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Noi c'eravamo

AGLIANICA 2005

Basilicata. Terra dura e fiera, di limpida bellezza; a volte dà la sensazione di essere stata dimenticata in una piega della storia, restando indenne alle turbolenze che agitano e a volte travolgono le confinanti regioni del Sud Italia. Terra difficile per la sua costituzione orografica, che fa del suo essere una regione meridionale solo un’espressione geografica. Terra austera e schiva, come la sua gente, lontana anni luce dall’espansività enfatica dei campani della costa; laboriosa e concreta, che, nella rudezza dei volti e nell’essenzialità quasi ieratica dei gesti, esprime la profondità della sua cultura, che ha radici lontane, italiche e magno-greche. Terra dura e profonda, come il suo vino, ottenuto dal vitigno Aglianico, che, nell’area del vulcano spento del Vulture, ha trovato un territorio di elezione, dando uno dei grandi rossi del Sud, l’Aglianico del Vulture appunto, che solo in anni recenti sta trovando le meritate gratificazioni.

L’occasione per tornare qui ce l’ha fornita Aglianica Wine Festival 2005, tenutosi dal 30 settembre al 2 ottobre, e per l’occasione la Basilicata si è presentata con uno dei suoi più classici benvenuto: in una giornata dal clima nordico (freddo, pioggia, vento…), ci ha accolto in un’ambientazione debordante di storia, il Castello Federiciano di Lagopesole.
Sito nella località omonima, nel comune di Avigliano (PZ), all’interno del medesimo comprensorio dove ricadono numerosi altri importanti siti storici e archeologici quali Melfi e Venosa, il maniero, con la sua mole imponente domina, dall’alto di un colle, la valle circostante, quasi a rappresentare ancora la grandezza dell’Imperatore. Fu l’ultimo e più grande dei castelli costruiti da Federico II, completato nel 1250, anno della sua morte; i successivi proprietari, gli Angioini, i Caracciolo e quindi i Dora Pamphili, lo abbandonarono a un lungo ed inesorabile periodo di decadenza, da cui è uscito di recente passando al patrimonio dello Stato, che ne ha realizzato il restauro, restituendolo agli antichi splendori delle corti sveve dell’Imperatore Stupor Mundi.
Nell’ambito dei suoi suggestivi e versatili spazi si è svolta Aglianica 2005, organizzata con ammirevole dedizione dalla Cooperativa Forum ed in particolare dal suo presidente arch. Donato Rondinella, ma che, alla fine, è risultata un po’ pletorica, con un programma forse troppo affollato di appuntamenti, in cui il vino era solo “uno” dei protagonisti e, purtroppo, l’Aglianico del Vulture è rimasto relegato ai margini.
Almeno un paio di eventi meritano di essere segnalati. Innanzitutto, la verticale degli Champagne di Bruno Paillard, guidata dallo stesso produttore, che ha presentato una selezione della sua produzione, da un Premier Cuvée Sans Année, con sboccatura 2005, fino a un Brut Millésimé 1990 (sboccato nel 2003); si è potuto, così, apprezzare l’evoluzione del profilo olfattivo, che nei più giovani faceva prevalere i sentori di fiori e frutta fresca, mentre nei più maturi lasciava spazio a toni balsamici e di frutta secca, rappresentando in maniera paradigmatica un uso del legno che determina un reale sviluppo dei caratteri olfattivi, mantenendo viva l’acidità e la freschezza al palato. Bruno Paillard, inoltre, partecipando ad una tavola rotonda, ha dato modo di conoscere anche il suo pensiero relativamente alla situazione attuale del mercato internazionale: dall’alto del suo ruolo istituzionale (è presidente del “Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne”), ha chiaramente denunciato i rischi legati ai recenti accordi tra UE e USA, nell’ambito dei quali, dietro la facciata di un impegno americano a tutelare alcune denominazioni d’origine europee, si cela il pericolo dell’accettazione di pratiche enologiche particolarmente inquietanti e sinora vietate (aggiunta di acqua, trucioli di legno, aromi di sintesi); l’intervento si è concluso con un esplicito appello agli operatori italiani del settore, forse per la prima volta da parte di un produttore francese.

Un altro momento di rilevo è stato il “1° Festival Nazionale di Cucina delle Erbe”, in cui 12 chef, 4 per sera, provenienti da tutt’Italia, si sono prodotti nella preparazione di piatti, dagli antipasti al dessert, in cui le erbe fossero protagoniste; la presentazione e la degustazione è avvenuta nella suggestiva Cappella Angioina del castello federiciano, che reca tracce normanno-bizantine, segno addirittura di una possibile preesistenza agli svevi.
Per quanto attiene all’assaggio dei campioni di Aglianico del Vulture che ci sono stati sottoposti, va detto che il panorama osservato era tanto ristretto da non poter neanche lontanamente pensare di esprimere un giudizio complessivo sullo stato dell’arte; pur tuttavia, dall’esame assolutamente parziale effettuato, le risposte ottenute sono state per lo più di conferma, con qualche promettente rivelazione. Continuano a convincere appieno le due cantine tradizionali del territorio, D’Angelo, col suo Basilicata IGT Canneto2001 e, soprattutto, Paternoster: quest’ultimo, col suo vino base, Aglianico del Vulture DOC Synthesi2001, ha riservato sensazioni di complessità ed eleganza assolutamente gratificanti (se si fa riferimento al prezzo, si raggiunge addirittura l’entusiasmo). Un’altra conferma è venuta dalla più giovane ma già meritatamente affermata Cantine Di Palma col suo Aglianico del Vulture DOC Nibbio Grigio 2000. Promettenti ci sono parse l’Azienda Allegretti, che, col suo Aglianico del Vulture DOC Il Barile Vecchio 2001, ci ha regalato finezza e pienezza di sensazioni che non ci saremmo aspettati, mentre Casa Maschito, con l’Aglianico del Vulture DOC La Bottaia 2002, malgrado l'annata difficile, ha rivelato una stoffa già considerevole, ma soprattutto foriera di future positive evoluzioni.
In conclusione, ad Aglianica 2005 vanno rilevati gli appunti per non aver dato il giusto spazio e il giusto risalto ad un grande prodotto enologico, che meriterebbe un rilancio in grande stile (ad esempio, a quando un banco di assaggio professionale per sottoporre alla stampa specializzata il panorama completo della produzione?); nel contempo, vanno ascritti indubbi meriti derivati dall’operare per la valorizzazione di una terra di notevole fascino, carica di storia e di cultura, in grado di regalare, al di là dell’Aglianico del Vulture, altre produzioni agroalimentari di pregio e pressoché sconosciute, come il Pecorino di Filiano DOP, il Peperone di Senise IGP o il Fagiolo di Sarconi IGP.

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