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Per scoprire il viaggio di Davide prima dell′11 maggio, giorno dell′attracco a Porthos:  viteinviaggio365

Vite in viaggio

29 maggio - Armonie e melodie, Aurora

Per un attimo guardo il buio e risalgo ad un giorno di vita cittadina tra la folla di un mercato al coperto. Mi alzo e saluto Franco e mi appoggio al vetro della finestra, al mondo che ancora è lì che ci circonda limpido, assolato.
Beviamo una tazza di tè, una fetta di pane e la marmellata fatta con le albicocche del campo. Poi usciamo, camminiamo in direzione della parte di vigneto non vista. Scendiamo lungo il primo filare di Pecorino. All′orizzonte, sistemate sulle sommità collinari, qualche gruppo di case, più oltre le vette appenniniche bianche di neve. Alla nostra sinistra una striscia lunga di alberi di varietà diverse.

Franco tra i filari di Pecorino di Aurora - Porthos Edizioni

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26 maggio - Tristo e Brucisco, Marco ed Enzo Merli

Nel buio dello spazio di vita a me concesso, ascolto il tic e il tac di un orologio sospeso da qualche parte sopra i pensieri che si aprono e svaniscono e si mescolano tra loro. 
È come se la notte passando, portasse avanti un vento in grado di fermare i tempi delle cose vissute e illuminasse, qua e là, liberando dalle nubi il volto della luna, improvvisati scorci di mondo che i miei occhi hanno cercato e guardato e che ora ritrovano senza il bisogno di riaprirsi.             
Mi ritornano le parole di Marco, la sua schiena distesa a terra in un allungo che tende al riassesto di un equilibrio in un quotidiano esercizio corporale.
Non so. Mi sembra di essere entrato in una spirale di preoccupazioni. Ci sono troppi pensieri...le fatture, i conti, le vendite...che quando porto un vino da far assaggiare vivo l′ansia delle attese e dell′aspettativa degli altri...
Ma è solo uno scorcio di mondo, già il suo parlare si fa più deciso e consapevole e sentito, rasserenato. 
Domani ti faccio vedere la terra dove pianteremo il nuovo vigneto.  
E poi i nomi.                      

Tristo e Brucisco della Cantina Marco Merlo - Porthos Edizioni
                 

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23 maggio - in cammino fino a Terzo la Pieve, Collecapretta

Ho cercato se ci fosse un autobus che da Spoleto arrivasse a Terzo la Pieve. Poche cose, una corsa la mattina presto e un'altra verso le 14.     
Alle 11 sono ancora in cantina che sto parlando con Stefano e davanti a me almeno quattro ore di treno per arrivare a Spoleto, poi da lì si vedrà, confido sempre in qualche soluzione.
Il giorno anche oggi è pieno di grigi, l′erba e le foglie della vite sono inumidite e bagnate dalla recente pioggia. Saluto i ragazzi che stanno finendo di pulire una botte e Stefano mi accompagna alla stazione di Cortona-Camucia in attesa del treno diretto a Roma.                    
Sento la pioggia così vicina nei minuti che precedono l'arrivo del treno, come se il ritorno alla solitudine e l'ennesimo arrivederci portassero una malinconia atmosferica, una fragilità messa accanto all'incertezza del viaggio.       
Riapro le pagine di Rilke. 

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21 maggio - Cortona, Stefano Amerighi


Mi allontano dalla Maremma che gli occhi ancora stanno appresso alle piazze, alle strade, a una torre spezzata a metà dal nemico conquistatore, al simbolo di una lupa che invece di guardare i due orfanelli ha il muso dritto verso l'orizzonte, alla parte vecchia di Massa Marittima, mentre le orecchie riascoltano la voce di Francesca che racconta i racconti dei vecchi sulla fine della guerra; i tedeschi che lasciarono morti prima di ritirarsi, un giovane ragazzo che di notte si fece a piedi la macchia per avvisare gli americani del cannone puntato sul paese.
La Storia si mette così di mezzo a spezzare il viaggio tra un paese e un altro, una storia piccola che può essere un soldato che piange vedendo un bimbo in braccio ad una madre, il suo nome, il suo dietrofront, i suoi stivali, la stanza murata che nasconde tutti i beni degli abitanti, il grido di dolore o di gioia. 

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19 maggio - verso la Fornace della Maremma, Massa Vecchia

