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Storie

La ricerca di una possibile felicità


Lancy, 12 agosto 1852

«Ogni sfera dell’essere tende a una sfera più elevata e ha già rivelazioni e presentimenti. L’ideale, sotto tutte le sue forme, è l’anticipazione simbolica d’un esistenza superiore alla nostra, alla quale tendiamo. Come i vulcani ci portano i segreti del globo, l’ispirazione, l’entusiasmo sono esplosioni del mondo interiore dell’anima. La vita umana non è che l’avvento alla vita spirituale, e ci sono ancora innumerevoli gradi, sia nell’una sia nell’altra [...]».
Da Frammenti di un giornale intimo di Enrico Federico Amiel, traduzione di Cristina Baseggio, Utet (Unione Tipografico-Editrice Torinese) Torino, 1931.

Sin dall’inizio della mia attività di divulgatore ho tenuto a battesimo persone che si sono poi impegnate nel “lavoro del vino”: molte sono diventate figure commerciali, altre hanno aperto locali e alcune hanno addirittura affrontato la produzione. Potrebbe apparire scontato – se uno insegna materie enologiche, chi può aspettarsi come allievo e come allieva? Invece non è così banale, dal momento che proprio negli anni in cui ho cominciato è avvenuta una trasformazione del pubblico partecipante ai corsi. Si è passati da una comunità ristretta, della quale facevano parte quasi solo professionisti del settore, a una schiera ampia e articolata composta da appassionati che, pur attratti dalla bellezza dell’argomento, non immaginavano che quel sentimento, trasformato in amore, potesse cambiare la loro vita.

gruppo Porthos low
foto di maria enqvist

Ho frequentato il mio primo corso dell’Associazione Italiana Sommelier (AIS) nella primavera del 1979, nel giugno di due anni dopo ero sommelier professionista, nel marzo del 1982 ho tenuto la mia prima degustazione guidata. A quel punto ho preso ad assistere i relatori e, passato poco tempo, mi sono occupato direttamente di alcune lezioni del percorso di primo livello. Ho vissuto in diretta questa modificazione antropologica e sociale del parterre dei partecipanti, resa più evidente dalla nascita dell’associazione Arcigola nel luglio dell’86 (divenuta movimento Slow Food nell’89). A quel tempo appariva naturale, quasi necessario, cominciare a formarsi una cultura sul cibo e sul vino da “semplici” consumatori, sulle orme dei raffinati gourmet ma con un approccio meno aristocratico. È stato presto evidente, al docente e ai discenti, che il vino non conteneva solo elementi puramente organolettici e sensoriali, ma lasciava trapelare una valenza emotiva, faceva intendere di poter essere quel viaggio dentro se stessi già narrato da poeti e filosofi del passato, un cammino sostenuto dal recupero della memoria e ricco di imprevedibili implicazioni culturali. In virtù di questo potenziale bagaglio di esperienze, diverse persone si sono domandate se il vino potesse diventare un’opportunità per cambiare una vita avviata su binari sicuri, magari approfittando di un’eredità agricola semi abbandonata oppure di un locale in disuso. È tuttora emozionante seguire le vicende delle numerose persone affacciatesi al vino attraverso brevi seminari, serate a tema, corsi prolungati e divenute protagoniste di scelte radicali e faticose. Famiglie che sono state capaci di (ri)cominciare quasi da zero e si sono impegnate economicamente per decine d’anni. Produttori non convenzionali le cui radici agricole, se ci sono, risalgono a generazioni precedenti. Donne e uomini che forse da tempo sentivano un’attrazione e, seppure non ne avevano riconosciuta la matrice, ne avevano colto il senso, riassumibile nell’espressione “ricerca di una possibile felicità”.

