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Piovono pietre

Orpelli #2

Disconoscere
Negli ultimi mesi, durante alcuni assaggi, mi è capitato di ascoltare con attenzione le descrizioni di alcuni degustatori, anche licenziati Sommelier di varie scuole, che elencavano, compiaciuti e sicuri, un catalogo di riconoscimenti olfattivi e gustativi divisi in due estremi: dai più assurdi e personali ai più banali e consueti (l’onnipresente mineralità!). Un’impostazione che persevera, ancora utilizzata con disinvoltura e che, come tutti i formalismi, ha una propria fissità. Pare le sia stata consegnata un’aura mitica, intoccabile. Non è immune da questa medesima situazione la scrittura di settore che si mantiene sempre adeguatamente autoreferenziale, depositaria di una vera e propria supremazia del riconoscimento superficiale. Come se bastassero quella cinquantina di cose da sentire...
Ad amplificare ulteriormente il problema della narrazione ci pensano le schede organizzate, suddivise, ingabbiate in un numero limitato di battute. Non dirò nulla di nuovo ma mi sembra si tratti di una modalità forzata, non emancipata ma garantita dalla licenza di riempire di parole, e dunque svuotare di significato, il vino. La descrizione ornamentale, della quale si lamentano tutti, compreso chi la pratica, sembra comunque in voga e rende non solo la degustazione ma anche il consumo, magica aspettativa e quindi diseducazione. Si priva di contenuti un mondo che, per coloro i quali iniziano a frequentarlo, è già scoraggiante e si rischia, senza accorgersene, di attuare l’effetto più semplice e dannoso: l’emulazione.
Tra la ciliegia Mora di Cazzano e il tabacco Kentucky, il vino acquista una fisionomia standard, e non mi riferisco al vino convenzionale, perché anche il sedicente naturale soffre queste costrizioni. Tracciare passaggi e movimenti olfattivi, osservare i percorsi del vino in bocca, godersi il senso tattile, seguire e aspettare, pensare all’accostamento, credo siano i modi da imparare e applicare. Se poi si aggiungono alcuni riconoscimenti olfattivi, è necessario comunque congiungerli a un comportamento, in base alla propria sensibilità.
Ma non basta questo scenario, perché emerge anche, ed è l’aspetto che più mi lascia perplesso, la finzione intellettualistica: gli stessi Sommelier sdegnano, ma non superano, le convenzioni con le quali sono stati educati. Ammettono una falsità di fondo e, addirittura, si dichiarano profittatori del loro ruolo di custodi e consiglieri. Scusateci ma siamo fatti così... Questa ambiguità è sintomo di un’esasperazione confusa, un’ipocrita insofferenza. Basterebbe solo un po’ di buon senso, una dose di umiltà e qualche Master in meno. Stanno lì a gingillarsi con l’alibi della ruota di odori e sapori, a stabilire punti saldi per tenersi cari i propri, socialmente utili, riconoscimenti.

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