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Noi c'eravamo

BIANCHIRPINIA 2005

Si è svolta, ad Atripalda (AV), il 7 e 8 maggio scorsi, a cura del Consorzio di Tutela Vini d’Irpinia e dell’Associazione Terra Mia, BianchIrpinia 2005, presentazione alla stampa della vendemmia 2004 di Fiano di Avellino DOCG e Greco di Tufo DOCG.

Si è trattato della prima edizione della manifestazione ed una delle attività di esordio del neonato Consorzio, che, costituitosi nel 2003 con lo scopo della valorizzazione delle Denominazioni di Origine dei vini della provincia di Avellino, è andato a colmare la grave lacuna dell’assenza di un organismo di tutela di produzioni di pregio e grande rinomanza internazionale: va ricordato che, accanto ai 2 bianchi citati, va collocato il Taurasi DOCG, grande rosso da Aglianico, e che questi 3 vini sono gli unici a DOCG in tutta l’Italia meridionale.

Tra l’altro, è di questi stessi giorni (6 maggio) un’altra importante iniziativa dello stesso Consorzio: l'audizione pubblica per il riconoscimento della DOC Irpinia (che fino ad oggi godeva solo del riconoscimento della IGT), risolvendo un’incongruenza forse unica nel panorama vitivinicolo nazionale: un territorio che produce 3 vini a DOCG e non aveva nessuna DOC di caduta.

Tornando a BianchIrpinia, la manifestazione, ben organizzata e curata anche nei dettagli, verteva sulle degustazioni, svoltesi, nelle due mattinate, presso il Municipio di Atripalda, città alle porte di Avellino e sede della storica Cantina Mastroberardino; il pomeriggio del giorno 7 è stato, invece, destinato ad un convegno dedicato ancora ai due vini protagonisti dell’evento, dal divertente titolo di “Compagni di bianco”.

Sono stati presentati 37 campioni nel corso della degustazione riservata al Fiano di Avellino e 29 nella seconda, riservata al Greco di Tufo; in entrambi casi è sembrato sufficientemente rappresentato il panorama complessivo della produzione.

Va detto subito che l’impressione generale non è entusiasmante: abbiamo riscontrato un numero non cospicuo di vini in grado non dico di entusiasmare ma almeno di suscitare un vivo interesse per originalità, carattere e personalità, che pur la materia prima e la tradizione dovrebbero consentire di esprimere.

Pur nei limiti di una generalizzazione legata a necessità di sintesi, si può dire che questa vendemmia del Fiano, pur conservando, in genere, l’eleganza e la finezza tipiche, accompagnate da una sapidità e mineralità abbastanza accentuate, ci consegna un vino un po’ narciso, più attento all’estetica del prodotto che alla profondità delle sensazioni. Volendo citare un bella immagine dell’amico Gino “Pulcinella” Oliviero, napoletano ma ristoratore in Avellino, alla Locanda “La Maschera”, il Fiano continua a rassomigliare ad una donna dell’alta società, slanciata ed elegante, ben vestita e profumata, ma che, andando a fondo nella conoscenza, finisce col deludere un po’.

Certo, nei prodotti migliori, la finezza diviene effettivamente un dato essenziale, con la tipica florealità dei sentori olfattivi ed un bell’equilibrio tra acidità, presente ma non preponderante, e sapidità, che si contraddistingue come il carattere gustativo più rappresentato ed interessante.

Si registra, in qualche caso, anche un uso del legno che, sebbene non invadente, ad eccezione di una circostanza citata più avanti, appare del tutto gratuito; ed ancora una volta dobbiamo notare la occasionale presenza di profumi fruttati, un po’ stucchevoli e piuttosto artefatti.

Tra i prodotti migliori si confermano quelli della storica Azienda Michele Mastroberardino, meglio con il vino base, molto fresco ed equilibrato, che con il cru Radici, affiancata dell’emergente Villa Raiano, almeno per il prodotto di base, mentre il cru Ripa Alta 2003, barricato per 8 mesi, è apparso piuttosto imbarazzante, con un legno assolutamente invasivo. Altri spunti interessanti sono venuti da piccole cantine, quali Aminea, Cantina dei Monaci e Colli di Castelfranci, mentre risultati modesti hanno fatto registrare produttori affermati e premiati dal mercato, leggi Feudi di San Gregorio o Salvatore Molettieri (nel primo caso una conferma, nell’altro una delusione), autori di vini carenti in personalità ed anche in finezza.

Anche il Greco di Tufo, purtroppo, non mantiene le aspettative, personalmente anche più elevate del Fiano: il Greco, infatti, nelle sue espressioni migliori, proseguendo nella metafora femminile di Gino Oliviero, è paragonato dai suoi estimatori (e noi siamo sinceramente tra questi…) ad una ruspante donna campagnola, forse trasandata nell’aspetto, ma ben più dotata di carattere e, perciò, in grado di suscitare un’esperienza sensoriale più profonda.

I prodotti migliori hanno denotato sensazioni olfattive magari non intensissime ma piuttosto fini e persistenti, con i tipici sentori di frutta matura, e, dal punto di vista gustativo, un’apprezzabile equilibrio acidità/sapidità, sorretto da un corpo a volte rilevante.

Una spanna su tutti abbiamo posto alcune belle sorprese: le cantine Aminea, con un vino ricco di corpo e personalità, e Terre del Principato, segnalatasi per la particolare finezza del prodotto, insieme ad un’azienda già affermata, nata dalla diaspora della famiglia Mastroberardino: Terredora, con un cru, Terre degli Angeli, di notevole equilibrio e persistenza nelle sensazioni olfattive e gustative.

Delusione è venuta da due specialisti del Greco: Benito Ferrara, con un vino piuttosto fiacco, e Vadiaperti, il cui prodotto, invece, ci apparso un po’ scomposto.

Una considerazione conclusiva: abbiamo riscontrato, come non ci succedeva da anni, la presenza inconsueta di campioni palesemente difettosi, più frequenti nei Greco che nei Fiano.

Ora, se ciò, per un verso, rappresenta certamente un problema, in quanto indice di uno sviluppo non ancora soddisfacente della tecnologia, per un altro verso è la manifestazione di una volontà di sfuggire all’omologazione, rischiando di commettere errori grossolani pur di non risultare convenzionali. Tra l’altro, la presenza di note ossidate piuttosto ricorrenti nei Greco ci ha fatto ritornare per un attimo ai tempi eroici dell’enologia campana, quando la missione era riportare all’attenzione di consumatori ed appassionati grandi vini dimenticati, dal cui abito, elegante ma decaduto, andava scrollata la polvere di consuetudini tecnologiche obsolete ed assolutamente inadeguate.

 

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