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Noi c'eravamo

Volcanic Wines 2014. Tra Montefiascone, Pitigliano e Orvieto

a cura di sandro sangiorgi
foto di matteo gallello


Piace tanto il connubio vino-vulcano. È diventato il fattore di attrazione che moltiplica le manifestazioni, dal Veneto alla Sicilia. Perché funziona così bene? Probabilmente basta solo il pensiero del vulcano per percepire un senso di energia, di meraviglia e di rigoglio. Il magma evoca una terra che si qualifica e che, forte di un’eredità ricchissima, può generare alcuni tra i più originali vini del mondo. Allo stesso tempo, le montagne di fuoco mi procurano un senso d’inquietudine, di precarietà, di sacrificio.

Montefiascone
Il lago di Bolsena da Montefiascone
 
I terreni di origine vulcanica sono generalmente contraddistinti da elevata permeabilità e scarsa fertilità, inoltre portano in dote particolari oligoelementi quali ferro, potassio, calcio, fosforo, magnesio e manganese. Si tratta di terre molto selettive e, anche per la granulosità della loro struttura, hanno una buona aerazione, fornendo un ottimale rapporto tra luce e calore e contribuendo in maniera rilevante al governo dell’escursione termica quotidiana. In questo senso colpisce la differente efficacia apprezzata negli scoscesi pendii lungo la valle della Mosella, sulle rive dei bacini lacustri del Lazio e tra i 700 e 1000 metri s.l.m. dell’Etna.

Pitigliano
Pitigliano

Nonostante tali premesse, i vini assaggiati durante i tre giorni di Volcanic Wines, tutti provenienti da territori pieni di tradizione, non hanno manifestato questo naturale slancio qualitativo. Faticano a distinguersi e a rimanere nella memoria, il fil rouge che li unisce ci riconduce più a uno stile tecnico che a un’identità territoriale. I bianchi rispettano la classica norma dei sentori primari, immediatamente piacevoli ma che fanno deflagrare fragranza e freschezza dopo pochi minuti nel bicchiere. Per i rossi, invece, i riscontri più frequenti sono legati a statici sentori giovanili e al legno; difficile trovarne di “sbagliati”, ma dietro la correttezza esteriore emerge una mancanza di espressività e di partecipazione gustativa. La memoria è così corsa agli assaggi di Soave, Gambellara, Pitigliano, Campi Flegrei ed Etna capaci di leggere il luogo e di restituire emozioni ricche e cangianti. “Sentire il territorio” in un vino vulcanico non equivale a percepire una semplice sulfureità – sovente legata a un difetto produttivo – a fare la differenza è il profilo della sapidità e il suo integrarsi con l’aspetto tattile.

Orvieto
Orvieto, il Duomo

L’attesa mineralità merita una riflessione a parte. Fino a qualche anno fa vi si ricorreva per descrivere vini di cui non si sapeva bene cosa dire. Era facile dire: «minerale!» per un sentore che, forse, era legato agli aspetti fermentativi. Nessuno badava al ruolo della mineralità nell’aspetto gustativo e quindi lo lasciava nell’alveo odoroso. Ma i tempi sono cambiati e oggi si assiste a un paradosso: alla presenza di vini vulcanici, quando si potrebbe affrontare davvero la mineralità odorosa e potremmo oggettivamente percepirla, è diventata tabù e non se ne vuole neanche sentir parlare.
Insomma, vulcanico non è solo un’origine, possiamo considerarla una prospettiva, una virtù da coltivare e rispettare. Il mito vede Efesto, dio greco del fuoco, anche protettore del lavoro artigiano, figura capace di usare congiuntamente la testa e le mani.

Ringrazio Carlo Zucchetti e Alessandra Di Tommaso per la premura e l’ospitalità e faccio i complimenti a tutta l’organizzazione di Volcanic Wines per la precisione e la cura dei dettagli. Un grazie particolare anche ai Consorzi e ai produttori per essersi messi a disposizione.


Riporto di seguito gli appunti della degustazione guidata da Alessandro Scorsone e Giovanni Ponchia. L’evento si è svolto il 4 luglio presso la Rocca dei Papi di Montefiascone.

Lessini Durello Metodo Classico (durella e pinot nero) 2004 Marcato (Roncà)
Inizia largo con sentori di miele, crema, agrume candito. Lo spettro maturo è suggestivo, il vino però si ferma e, solo dopo alcuni minuti, lascia trapelare l’aspetto salmastro. L’ingresso in bocca è deciso, ampio, l’acidità grintosa. Il perlage è composto; fine la sensazione di tè bianco.

