualcosa di particolare rispetto alle altre zone della Loira?
JP.: Il suo clima è molto più freddo rispetto a tutti gli altri posti della Loira.
S.: Jasnières è attraversata dal fiume Loir. Quanto è importante?
JP.: È il luogo dove ho imparato a nuotare...
S.: Bellissimo!
JP.: ...anche per la muffa nobile il Loir è molto importante.
2004 - Più caloroso, è emotivo ma non elegante, ha gli stessi limiti del 2006. È monolitico, non riesce a sciogliersi, né ad aprirsi. Esposto ingenuamente tutto in avanti, anche troppo, è come in quelle situazioni in cui con uno slancio di generosità ti scopri, e poi sei fregato.
2005 - Stesso calore del precedente, ma più graduale: sembra più incoraggiante e meno sfacciato. È quello in cui ho percepito migliore l’apporto dell’acidità volatile. Si è mostrato più vivo, integrato e dinamico.
Pubblico: Più della 2003?
S.: Sì.
JP.: Dell’annata 2005 avevo cinque barrique, una diversa dall’altra e ho deciso di imbottigliarle come se fossero cinque vini distinti. Sulle etichette non si nota la differenza. Le bottiglie sono state sistemate nella cantina e ognuna ha il suo posto assegnato; volendo un domani si potrà scrivere qualcosa per differenziarle.
2006 - Il 2006, come avevo già anticipato, è il vino che mi convince di meno: è bruciante. Naturalmente rimaniamo sempre nell’ambito dei vini che berrei volentieri, perché ci sono lo slancio, il coraggio, la bellezza. È la dinamica a mancare e, quando ciò accade il vino fatica, anche perché non c’è confronto con la vicina 2008, che è davvero irresistibile; se vogliamo, il 2008 è il vino più arrogante della degustazione.
2008 - Impertinente, proprio impertinente! “Faccia da schiaffi” è l’esatta definizione di questo vino dalle sfumature irresistibili. Il 2008 è uno dei migliori, raccoglie l’essenza dei vini assaggiati, rappresentando la maturità e l’intelligenza del liquido odoroso.
2010 - È molto sensuale, un vino che conquista con le sue rotondità e morbidezze. Non ha quasi nessuna frizione.
JP.: Lo imbottiglierò tra un mese.
S.: Quindi ci vorrà ancora un anno prima di metterlo in vendita. Del 2009 e del 2010 ne parleremo nel 2017 e nel 2018, giusto?
JP.: Le imbottiglierò nello stesso periodo, la vendita delle due annate sarà simultanea.
S.: Il 2009 è il vino più chiuso della batteria, marmoreo, il più difficile da penetrare. Mi viene da lasciargli ancora del tempo in botte...
JP.: Vedremo! È dal momento in cui il vino mi piace che decido poi di metterlo in bottiglia. Non è possibile stabilire esattamente se si tratta di un mese, due o un anno.
Pubblico: La 2002 è stata la prima annata prodotta o ci sono stati vini precedenti?
S.: Jean Pierre prima del 2002 aveva un Bistrot che si chiamava L’Angevin, è da qui che proviene il nome del suo libro.

Un ultimo pensiero di Valéry:
Nel gesto del contadino che semina è contenuta più sostanza di pensiero che in molti trattati.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

APPUNTI DI MATTEO

2002 - La decadenza piena di vita della spiaggia di fine estate, l’evocazione è chiaramente marina, più di tutte le altre annate. Il sale che diventa setoso di levigatura. Delicato sul finire, chiosa alla maniera di Sabicas, armonia rallentata.
2003 - La concretezza del calore, si percepisce senza bruciare ma con un peso avvertibile. Fiori lanciati in aria misti a bucce di agrumi. Sembra il luminoso caos dei Flaming Lips.
2004 - L’integrità matura di una sfera-frutto che si allarga e comprime tutto, riempie gli angoli acuti che ha in sé. S’innalza, con aria vanesia, per niente dispiaciuto di essere più rigido degli altri.
2005 - Linea vegetale, un tagliaerba che va a distillato. Quanta energia ben spesa! Ha la sua gradualità, è tonico di stabilizzazione ossidativa, oltre a possedere un finale affumicato, delizioso e inspiegabile come Captain Beefheart.
2006 - La sottigliezza che ti colpisce nel profondo. L’acidità è quanto mai sferzante ma così ben inserita all’interno di un quadro dolce e organico, chiaro, vaporoso, che non si cristallizza mai.
2008 - Il sapore è buono come una zuppa di radici e zucca; acqua e terra. Carnoso e fresco. Ha la capacità di attrarre, d’interrogare su come un vino con questi gradi alcolici possa essere anche dissetante e ristoratore. D’estate, lo taglierei con l’acqua fresca.
2010 - Seducente e furente, parole in rima dai significati lontani. E vicini quando appartengono a un essere unico nel quale queste parti “adolescenti” contrastano e costruiscono una personalità spiccata, giovane e matura come quella dell’album d’esordio dei Led Zeppelin, quando cantavano un motivo dal sapore così antico: You shook me.
2009 - Facile dire: ‟Grande promessa, lo assaggeremo tra cent’anni per quanto è chiuso in questo momento″. Il punto è che si tratta di un vino che sembra non conoscere tenerezza e serenità. Tra un secolo, lo troveremo ancora col guantone in mano, pronto a rifiutare chi lo disturba. No, non sarà così. Io lo berrei già ora, chiaro e univoco, salato e incontrovertibile com’è.