Le mani riprendono a sollevare la materia palpabile di oggetti e sentimenti che significano viaggio e, insieme ai piedi, sopportano per un nuovo e indefinito tratto di vita il necessario peso del viaggiatore. Riprendere la strada che conduce alla stazione, tornare fermo per un breve momento in attesa di un cambio e da lì allungarsi oltre, superare un limite e affidarsi alla direzione e alla durata, al loro improvviso incrociarsi, diventare altro.
Sono la linea ferrata che è stesa per terra tra Bergamo e Pisa, la carrozza trainata da una forza sovrannaturale, la falsa aria che condiziona oltremodo l′ambiente, il naturale e l′innaturale, il sedile di un treno, il sonno che tutto trasfigura. Sono carne macellata, appesa ad un gancio nella cella frigorifera di un carrozzone da circo, sono pasto per denti da fiera. Mi reincarno in me stesso quando torno a temperatura ambiente, sono a Pisa Centrale e cerco il binario dove attendere il treno per Grosseto. Un pezzo di litorale tirrenico, Livorno, Piombino, pini marittimi e l′arrivo a Follonica. Dopo pochi minuti il fuoristrada guidato da Stefano, una spontanea e verace accoglienza, il suo schietto essere Maremma mi tiene già per mano mentre si comincia a parlare. La prima espressione che mi penetra dentro è la guazza, la rugiada che al mattino inumidisce i vestiti e il corpo, uno stato transitorio che si dissolve con l′arrivo del sole. Altra cosa è la molliccicaia che perdura nel terreno, lo tiene bagnato e vanifica e scoraggia il lavoro nella vigna. Da queste espressioni intuisco il momento delicato della stagione e la conseguente pressione che si respira nell′aria e nell′atmosfera al di là della spigliata ed allegra parlata toscana, dei modi gentili e sorridenti di Stefano. L′acqua della pioggia inizia già a bagnare e ancor prima di scendere dal cielo si mescola nel vento che in assenza di sole si fa più freddo e scompiglia e mette in allarme il temperamento dell'uomo e della donna che vegliano la terra. 

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8 maggio - de Fermo, fato e risveglio

Quando avevamo nove anni io e Federico comprammo una bottiglia di vino perchè eravamo curiosi di toglierle il tappo e sentire se davvero c’erano tutti quei profumi di cui parlavano le riviste. Mia madre scese proprio nel momento in cui stavamo stappando la bottiglia e ci chiese cosa stavamo facendo. La spontaneità di quella sperimentazione d'infanzia ci permise di continuare. State attenti ci disse e ci lasciò soli con le nostre scoperte.
La notte, a pochi passi dal mare, mi sono addormentato con queste parole di Stefano. Anch’io, allora, avevo nove anni e ricordo la libertà del fare e dell'andare curiosi e liberi di scoprire il mondo. C’è chi ha stappato una bottiglia di vino, chi ha giocato in strada al pallone, chi ha esplorato grotte che si aprivano nella montagna sopra il paese, chi ha contato e chi si è nascosto in un “nascondino” vasto come una prateria senza confine, chi ha bevuto dalla fontanella come fosse un’oasi nel deserto perchè il gioco e la scoperta lo avevano sfinito. Dove sono andati quei tempi? Quali preoccupazioni, quali insicurezze hanno posto divieti e limitazioni per un'infanzia che ancora vorrebbe stare fuori, libera, senza confine? Pure l’asfalto sembrerebbe una cosa bella se calpestato da un’orda bambina che grida e che prova a crescere così come viene.

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28 maggio - Un vino da bere insieme, Aurora

Resto, in piedi, tra un vagone e l′altro. Oggi non ho voglia, almeno per questo inizio di ripartenza, di starmene seduto nello scomparto di un treno. L′idea di rimanere in una zona di confine dove l′insieme si riempie e si svuota attraverso la salita e la discesa si è fatta vita non appena messo il piede sull′ultimo gradino della carrozza.
Sarà inquietudine o desiderio di uno spazio raccolto, il bisogno di spezzare un′abitudine, cambiare punto di vista.
Appoggio delicatamente la borsa che contiene un pezzo di terra umbra.
Prima di partire Marck mi ha dato un germoglio di ciliegio selvatico con le radici ancora intatte.                    
Questo puoi portarlo con te, fai gemellaggio con le Marche... 
Guardo le foglie che spuntano fuori e riascoltando l′italiano imperfetto del ragazzo olandese ritrovo un sorriso.

In viaggio verso l'azienda biologica Aurora di Offida - Porthos Edizioni

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25 maggio - Fino alla Casa del Diavolo, Marco Merli

Lasciare i colli spoletini è lasciare una leggerezza, una delicatezza di forme e di prospettive che invogliano il viaggiatore ad indugiare con il corpo e tutto il resto. Prima di tornare a valle guardo su verso gli appennini che affiorano nel cielo quasi sgombro di nuvole. Non dovevo essere lontano da quei pendii quando percorsi la tappa Colfiorito-Visso. Mi pare quasi di riconoscere tratti di paesaggio ora che sono in basso e guardo in alto, chissà se sto incrociando un punto di vista passato che allora era alla ricerca delle tracce di un sentiero, di una via da cui scendere, se quel mio io è restato lassù a gridare quello che vede, a cercare di attirare qualche attenzione sperduta e disillusa. In quanti pezzi può essere divisa la nostra vita e quanti io troveremmo ad aspettarci a braccia aperte solo se ci concedessimo un tempo per andarli a trovare? Saluto Anna che mi lascia alla fermata di Bruna. L′autobus mi riporta a Spoleto di fronte alla stazione dei treni. Sento Marco, anche lui è in viaggio, è appena partito da Lecco dove si è conclusa la fiera dei vini. Mi piace il pensiero che oggi il viaggio sia questa convergenza di traiettorie, che Marco non sappia quasi nulla di me e che io manco conosca l′aspetto di Marco e i luoghi dove viva. Ho soltanto scritto sulla pagina del diario un nome di paese che da quando ho annotato non smette di solleticare la mia immaginazione. Casa del Diavolo. So che dista una ventina di chilometri da Perugia, nessuna altra idea. Il treno è in orario. Chiudo un po′ gli occhi accanto al finestrino che scorre. Perugia Ponte San Giovanni. Oggi il cammino sembra breve. Marco si sta avvicinando all′Umbria, mi dice che dalla stazione dove mi trovo parte un treno per Ponte Pattoli, di prenderlo che poi ci vediamo lì, casa sua è a pochi chilometri. Cerco indicazioni per Ponte Pattoli ma sugli orari delle ferrovie dello stato non trovo nulla. Poi vedo un′altra tabella degli orari. Sbiadita. In secondo piano. La linea è Perugia-San Sepolcro. La quarta fermata Ponte Pattoli. È un unico vagone quello che si ferma al binario numero 4. Colorato di spray e solitario e lento nel suo girovagare avanti e indietro.