Bianco di Pitigliano Superiore Ildebrando (trebbiano toscano, malvasia toscana, chardonnay, sauvignon) 2013 Cantina di Pitigliano (Pitigliano)
Esprime uniformità odorosa e si blocca su una freschezza di sintetica linearità. Toni vegetali e un’eccentrica, algida nota aromatica che ritorna in bocca. L’acidità stringe il corpo esile del vino che lascia in eredità un vago sentore erbaceo.

Lacryma Christi del Vesuvio Vigna Lapillo (caprettone, falanghina) 2013 Agricola Sorrentino (Boscotrecase)
Inizia timido, lievi sentori di agrumi e di polvere di roccia. Appare il vino più verace, spinge a cercare. Si apre su mandorla e mela acerba in un complesso odoroso che rimane comunque prevedibile. In bocca ha un aspetto affumicato buono e la sottile salinità lo rende tra i più interessanti della batteria.

Poggio della Costa (grechetto) 2012 Sergio Mottura (Civitella d’Agliano)
Floreale, insiste poi sui toni fruttati ed eterei di sidro di mele. Il calore emerge prepotente al naso e si ripresenta in bocca sotto forma di corpulento volume; l’eredità amara rimane piuttosto ingombrante, come il ritorno di frutta caramellata. È un vino che piace, potrei definirlo un intoccabile.

Soave Classico Superiore Monte de Fice (garganega) I Stefanini (Monteforte D’Alpone)
Banana, dense note fruttate e nitida speziatura dolce. Il vino non manca di profumi dall’attraente esteriorità, difficile però coglierne il senso, giacché a un certo punto sembra spogliarsi. Il liquido avvolge la lingua concentrato su un sentore di vaniglia e sul finale di albicocca matura.

Orvieto Classico Superiore Lunato (procanico, grechetto, malvasia, verdello, drupeggio) 2012 Tenuta Le Velette (Orvieto)
Note verdi, di mela granny smith e lieve floreale. Si allarga su toni più maturi, conservando una fisionomia asciutta. In bocca non ci prende, rimane poco al di là della sensazione sapida e non è sostenuto dalle altre componenti.

Gambellara Rivalonga (garganega) 2012 Menti Vini (Montebello Vicentino)
Naso muto e per questo spinge a sondare... Si rivela piano, ma rimane costante su una leggera nota di erba tagliata. In bocca, nonostante l’impatto lieve, emerge grazie a una spinta di discreta salinità.

Ferentano (roscetto) 2012 Falesco (Montecchio)
Sentori lattici e di poco invitante caramello. In bocca è stretto tra il sentore di burro fuso e la vaniglia. L’acidità si fa sentire e risulta stridente sul corpo morbido.

Etna Rosso Cavanera Rovo delle Coturnie (nerello mascalese, nerello cappuccio) 2010 Firriato (Paceco)
Segnato dal profumo della botte, lascia intuire sentori di frutto rosso carnoso, maturo, affiancato da una lieve terrosità. Tuttavia il legno insiste anche sulla lingua con i suoi tannini asciuganti, inevitabile che con l’intenso contributo dell’alcol la bocca sia stretta in una morsa quasi dolorosa.

Ciliegiolo San Lorenzo 2010 Sassotondo (Sovana)
Inizia esprimendo un accenno di varietà e profondità con sentori di prugna e terra fresca. Affiora con insistenza l’odore del rovere che finisce per avvolgere tutto il buono che il vino presentava. In bocca il frutto è chiaro, teso, purtroppo i ritorni del contenitore sono invadenti con tannino ingombrate e amaro di ritorno.

Orvieto Classico Superiore Vendemmia Tardiva Pertusa (procanico, malvasia, grechetto, drupeggio, sauvignon) 2012 Cantina Custodi (Orvieto)
Concentrato su sentori di marmellata di albicocca, non si scopre oltre. Scivola velocemente in bocca, si avverte solo un ritorno acutamente fruttato.

Fior d’Arancio passito Zanovello 2009 Ca’ Lustra (Faedo di Cinto Euganeo)
Interessante per la maggiore libertà espressiva rispetto ai vini precedenti. La lieve sensazione dell’acidità volatile crea un compendio virtuoso, nel quale riconosciamo percoca e zagara. In bocca è carnoso, ben equilibrato da un tannino sottile e partecipe. Chiude con un pregnante sentore di distillato di frutta.

Sovana
La campagna maremmana tra Pitigliano e Sovana

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