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Noi c'eravamo

Frammenti di Ein Prosit 2014: Arianna Occhipinti - Prima Parte

Arianna Occhipinti ad Ein Prosit 2014
a cura di chiara guarino
foto di davide vanni

Vi proponiamo la prima parte della conversazione tra Sandro Sangiorgi e Arianna Occhipinti, vignaiola di Vittoria, durante l’incontro Il segreto delle radici: dolore, scoperta e riconoscenza, organizzato da Porthos a Ein Prosit 2014.

 

 
Arianna: Grazie Sandro. Sì, viticoltura ed enologia è un indirizzo che ho scelto a 18 anni, per due motivi. Il primo, perché mi era piaciuto passare quei quattro giorni al Vinitaly. Prima di andarci non sapevo neanche cosa fosse, la mia idea era semplicemente quella di fare una piccola vacanza. Lo zio Giusto, poi, me lo aveva presentato come un evento molto divertente ed effettivamente, per una ragazza di 17 anni, è stato così. C’erano molte persone che avevo già conosciuto, versavo il vino nei bicchieri, spiegavo i vini di cui avevo letto la descrizione sul depliant, e questo è stato il mio primo approccio. Poi, tornati a Vittoria, ho continuato a seguire lo zio nel vigneto e in cantina appena potevo. Il secondo motivo che mi ha orientato verso la scelta della facoltà di viticoltura ed enologia è stato perché in quel momento era un indirizzo di studi che poteva conciliare il mio desiderio di fare cose manuali con quello di costruire qualcosa…
 
S.: Una professione! Bisogna chiarire che Arianna non è figlia di viticoltori. La mamma è in’insegnante di educazione fisica, il padre, come ho detto, è un architetto, quindi non ci sono vigne di proprietà in famiglia.
 
A.: No e, sopratutto, per me l’enologia è arrivata a 18 anni. Mia nonna aveva un uliveto, ma è tutt’altra cosa. Mi sono iscritta a viticoltura ed enologia a Milano perché pensavo che fosse importante uscire dalla Sicilia e andare a vedere altro, e anche se non è una zona viticola, è vicina a tanti produttori. Avevo buoni professore di storia della viticoltura e di chimica enologica, tuttavia, dopo poco mi sono resa conto che questa enologia “convenzionale”, che appena iscritta mi dava molti stimoli, cominciava a lasciarmi insoddisfatta e piena di domande su cosa fosse davvero il vino. Non poteva semplicemente essere un intruglio da costruire e aggiustare. Fortunatamente nei fine settimana, invece di rimanere a Milano, con due carissimi amici, andavamo a visitare cantine. In quel periodo ho conosciuto dei produttori, che adesso sono colleghi e amici, ma per me allora erano punti di riferimento. Ne ho visti davvero tanti e ogni volta tornavo all’università con mille dubbi. Esistevano altri modi di fare vino che però venivano bollati come una minoranza senza importanza. Quegli anni di riflessione e forte contrasto per me sono stati fondamentali e sono stati proprio gli anni in cui ho preso la mia decisione, che non era quella di fare vino, arrivata in seguito, ma quella di come farlo. E succede anche che quando ti estremizzi così, non puoi lavorare per qualcuno, devi dare un risultato sicuro e per questo fai quello che stato stabilito dall’azienda; in poche parole, non puoi osare. Quello di fare vino in maniera più intima e più…
 
S.: Si può dire naturale? 
 
Arianna ride
 
S.: Perché non si può dire più? Ti vedevo lì sul punto di farlo e ho pensato è strano che non lo dica.
 
A.: Sì, si può dire. Io non lo dico perchè comunque per me è un vino e non mi va di definire questo vino, però riconosco che aiuta.
 
S.: Certo, dire “in maniera naturale” mi sembra una cosa bella.
 
A.: Perfetto, “fatto in maniera naturale” mi piace di più che dire vino naturale.
 
S.: Ascolta, «Naturale ovvero lo stare dalla parte della nascita, dalla parte di ciò che aprendosi diviene, o anche lo stare tra il silenzio delle cose e i loro nomi, nei pressi del loro respiro». Che ne pensi? Vedi, non è tanto male l’aggettivo naturale.
 
A.: Questa è la fermentazione, stare dalla parte della nascita è proprio il momento della fermentazione, il momento in cui il vino segna i suoi primi passi e disegna con il suo dna… se la fermentazione è spontanea.
 
S.: Ma cosa succede? Ad un certo punto questa studentessa non si accontenta di Milano, va in giro, conosce, impara, però ha anche nostalgia. Vuoi dirci cosa ti è mancato di più? Cosa metteresti nell’ordine, il mare? Perché lei prima dei 19 anni è stata una una vera e propria ragazza di mare, non di terra. Poi Vittoria è stata sotto il mare…
 
A.: Sì, Vittoria era sommersa dal mare, da questo deriva la natura salina e conchiglia dei nostri terreni. Se devo dare un ordine, direi il mare, la terra e i paesaggi.
 
