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Noi c'eravamo

Supertuscan a Milano

I Supertuscans sbarcano a Milano con un battaglione di aziende in occasione della presentazione libro di Andrea Zanfi a loro dedicato, edito da Carlo Cambi.
Nel grand hotel che ospita l’'evento è in programma una sorta di talk-show intitolato “"Due chiacchiere con i Supertuscans in rosa: i grandi vini di Toscana al femminile" che raccoglie una dozzina tra produttrici, giornaliste, enologhe. A seguire è previsto l’'assaggio libero di una quarantina di vini.

La conversazione fa emergere a più riprese la fragilità del concetto di supertuscan. Oggi è poco più che accademico ricordare che si tratta del nome che alla fine degli anni settanta prese una nuova generazione di vini toscani. A dispetto del moltiplicarsi delle etichette, l’idea culturale e gustativa di supertuscan non sembra sempre chiara nemmeno ai produttori. Ciò che essa identifica è la matrice regionale, enologica e commerciale.
Questa categoria sembra aver consumato nel tempo la propria carica innovativa, in genere senza instaurare un solido rapporto con il territorio, né una precisa evocazione del gusto. Forse è anche conseguente che sia così.
Nell’epoca della globalizzazione non è culturalmente molto importante sapere che un dato vino è prodotto in Toscana fuori dagli uvaggi e/o dai territori storici, tale ormai è la frammentazione degli stili, delle combinazioni, degli esiti. Una Syrah della Maremma, un Merlot dell’Aretino, un Cabernet Franc di Bolgheri o un taglio bordolese di Gaiole in Chianti non sono confrontabili. Le denominazioni d’origine o le indicazioni geografiche in cui sono talora catalogati appaiono orpelli calati dall’alto per evitare la dizione “Vino da Tavola”.
Il moltiplicarsi di tentativi eterogenei non sembra aver trovato la chiave per costruire alleanze credibili tra vitigni importati e territori. La prevalenza di Cabernet e Merlot non sarebbe il riflesso di una fondata vocazione ad accogliere i vitigni bordolesi, ma il risultato di motivazioni esogene. In questo senso, la sola Bolgheri rappresenta un’eccezione. Ma al di là degli ostacoli ambientali, spesso la pratica produttiva delle aziende fa trapelare una modesta ispirazione e un’iniziativa che risponde più a una necessità che a una spontanea convinzione.
Su un piano economico, per contro, l’apporto di questi vini è indubbio. «I supertuscans – rivendica Andrea Zanfi – hanno avuto la forza di movimentare un intero territorio», e la giornalista Stefania Vinciguerra sostiene che «trent’anni fa, quando nacquero i primi vini di questa tipologia, non esisteva neppure il concetto di qualità. Il vino toscano le deve molto». Per Zanfi «i supertuscans hanno fatto di più, hanno dato la scossa all’Italia intera». Non solo ad essa, visto che diverse di queste aziende sono di proprietà di “emigranti” tedeschi, inglesi, austriaci, o più banalmente padani, cui è parso un sogno trasferirsi in Toscana per produrre vino da 50 euro a bottiglia. «La mia azienda – annota Ginevra Venerosi Pesciolini – non sarebbe mai nata senza questo fenomeno». Né forse avrebbe avuto un tale sviluppo la professione di Barbara Tamburini, enologa consulente di 24 aziende italiane, 18 delle quali in Toscana.
Un intervento dal pubblico chiede se la presenza delle donne nel mondo del vino toscano abbia a che fare con la diffusione dell’alcolismo tra il gentil sesso; una produttrice risponde che non ne vede il motivo e che comunque fatica a immaginare che ci si possa alcolizzare con i supertuscan, che sono «troppo cari». Si vendono? «Sì, compatibilmente con la crisi che colpisce tutti», risponde Verenosi Pesciolini alla nostra domanda. Intendo dire: si vendono bene? «Non si sono mai venduti molto facilmente. Però io credo che chi la dura la vince, anche perché alla fine la Toscana si vende in modo straordinario nel mondo». L’immagine del vino toscano, e probabilmente anche il potenziale evocativo che il nome supertuscan porta con sé hanno dunque il loro peso.

Questione di feeling
Supponiamo che il prefisso super- indichi una sopraterritorialità, come potrebbe fare in modo più equivoco pan-. Si potrebbe anche ipotizzare un valore superlativo. Ma i 17 vini che abbiamo assaggiato a Milano sono super, a nostro parere, nell’esecuzione enologica – quasi sempre impeccabile sul piano tecnico – e a volte nelle dimensioni. Il volume non manca ed è più evidente della reale corposità, a volte sostenuta dai tannini del legno. «Negli anni ottanta – racconta il rappresentante delle Tenute del Cabreo – facevamo soprattutto Chianti. Quando abbiamo iniziato a fare Il Borgo, nell’82, volevamo dei vini che avessero un respiro internazionale». Ci sono riusciti, e non sono i soli. Vini come Il Borgo 2001, Siepi 2003, Saffredi 2002, Petra 2001, dalla nitida esecuzione tecnica, dalla struttura innegabile, evocano poco il territorio che li origina, consegnando una sensazione patinata, sferica, morbida, non molto incisiva. E prevedibile.
Molti i vitigni utilizzati: Cabernet Sauvignon, Franc, Syrah, Sangiovese, Canaiolo, Petit Verdot e Merlot... Quest’ultimo forse il meno opportuno. Vini come l’Apparita Castello di Ama 2001, Santa Catharina Dei 2003, Luce Frescobaldi 2002, Desiderio Avignonesi 2001, Oreno Tenuta Sette Ponti 2003 hanno una dolcezza aromatica poco coinvolgente e stimolante. E’ difficile dare forti motivazioni a vini poco caratteriali, riproducibili, in una regione dotata di validi terroir e di vitigni fortemente radicati – tra cui il nobile Sangiovese –, dove la viticoltura trova un habitat così favorevole. Se i supertuscan hanno avuto un’indubbia funzione commerciale, oggi rischiano di implodere nel gorgo di un mercato saturo e diffidente. Oppure di dover sostenere e rilanciare la loro ragion d’essere con motivazioni ancora “non vinicole”.

Per dovere di cronaca, tra i vini assaggiati in quest’occasione, merita un’annotazione il carattere più coraggioso di Grattamacco 2002, Brancaia Blu 2003, Paleo Le Macchiole 2002, e soprattutto di San Lorenzo Sassotondo 2001, Piastraia Michele Satta 2002, Vigorello San Felice 2000. Ma la loro vocazione espressiva rischia di essere penalizzata dalla prigionia di una tipologia che appare superata dagli eventi.

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