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Storie

Pollenzo

a cura di elisabetta virgili

M: Michele Fino
N: Nicola Perullo
S: Sandro Sangiorgi
P: Pubblico

Pollenzo
da slowfood.it/slowine

M
: La serata è stata organizzata grazie all’affezione per l’antica azienda nicese Scarpa, che alcuni mesi fa ha iniziato a collaborare con l’università e con degli ex studenti. Per questo si è deciso di fissare un appuntamento con Sandro Sangiorgi, grazie a Nicola Perullo, dedicandoci a questo momento di confronto con gli studenti, per parlare di passato, presente e futuro del vino in Italia.
Circa una ventina di anni fa Sangiorgi scrisse un lungo articolo di grande contenuto rispetto all’azienda vinicola Scarpa ed è diventato il pretesto per progettare questo incontro.

M: Dall’ultima volta in cui sei passato da queste parti, la scena vinicola nazionale e internazionale è profondamente cambiata. Che cosa hai trovato oggi tornando a Bra?

S: Come ti avevo accennato ieri, provo un’emozione molto profonda e contrastante. Quando mi hai scritto, la risposta positiva è arrivata subito e a cuor leggero… non mi aspettavo un’emozione così grande. L’ultima volta che sono stato qui era il dicembre 1999.

N: Io sono qui per due motivi. Il primo è un motivo istituzionale: amo il vino dal 1992 e ne ho fatto una parte della mia ricerca. Il secondo motivo è grazie a Sandro Sangiorgi: è stato il mio primo e unico maestro del vino; ogni cosa che ho scritto sul vino la devo a Sandro perché mi ha introdotto nel modo più bello, mi ha sedotto... anche se poi questa comunicazione con il vino si è interrotta, ma dal mio punto di vista è rimasto un riferimento costante.

M: Venticinque anni fa la tua posizione era già così chiara rispetto al vino? O si è consolidata negli ultimi anni attraverso le pubblicazioni recenti?

S: No, è cambiata anche grazie alla capacità di coltivare il dubbio che ho sperimentato con Nicola. L’ho conosciuto a Pisa e immediatamente ho capito che sarebbe stato un mio allievo per un po’. A casa di un nostro comune amico, Ernesto Gentili, dopo le lezioni, si continuava a parlare del senso della soggettività. Ci sono dei vini che mi piacevano a quel tempo e che mi piacciono ancora, ma la gran parte dei vini, adesso, non li amo più – e non è colpa dei vini, è cambiata la mia vita e la mia relazione con il liquido odoroso. La mia percezione è stata rivoluzionata un pezzo alla volta, mi sono accorto che non riuscivo più a essere allineato e, guardandomi dentro, ho capito perché non ero più in sintonia. Così è nata Porthos, una piccola impresa che fa dei libri e organizza dei corsi. Gli snodi del cambiamento sono stati due, uno nel 1997 e uno nel 1999, mi sono trovato in una posizione così scomoda da non poter più restare.

M: Da quello che dici sembra che il motivo principale del cambiamento sia più legato alla tua vita professionale, rispetto al profilo strettamente enologico, se esiste…

S: Esiste un solo approccio: quello al vino. Quando sento dire “degustazioni tecniche” mi viene da sorridere. C’è stato un cambiamento legato proprio alla sensorialità, non mi sentivo allineato perché nella mia vita c’era la necessità di far valere alcune ragioni enologiche. Nonostante i cambiamenti che avevo captato, una parte della redazione con cui lavoravo si allontanava dalle premesse dalle quali tutto era nato, dieci-undici anni prima; non lo dimentichiamo che io sono fondatore di Arcigola e poi anche di Slow Food, quindi quando c’è stato il primo incidente di percorso nel 1997, io non ho pensato di andarmene, ma inizialmente ho solo cercato di introdurre alle persone con le quali lavoravo l’idea che forse qualcosa stava cambiando e che, magari, bisognava anche guardare da un altro lato; questa parte “rivolta altrove” non veniva presa in considerazione. Poi nel 1999 non c’è stato niente da fare, sono stato letteralmente sconfitto sul campo. Io sognavo di poter continuare a fare l’attività didattica non essendo più coinvolto con quella editoriale, però mi fecero capire che era incompatibile e quindi dovevo andarmene.

M: Nicola, il tuo sguardo su quel momento…

N: Mentre Sandro parlava, ho ricordato quando l’ho conosciuto e sono entrato nel mondo del vino: era ancora l’epoca di Veronelli e quindi del giornalismo enologico di spessore. La passione conoscitiva, informativa e divulgativa era agli inizi, eravamo in un periodo di modernismo, in cui il nuovo era meglio del vecchio a prescindere. Si facevano dei discorsi in cui si affermava che il vino, per decenni, si è bevuto poco perché di qualità scadente. Discorsi che oggi appaiono troppo banali e semplicistici.
A un certo punto questo modernismo ha iniziato a mostrare delle crepe: c’è chi se n’è accorto – tipo Sandro con Porthos – chi invece non ci è ancora arrivato. Io, nel mio piccolo, con i miei studenti, provo a portare il vino nel mondo, cioè cerco un approccio dove il vino è legato con tutto il resto, non è settorializzato. Non esiste una sola critica sul vino, ne esistono tante, ma l’idea è proprio di allargare il concetto di critica e portarlo sul piano che non è quello della stretta competenza enologica o tecnologica, ma democratico e diffuso, dove l’approccio avviene nell’altro senso: si parte dal mondo e si arriva al vino.
L’Invenzione della gioia, del 2011, è stato uno dei libri più importanti nelle recenti pubblicazioni riguardanti il vino in Italia; frutto di un lavoro molto profondo e intenso, non solo per il numero di pagine e per il tempo che ci è voluto per generarlo, ma anche per il modo di sradicare l’immagine del vino che si ha a livello settoriale, portandolo a essere protagonista di un’atmosfera conviviale, diffusa e rilassata.

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