Treno sulla linea Perugia-San Sepolcro - Porthos Edizioni

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22 maggio - Stefano Amerighi

Sento suonare una sveglia a pochi metri da dove sono. Una luce diffusa rischiara, debole, il risveglio.
Dalla finestra le vigne e un cielo che sembra cercarle avvicinando il suo corpo alla terra e facendosi grosso di nuvole.     
Beviamo un caffè e ci incamminiamo verso i filari. Qualcuno è già piegato con le mani che si muovono sicure dentro alle piante. Mi inginocchio accanto a Stefano e lo osservo ascoltando le sue parole. 

Tra le vigne di Syrah dell'azienda biodinamica di Stefano Amerighi a Cortona - Porthos Edizioni

Ogni pianta la devi guardare per intero, prima di tutto. Poi togli gli eccessi e i polloni che prendono una direzione lontana dalla forma e dall'impostazione che le vuoi dare.

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20 maggio - Francesca e Stefano, Massa Vecchia, una sinergia

Non capisco dalla luce che arriva dalla finestra come sia fuori il cielo. Sembrerebbe indeciso dagli occhi ancora appoggiati al sonno del letto.
Mi alzo e più mi avvicino ai vetri più sento la presenza delle nuvole che coprono uno spazio e smorzano trattenendo in sé il raggio di un sole.
Ci troviamo davanti alla cantina io, Francesca e Giulia e insieme scendiamo al vigneto per scacchiare gli ultimi filari  di Malvasia Nera e Vermentino. Il fiore dell′aglio tiene compagnia al grappolo di vite che attende la fioritura imminente. A guardarli così, sembrerebbero due anime che si stanno sfiorando in un amore sbocciato troppo presto per l'una e troppo tardi per l'altra; un fatale susseguirsi di aperture e di appassimenti.              

Fiore dell'aglio e della vite nei vigneti di Massa Vecchia - Porthos Edizioni

Sopra, la torre, il castello, il campanile, le case di Massa Marittima. Massa significa tutto ciò che è costruito sulla roccia. 

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9-10 maggio - Fare quadrato

Nessun fantasma, nessun sogno, la notte è trascorsa semplicemente notte, nuda oscurità.
Si può pensare che un luogo accolga con più o meno generosità un sonno?
Che gli intonaci scrostati, le polveri, i volti dei ritratti, le impronte sul legno di un armadio, un crocifisso lasciato a guardare il soffitto, entrino a far parte della nostra coscienza, delle nostre presenze interiori senza generare immagini notturne, evocazioni di onirica celluloide?
Potrebbe essere stato un lungo e sommesso insieme di voci che hanno sussurrato parole e versi e suoni di musiche, un disperato e sovraumano bisogno di comunicare.
Che tutto si sia risolto in un sonno apparente e che il sogno inizi proprio adesso mentre sto scrivendo di quella notte.
C'è una sensazione che arriva rivedendomi uscire sulla terrazza a guardare il cielo che a est si sta facendo più chiaro.
È un senso di protezione. Guardare il cortile in basso e l'edificio che continua a destra e a sinistra e si chiude nel lato opposto a dove sono. Guardare i mattoni messi insieme alle pietre che una mano simile alla mia ha preso da una terra vicina e portato qui, guardare uno spazio che tiene unito uno spazio come a offrire un conforto, una forza solida a chi ci abitasse dentro.

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7 maggio - Da una parte all'altra, Gradoli, Pescara

 
Le vie di Gradoli attorno a palazzo Farnese, il selciato su cui viaggiano le piccole ruote di un trolley che porta un rumore di frammento come di raganella di festa e di rito fatta girare da una mano lenta, ancora intorpidita dal sonno.
Cammino verso un caffè lontano da auto e musiche inflazionate di città.
Oggi è un cammino che passa attraverso il Paese, che parte da un luogo sommesso, da un nome che avevo sentito e letto da qualche parte, su una bottiglia di vino, su una pagina d′atlante. Un luogo che non è più nome e che allarga, dentro, la mia geografia interiore ridistribuendo gli impulsi e i ricordi di una parte di vita.

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