Per dare completezza a questo servizio, vi offriamo le schede dedicate a due vini di Robinot pubblicate su Porthos 27 e 28, nell’ambito dei servizi sui “naturali di Francia”.

L’Opéra des Vins – Jean-Pierre Robinot
Vin de Table de France Lumière de Silex 2003
Dorato caldo con un accenno verde. Naso altrettanto fervido, inequivocabile la partecipazione dell’ossigeno alla costruzione del bouquet, per un bel pezzo rimane legato a sentori morbidi e non fa trapelare alcuna delle sue innumerevoli linee minerali. In bocca è voluttuoso e articolato, l’acidità emerge al momento giusto e concede allo sviluppo respiro e slancio da bianco di grande classe; è paradossale che la matrice cristallina del terroir sia più viva qui, nonostante l’annata 2003, che nelle versioni originate da stagioni dal maggiore equilibrio climatico.
+ È uno Chenin dedicato a chi predilige la lentezza, a chi non teme i tempi talvolta esasperanti che il bianco della Loira si prende per rivelare la sua verità, ma soprattutto a chi ha imparato a gestire le proprie aspettative. Sconsigliato a chi mal sopporta anche il più debole segnale ossidativo. L’Opéra des vins è una linea che include alcuni Jasnières e Vouvray del proprietario del Domaine de l’Ange Vin. Questo vino era fino al 2002 uno Jasnières, non stentiamo a credere che abbia avuto qualche difficoltà a far accettare alle commissioni per l’assegnazione dell’AOC una fisionomia così diversa dalle loro paludate abitudini. I vini di Robinot fanno parte di quel diradato ma tenace zoccolo duro dei vini del Loir, fiume che scorre nel dipartimento della Sarthe (capoluogo Le Mans): una regione “limite” dedita ai cereali e all’allevamento e dove pensare al vino ha un che di paradossale. Invece, come diceva il gastronomo Curnonsky, tre volte per secolo, lo Jasnières è il più grande vino bianco di Francia. L’indolenza di questo bianco fa felice un piatto invernale, come un gratin di finocchi a base di gruyère stagionato.

Les Vignes de l’Ange Vin – Jean-Pierre Robinot
Jasnières «Le charme du Loir Cuvée Spéciale» 2003
Colore dorato con una delicata velatura. Naso segnato dal rovere per almeno dieci minuti dall’inizio dell’assaggio, questo tono dolciastro si stempera per avviare finalmente l’uscita di una fervida e sulfurea mineralità, il suo sentore di pietra focaia dovrebbe essere usato come esempio nei corsi; il bicchiere gratifica la complessità odorosa e, nonostante il timbro caldo del millesimo, il vino tira fuori la matrice territoriale come pochi sanno fare. In bocca è suadente, cremoso, il sapore acido ha un ruolo di secondo piano, è la salinità minerale a dare lunghezza allo sviluppo, la fibra dello Chenin appare affaticata dall’esito stagionale e per questo l’epilogo non può avere vibrazioni memorabili; rimane un senso di morbida compostezza.
+ Anche nelle condizioni non ideali dell’annata 2003, il vino di Robinot mostra i suoi attributi migliori e salva l’originale identità che l’ha reso celebre; con questo Jasnières è necessaria sempre molta pazienza per scoprirne la pregnanza.
- L’impatto odoroso sovrastato dal rovere e la semplicità delle sensazioni finali sono gli elementi che lo rendono inferiore alle sue eccellenti possibilità; col vino di meglio non si poteva fare, ma col prezzo sì, costa 60 euro. La vellutata corposità rende questo inusuale Chenin adatto a una minestra di cosce di rana, patate e crescione, rifinita da una macinata di pepe bianco.


La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

Come il frutto si fonde in godimento,
Come in delizia volge la sua assenza
In una bocca in cui la forma muore,
Io fiuto qui il mio futuro fumo,
E il cielo canta all'anima consumata
Il volgersi delle rive in rumore.
Paul Valéry

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