daniele presutti
foto di maria enqvist

La loro vita è cambiata, si è riempita di sacrifici di tutti i tipi, tra i quali spesso emerge la quasi completa impossibilità a partecipare ai nostri corsi e agli eventi. Tuttavia la sensazione, quando gli parlo, quando guardo i loro occhi, è che, anche nelle giornate più complicate e scoraggianti, non sarebbero disposte a tornare indietro. E non ho ancora incontrato qualcuno che sia tornato a ciò che faceva prima. Non hanno più i privilegi di una vita ben pianificata, le vacanze sono diventate una chimera, e non solo per ragioni economiche, scompaiono consuetudini come mostre, teatro, cinema, musica, ecc. Ricevere la visita di chi li ha aiutati a far affiorare il desiderio della vita li aiuta a riconnettersi col mondo precedente e a concedersi una pausa, un momento di riflessione utile a sentirsi pronti per l’avventura successiva. Questo quadro riguarda perlopiù coloro che hanno scelto la carriera di agricoltori, ma non si creda meno faticoso aprire un locale, sapendo di poter delegare pochissimo, almeno nei primi anni, per dare un’impronta originale e far sentire ogni cliente speciale. Succede che alcuni non riescano a decidersi e per un po’ mantengano vive entrambe le attività, il lavoro “vecchio” e la nuova “sfida”: tale condizione, solo all’apparenza invidiabile ed eccitante, comporta dei problemi insolubili e costringe a una scelta che forse non sospettavano di dover fare. Pensavano che bastasse spostare il loro approccio da un campo all’altro, una semplice manovra monetaria e organizzativa, tecnica, sufficiente a riprodurre un successo in serie. Il vino nella sua assoluta superiorità morale mette in crisi molte delle certezze acquisite in questa società neoliberista, non ammette comode mediazioni e parassitarie convivenze, pena il fallimento del principio (sogno) enunciato all’inizio, “la ricerca di una possibile felicità”. Quando una persona entra a Porthos e partecipa a un evento o a una lezione, anche di passaggio, ospite, uditrice, oppure quando m’incontra in giro per l’Italia, nel momento in cui avviene il primo contatto, può considerarmi il suo maestro, per sempre. È questo che desidero più di tutto, convincerli che sarò in quella funzione anche se non ci dovessimo incontrare più. Un po’ come accade con alcune insegnanti delle scuole materne ed elementari, orgogliose delle carriere delle allieve e degli allievi, ma ancora abili a richiamare l’attenzione, quasi fossimo in classe. La cosa più bella è che essere maestro comporta una continua trasformazione: ogni nuovo giorno comincia con un segno diverso dagli altri. Quella combinazione tra conforto e imprevedibilità che aiuta a crescere insieme, fino all’ultima ora di luce a nostra disposizione.

Poco prima di completare il pezzo, l’ho sottoposto all’attenzione di mia figlia Lavinia; lei mi ha mandato una versione rivista e nell’email ha suggerito una riflessione complessiva utile a chiuderlo; come scoprirete, ho approfittato del suo consiglio, allo stesso tempo ho creduto utile pubblicare l’intera sua risposta perché offre altre letture: alcune di queste sono ben note alla comunità porthosiana, altre le coltiviamo ma non sempre ne siamo consapevoli.

Ciao papà,
ho solo cambiato c’è con emerge (l’impossibilità a partecipare alle nostre serate...) e emergere con affiorare (il desiderio della vita).
Anche qualche cambiamento lieve di punteggiatura, spezzando due frasi col punto e qualche correzione di accordo di genere.
Per il finale, vorresti forse immaginare che il vostro/tuo compito come Porthos alle persone che hanno intrapreso strade più “faticose”, complicate o difficili o meno scontate, possa essere ormai di sostegno e coltivazione della relazione con loro come amici in modo da curare la crescita di una specie di comunità di persone appassionate e dedite alla cultura del vino che sono passate o hanno cominciato a formarsi da Porthos? Per non perdersi e continuare a confrontarsi, perché in fondo il percorso che il vino aiuta a intraprendere è di scoperta e conoscenza di sé ma attraverso e per stare con gli altri. Sia attraverso la costruzione di collaborazioni come nell’esempio dell’agricoltore e di chi apre un locale, sia attraverso i legami che si instaurano nella “classe” o che si riscoprono nella vita di ciascuno con la condivisione e nel confronto sul vino.
La classe è in fondo un ente di per sé cui ci si rivolge da docenti come a un’unità. Seppur variegata è sempre un nucleo da cui poi dipartono i diversi percorsi di ognuno.
Questa rete arricchisce ed è importante per questo continuare a coltivarla, cominciando con le relazioni docente-discente e tra allievi ma anche tra persone che s’incontrano una volta passando da Porthos per altri motivi (alcuni vengono come ospiti, altri capitano di passaggio etc.).
Che ne pensi? Il riportare il senso dell’articolo dal percorso di scelta individuale di cambiare la propria vita all’unione di una comunità variegata variabile e aperta, che si rinnova, si confronta e offre sostegno? In fondo, come a scuola, anche da Porthos ci si rinnova tutti i settembre con nuovi propositi, aspettative, sogni e incontri.

Fammi sapere,
Lavi
 

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