S.: Quale paesaggio in particolare? Dillo, che cos’è che fa così tanta impressione a tutti quelli che visitano Vittoria? 
 
A.: Mi sono mancati i monti Iblei, la catena montuosa che c’è appena sopra Vittoria. È un luogo di sabbie rosse e calcare. Quello che in realtà mi è mancato è una complessità di paesaggio.
 
S.: Quindi, ad un certo punto cosa succede, mentre sei lì a Milano, al secondo anno di università?
 
A.: Decido di rientrare in Sicilia e di affittare un vigneto.
 
S.: Io immagino una persona che ha un vigneto e si trova di fronte ad una ragazza di 20 anni che vuole fittare un vigneto.
 
A.: Le persone in questione erano i miei genitori, ai quali ho comunque dovuto garantire che avrei finito gli studi. Sì, decido di affittare la vigna, ma non per fare il vino. Volevo prima sperimentare, fare un po’ di potature… mi piaceva l’idea di coltivare le viti e non pensavo neanche a settembre e alla vendemmia.
 
S.: C’è ancora quella vigna?
 
A.: Sì, c’è ancora.
 
S.: È sempre in affitto?
 
A.: Non, non è più in affitto. L’ho comprata e dopo due o tre anni ho preso della terra nuda accanto dove poi ho piantato altre viti. Quando nel 2004 ho fatto il primo vino e, prima ancora le potature, ho chiesto aiuto agli anziani della zona, visto che non avevo mai fatto pratica ma solo la teoria studiata sui libri.
 
S.: E cosa dicono gli anziani di questa ragazzina?
 
A.: I vecchi erano sorpresi e incuriositi, perché la viticoltura in Sicilia è sempre stato un lavoro da uomini, come in quasi tutta Italia, ed era buffo perché non sapevano neanche come dirmi le cose, se parlarmi in dialetto o in italiano. Comunque da loro ho imparato tanto, le cose da fare, ma anche quelle da evitare. Spesso gli anziani di questo periodo hanno cominciato a dedicarsi all’agricoltura negli anni sessanta e sono figli di una generazione che ha sofferto per la terra e che vedeva nella quantità l’obiettivo principale per non morire di fame. Se in campagna c’era qualcosa che non andavano, correvano dal negoziante e chiedevano «Dotto’ che ci devo mettere nella vigna?» e poteva essere qualsiasi cosa. In ogni caso, la lezione più importante che ho imparato dagli anziani è lo stare in campagna, avere la pazienza di osservare e capire i segnali della natura. Capacità queste che quasi tutti i giovani hanno perso e che io sto provando a recuperare.
 
Arianna Occhipinti e Sandro Sangiorgi ad Ein Prosit 2014
 
S.: La prima vendemmia è quella del famoso 2004. Se trovaste in giro ancora qualche bottiglia, vi rendereste conto di come sono perfette, non c’è la percezione di questo excursus lavorativo ancora tutto da definire, ma quello di una professione ormai avviata. Anche per questo motivo ero convinto che Arianna fosse rampolla di una famiglia di viticoltori. Lei imbottiglia una vendemmia, come dico io, “cucinata” nel territorio di Caltagirone… 
 
A.: …che rientra nel Cerasuolo di Vittoria. È una piccola lingua di territorio vittoriese che si insinua nella provincia di Catania.
 
S.: Lì c’è un’azienda che da ad Arianna un mastello e tre tonnaux, e tu vinifichi?
 
A.: Vinifico Frappato e Nero d’Asola separatamente, perché volevo comprendere le intime caratteristiche dei due vini e contrariamente alla tradizione del mio territorio che li ha sempre uniti. Alla mia prima vendemmia, nel 2004, ho fatto 2000 bottiglie di Frappato e 2000 di Nero D’Avola; i due vini sono stati un anno in legno perché avevano bisogno di un periodo di stabilità. Solo nel 2006, alla mia terza vendemmia e alla prima annata di Grotte Alte, li ho vinificai insieme. 
 
S.: Io ho avuto la fortuna di assaggiare questi vini nel febbraio 2006, quindi appena usciti e già da quell’assaggio rimasi impressionato.
 
A.: Quello che dico sempre è che con queste due uve ci siamo un po’ prese per mano. Perché se non avessi avuto il Frappato e il Nero d’Avola non avrei mai potuto fare questo percorso, di cui sono felice. E forse anche loro avevano bisogno di qualcuno che le riconoscesse e avesse la capacità e la voglia di portarle in giro e farle conoscere.
 
S.: Queste due uve ti hanno incoraggiato?
 
A.: Sì, in loro ho visto delle grandi potenzialità e sono molto soddisfatta del vino nato da queste uve, che ho custodito e accompagnato sempre di più.

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