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Noi c'eravamo

ANTEPRIMA TAURASI 2002

Tornare nelle “Terre del Taurasi” significa fare un viaggio a ritroso nella storia della vitivinicoltura campana, se non di quella italiana, dell’ultimo secolo.
Quest’area della provincia di Avellino, già da millenni vocata alla viticoltura (le Vigne opime di cui parla Tito Livio nel 1° sec. a.C.), ha potuto fregiarsi della prima DOC dell’Italia Meridionale, nel 1973, e della prima DOCG del Centro-Sud, nel 1993, nell’ambito di un più vasto territorio, l’Irpinia, unica provincia dell’Italia peninsulare a vantare 3 DOCG (al Taurasi, dal 2003 si sono affiancate Greco di Tufo e Fiano di Avellino) nonché una DOC, Irpinia, e una IGT, Campania.

La storia agricola e vitivinicola della zona si perde nelle nebulose del periodo precedente alla conquista romana: l’odierna Taurasi trova origine nell’antica città sannitica di Taurasia, situata ai confini col territorio popolato dagli Irpini, che fu conquistata dal Console romano Lucio Cornelio Scipione Barbato intorno al 300 a. C. e successivamente scomparve, lasciando in eredità il nome al territorio, noto come ager taurasinum (campi taurasini).
La vitivinicoltura, già diffusa a seguito delle influenze greche ed etrusche, ricevette certamente nuovo impulso dalla dominazione romana, con la diffusione di nuovi strumenti e tecnologie di estrazione del mosto e conservazione del vino, sviluppandosi nei secoli successivi. Ma è nei primi decenni del ‘900 che l’Irpinia, e l’area taurasina in particolare, vivevano il periodo di maggior splendore, diventando uno dei maggiori distretti vitivinicoli mondiali, in concomitanza con l’invasione fillosserica, da cui la Campania rimase a lungo quasi del tutto indenne.
A ciò fece seguito un’inesorabile decadenza, dovuta al sopraggiungere prima della fillossera e poi della Guerra, che devastarono anche qui migliaia di ettari di vigna.
Dal medioevo della vitivinicoltura campana, contrassegnato, nell’area taurasina, dalla presenza di molti conferitori e pochissime aziende trasformatrici (in pratica, due soltanto), si è usciti solo alla fine degli anni ’80, quando inizia una fase di progressiva dinamica crescita che ha condotto alla situazione attuale con circa 12.000 hl di vino Taurasi DOCG, prodotti da circa 50 aziende (dati 2003 della Camera di Commercio di Avellino).
Ed è questo dato il più significativo e rivelatore della dinamicità del comparto: si tratta, infatti, di una compagine estremamente variegata, in cui marchi storici (Mastroberardino e Struzziero) e cantine grandi ed affermate (l’onnipresente Feudi di San Gregorio o Terredora, nata dalla separazione di un ramo della famiglia Mastroberardino), sono affiancate da un folto gruppo di piccole cantine, molte delle quali in grado di offrire prodotti eccellenti.
Venendo alla manifestazione, Anteprima Taurasi 2002, giunta alla sua 4a edizione, è organizzata dal Consorzio di Tutela Vini d’Irpinia, l’ente unico di tutela e promozione di tutte le denominazioni dell’avellinese, con l’impeccabile regia di Raffaele Del Franco e Paolo De Cristofaro.
L’appuntamento di apertura è stato, come di consueto, la cena di presentazione presso la storica sede delle Cantine Mastroberardino ad Atripalda, dove, nelle sale attigue alla splendida bottaia, si respira un secolo di storia enologica campana. E qui, grande spazio, ovviamente, hanno avuto i vini di casa, e, tra essi, oltre ai già noti Nova Serra Greco di Tufo DOCG 2004, Radici Fiano di Avellino DOCG 2004, Radici Taurasi DOCG 2001 e Naturalis Historia Irpinia IGT 2001, segnaliamo il Lacrimarosa Campania IGT 2004, un rosato da Aglianico in purezza che, nell’annata 2004 esprime probabilmente il meglio di sé con note floreali, di rosa specialmente, e fruttate, unite ad una freschezza di gusto, per effetto del mirabile equilibrio tra acidità e sapidità che sono l’inconfondibile marchio di fabbrica dei bianchi, ma anche dei rosati, d’Irpinia.
Ma protagonista assoluta della serata è stata la cucina di Gino Oliviero, de La Maschera – Locanda d’Autore di Avellino, gourmet e ricercatore di storia e tradizioni della sua terra, cui si deve il copyright dell’efficace formula della “cucina duale”: 50% tradizione, 50% creatività, 100% territorio. La sola descrizione dei piatti presentati nell’occasione occuperebbe lo spazio dell’intero articolo, ma alcune eccellenze non possono essere taciute, come l’entrée con un prosciutto di Sturno (AV) stagionato 44 mesi e tagliato al coltello, oppure l’involtino di scarola con zuppetta di polenta gialla e soffritto di pomodori secchi e uva passa; quindi, il granato di patate con cuore di mozzarella di bufala affumicata, servito con salsiccia di maiale fresca a punta di coltello ed salsa di “friarielli” (i broccoletti di Napoli), arguta sintesi di due piatti della tradizione: salsicce e broccoli / salsicce e patate; ancora, la perfezione assoluta della zuppa di cicoria dolce e fagioli di Controne (SA); fino all’apoteosi finale dei dessert numerosi e vari, tutti molto fini, di cui citerò solo l’eretica Stratificazione di pastiera napoletana, in cui si osava attentare alla classicità della “Pastiera di Grano” destrutturandola in una mousse al cucchiaio, che però restituiva intatte al palato le sensazioni dell’originale dolce della tradizione pasquale napoletana.

