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Piovono pietre

Fa tutto lui

Tutti gli appassionati di vino lo sanno, nei primi giorni di ottobre è stato pubblicato un libro importante. Qualcuno penserà al volume firmato da Jancis Robinson e Hugh Johnson, The New World Atlas of Wine, ma io intendo un’opera più ambiziosa, scritta da Oscar Farinetti e Shigeru Hayashi: Storie di Coraggio, sottotitolo Vino, ti amo. Lo chiarisco subito, a scanso di equivoci: le righe di seguito non trattano del valore letterario del libro. L’autore non è Fenoglio (ne è consapevole) e il punto è un altro, cioè il ruolo assunto dall’autore (parlo di Farinetti, non del wine-ninja) nel panorama enologico-letterario dell’Italia moderna.
Provo a riassumere. Oscar Farinetti è proprietario di svariate aziende che producono vino. Inoltre, nei suoi negozi, vende – anche – vino prodotto da altri.
Il libro che ha scritto contiene dialoghi fra lui e alcuni produttori italiani, molti (o tutti, non so di preciso) presenti nei suoi negozi con le loro etichette. Pertanto, dai primi di ottobre, sullo stesso scaffale potreste trovare una bottiglia di vino prodotto da Farinetti accanto a una prodotta, che so, da Gaja e, in mezzo, il libro, in cui Farinetti intervista Angelo Gaja. Non è casuale che io accosti Farinetti a Gaja, perché entrambi sono riconosciuti come due autorità nel marketing, sebbene ognuno a suo modo e con la sua cifra.
L’ho detto altre volte, il vino, come il calcio, garantisce una ribalta privilegiata. Immaginate un ferramenta che intervisti i suoi fornitori e poi, in vetrina fra due brugole e uno spazzolone, infili il proprio elaborato, scritto a quattro mani con la commessa: “Trenta giorni fine mese, sottotitolo Brugole vi adoro”. Non funziona, il ferramenta non ha speranze, così come mille altri mestieri poco appetibili ai media. Nessuna recensione elegiaca, nessun passaggio in tv, nulla.
Se invece si parla di vino, e se lo fa uno come Farinetti, l’interesse si accende in ogni dove, anche perché questo sì che è fare squadra e sistema: un imprenditore che produce il vino, lo commercia e lo racconta pure. Noi dobbiamo solo comprarlo e consumarlo, meglio se abbinato al libro, ché tanto il vino è cultura.
Da questo corto circuito rimane fuori, ovviamente, la stampa di settore, che Farinetti sa essere condannata all’irrilevanza dai nuovi media e dalla crisi economica. Potrebbe esserci un riscatto, se si riscoprisse quel ruolo di cane da guardia che nell’enogastronomia interpretano in pochi, mentre sono legioni quelli concentrati a dare visibilità a prodotti e produttori. Ma con Farinetti non attacca, chi si azzarda anche solo a chiedergli conto di quello che fa, invece di celebrarne le gesta con acritico fervore? Ricco, crea lavoro, fa politica a sinistra, è un eroe del made in Italy e ora fa persino le interviste ai fornitori, pardon, ai produttori. Ruberà il lavoro agli specialisti dell’enogastronomia? No, gli dimostra, nero su bianco, che ormai sono solo ornamentali, con il loro affaccendarsi su sentori e retrogusti, mentre lui, tra un’apertura a Bari e una su Marte, trova il tempo di sfidarli sul loro campo. E neppure se li compra, perché non sa che farsene. Tra poco saranno loro a pagare per intervistarlo.

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