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Piovono pietre

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Abbiamo i nostri tempi e li rispettiamo. Ci soffermiamo a guardarci intorno; pensiamo, depensiamo, ci ripensiamo; ci informiamo, disinformiamo, poi riflettiamo. Intanto sono passati due mesi da quando sono emerse richieste d’intervento sul tema naturale a fronte dell’editoriale di Eleonora Guerini e l’intervento di Michel Bettane sul numero di gennaio del Gambero Rosso. Non che la posizione di Porthos sia cambiata. Sgradevole la sensazione allora, disturbante oggi. Faticoso scrivere del Crostaceo... Ad ogni modo, mi torna utile un libro uscito di recente e pubblicato da Bompiani. S’intitola “Stupidità” e l’autore è il professore Gianfranco Marrone: «La stupidità vince. Bisogna farsene una ragione. Gli imbecilli ci sono sempre stati, si sa. Eppure nell’attuale società dei media e dei consumi sono diventati una folla cianciante che dichiara bellamente la propria deficienza intellettiva e sentimentale, esibendola come un valore». Ora, l’editoriale – generalmente il pezzo più importante di una rivista – è uno “stupido” soliloquio.
Non penso ad altro, non mi viene: «Come si può, con tutto l’intervento umano che il produrre vino implica, parlare di naturalità? Semplicemente non si può. Ma si fa. Spesso perché fa figo, nei migliori dei casi perché non si fa la benché minima riflessione sul senso del termine che si usa. Contrabbandando la scelta di metodi arcaici, primordiali, come una scelta naturale. Invece spesso si tratta di una sorta di luddismo, di negazione della tecnologia a priori, senza entrare nel merito della qualità finale». Lo rileggo e aumenta la percezione di un modo unilaterale, qualunquista di scrivere. Basta la pochezza, anche d’intenti, che si porta dietro. La solarità della scrittura potrebbe sembrare prontezza, acutezza, invece mancano una base forte e il rispetto. Anche la parte “buona” dell’articolo, che fa riferimento all’effettiva assenza di unità, in alcuni vini, di forma e sostanza, diviene approssimativa, si libera dal dovere di approfondimento.
Ne derivano, dunque, l’incosistenza argomentativa e la poca credibilità.

Discorso simile per il pezzo di Bettane, scorretto, banale e infarcito di luoghi comuni: «[...] i vini rossi puzzano, e tutti i vitigni e i territori finiscono per somigliarsi perché i cattivi lieviti indigeni con i quali sono realizzati, così avidi di cannibalizzare quelli buoni se il vinificatore li lascia fare, sono gli stessi in tutto il pianeta, i loro colori sono torbidi e instabili e mostrano una presenza eccessiva di gas carbonico che dà l’impressione di vino incompiuto. I vini bianchi sono – se possibile – ancora più cattivi: più o meno ossidati fin dalla nascita, e dunque nati morti, ne viene “gestita” a posteriori la decomposizione! ». Oltre alla cattiva e faziosa informazione emerge mancanza di sensibilità, apertura. Ogni frase è un limite preimpostato, una visione polarizzata. Come se fosse possibile ragionare in modo strettamente logico, partendo da assiomi indiscutibili (un modo di fare e di sentire il vino) all’interno di un quadro di regole già dato dove si collocano ferrei parametri che inquadrano valori e disvalori (vai a definirli!?). Il vino non si predispone a tradurre letteralmente le definizioni e, prima di farlo, si svincola pure dall’ordine del linguaggio che, per quanto possa ottimizzare la descrizione, è sempre circoscritto. Il vino è troppo semplice e complesso perché creativo, liberatorio, non abitudinario. Gratuito, perché ha la grazia del piacere.

La riduzione e la banalizzazione verso cui si cerca di condurre la questione naturale, deve portare la responsabilità partecipativa del singolo produttore e delle varie associazioni – forse dovranno ricominciare a comunicare in modo approfondito e serio, superando le storiche necessità di “fare una fiera” e preoccupandosi di un dialogo continuo, non limitato a qualche convegno. È necessaria quella militanza, lungi dall’essere ortodossia, che porta a schierarsi a difesa di un’idea e di una realtà, non per coltivare una specificità settoriale, ma per ribadire le fondamenta di rispetto del territorio, di se stessi e delle persone che andranno a nutrirsi della bellezza del vino naturale.
Che la mancata pubblicazione della lettera di risposta a nome di oltre duecento produttori agli articoli del Gambero sia lo stimolo a una maggiore compattezza e presenza. Ma che ogni firma corrisponda alla volontà dichiarata di ogni singolo produttore, senza ipocrisie e senza timori.

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