Il cuore dell’evento è stato, ovviamente, la degustazione riservata alla stampa, anch’essa perfettamente organizzata, in cui veniva presentata, in “anteprima” appunto, l’annata 2002 di Taurasi DOCG, che, come da disciplinare, abbisogna di 3 anni di invecchiamento, di cui almeno 12 mesi in botte (4 anni, di cui 18 mesi in botte, per la Riserva). Come da programma, al termine della sessione di assaggio, i circa 30 giornalisti accreditati hanno espresso la valutazione, da 1 a 5 stelle, sull’annata nel suo complesso.
E diciamo subito che, come c’era ampiamente da attendersi, si è trattato di un millesimo certamente inferiore allo standard. Come molti ricorderanno, il 2002 è stata una delle vendemmie più difficili della storia enologica nazionale. E l’Irpinia non ha fatto certo eccezione: ad una primavera calda, che ha favorito fioritura ed allegagione abbondanti, ha fatto seguito un’estate tra le più piovose che mente umana ricordi, con insolazione insufficiente, conseguenti difficoltà nella maturazione sia glucidica che polifenolica e gravi problemi di botrite e marciumi acidi.
La materia in vigna era, quindi, veramente povera e ciò ha spinto i più a industriarsi con un intenso lavoro in cantina, risultato spesso invadente, con sentori di legno a volte assolutamente preponderanti sul frutto. I vini sono risultati, nella generalità dei casi, piuttosto poveri in acidità e sapidità, facili ed immediati, tendenzialmente già pronti, che lasciano, però, forti dubbi sulla loro longevità. Insomma, in generale e fatte le debite eccezioni di cui diremo poi, vini che hanno poco a che vedere col territorio e coi caratteri tipici del Taurasi.
Come si diceva, c’era da aspettarselo, e perciò va riconosciuta l’onestà dei produttori del Consorzio che si sono di buon grado sottoposti all’onere di una valutazione che non poteva, in nessun caso, risultare completamente positiva.
Alla fine, dopo le 5 stelle del ’99 e le 4 stelle di 2000 e 2001, al 2002 sono state attribuite 2 stelle e mezzo (in pratica, sono risultati pari i voti da 2 e 3 stelle): il giudizio è stato piuttosto magnanimo e forse condizionato, per qualcuno, dalla scarsa conoscenza delle peculiarità di questo grande rosso del Sud (chi scrive, che da un po’ di anni lavora sui vini campani, non se l’è proprio sentita, nonostante l’affetto, di attribuire più di 2 stelle a questo millesimo).
Ma il vino è un prodotto vivo, risultato dell’azione congiunta della natura e dell’opera dell’uomo: così, come esistono (ancora, per fortuna…) le vendemmie eccellenti e quelle mediocri, anche i vini, prodotti di un territorio dall’orografia così varia e complessa, non sono tutti uguali. Perciò, se la qualità media è risultata quella delineata in precedenza non sono mancati i picchi, in un senso e nell’altro. Accanto a cantine prestigiose, Mastroberardino e Terredora ad esempio, che hanno deciso di non produrre affatto il Taurasi 2002, non ritenendolo all’altezza dello standard aziendale, se ne segnalano altre, spesso poco note, che sono uscite con prodotti che, seppur con i limiti dell’annata, sono apparsi più che dignitosi, se non addirittura buoni.
Tra le cose migliori: Cantina del Barone, col suo Taurasi assolutamente tipico per l’annata, un po’ introverso al naso, con leggeri sentori floreali e discreta personalità; Fratelli Urciuolo, con delicati sentori di frutta (ciliegia, prugna secca), tannini maturi, un uso del legno discreto, di buona tipicità; La Casa dell’Orco, con sentori di frutta, pomodoro, leggere note balsamiche, di buona finezza; D’Antiche Terre, con note di confettura d’amarena e liquirizia, sentori animali, buona acidità; Casparriello, il Taurasi ’02 che forse ci ha convinto più di tutti, caratterizzato, al naso, da decise note di prugna, balsamiche e di liquirizia, e, al palato, da buona acidità e sapidità, di buona struttura, finezza ed equilibrio.
Assieme ai Taurasi 2002, sono stati presentati, in anteprima, anche alcuni Taurasi Riserva 2001, 2000 e 1999 e anche qui abbiamo registrato alcune cose interessanti: conferme, come Fatica Contadina Riserva ’99 e 2000 di Terredora o, ancora una volta, Casparriello con la Riserva 2001; rivelazioni, come la Riserva ‘01 di Contrade di Taurasi, con sentori sulfurei e di erbe aromatiche mediterranee, nonché acidità e sapidità rilevanti, o la Riserva ’01 di Cortecorbo, molto interessante al naso, con fini sentori di prugna, liquirizia, tabacco. Infine, una piacevole sorpresa da un’azienda che sinceramente non abbiamo mai amato completamente, Feudi di San Gregorio, col suo Piano di Montevergine Riserva ’99, che rivelava sentori di frutta rossa, prugna, liquirizia, caffè, rilevante equilibrio acidità/sapidità e notevole finezza.

In conclusione, la conferma che, nelle annate importanti, le colline dell’Irpinia orientale sono in grado di fornire, col Taurasi, il rosso più fine ed elegante che si possa ottenere da Aglianico, uno dei grandi vitigni autoctoni italiani, ma anche che la natura (in questo caso, l’andamento climatico) svolge ancora un ruolo decisivo nel determinare, nel bene e nel male, i caratteri organolettici di un vino, facendo, del prodotto delle stesse uve e del medesimo territorio, qualcosa di eccellente o di poco più che ordinario.

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