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Noi c'eravamo

Alba Wines Exhibition 2007

L'’impegno è stato grande, rispetto all’'edizione 2006 il numero vini da degustare era superiore e i campioni più difficili, inoltre non siamo stati aiutati dal clima (ad Alba ai primi di maggio la temperatura ha toccato i 32 gradi) che ha reso faticosi sia gli assaggi sia i successivi incontri-degustazione.

 

Sono tornata ad Alba Wines con grande piacere.
L’impegno è stato grande, rispetto all’edizione 2006 il numero vini da degustare era superiore e i campioni più difficili, inoltre non siamo stati aiutati dal clima (ad Alba ai primi di maggio la temperatura ha toccato i 32 gradi) che ha reso faticosi sia gli assaggi sia i successivi incontri-degustazione.
Il programma prevedeva la degustazione cieca di 29 Roero 2004, 67 Barbaresco 2004, 170 Barolo 2003 e 32 Barolo riserva 2001 per oltre 70 campioni al giorno; poi, se al degustatore avanzava tempo, poteva apprezzare, a bottiglia scoperta: Nebbiolo d’Alba/Langhe Nebbiolo il primo giorno, Dolcetto d’Alba il secondo giorno, Barbera d’Alba il terzo giorno e Moscato d’Asti 2006 il quarto.
Non sono riuscita ad avvicinarmi a queste ultime bottiglie, se non per leggere le etichette e ciò con grande dispiacere, in particolare per la degustazione delle Barbera d’Alba.
Prima di partire, su richiesta dell’organizzazione (ci hanno fatto compilare un questionario), ho espresso la mia perplessità sulle possibilità di apprezzare e, cosa ancora più difficile, scrivere con criterio di tanto vino in così poco tempo.

Barbaresco 2004
Sia per il Roero sia per il Barbaresco il 2004 è stata un’annata importante; climaticamente all’insegna della normalità: inverno nevoso e rigido, primavera piovosa e un’estate con temperature mai troppo elevate, infine giornate ricche di sole poco prima della vendemmia, aspetto che ha consentito una maturazione regolare e una perfetta sanità dell’uva.
Il Barbaresco 2004 affianca alla sua peculiare raffinatezza anche una spiccata bevibilità, in particolare nei casi interpretati in modo tradizionale e invecchiati in botte grande.
In questa sede voglio ricordare solo alcuni vini che mi hanno colpito: il Barbaresco Pajorè vigneto “Suran” dell’azienda Rizzi di Treiso e il Barbaresco vigneto “Fondetta” della stessa azienda. Del primo ce ne sono circa 3000 bottiglie, è ottenuto con un lungo affinamento, prima in botte grande di rovere poi in acciaio-cemento e infine gli ultimi 12 mesi in bottiglia, così da ottenere un vino complesso, con una grande corrispondenza gusto olfattiva (fiori, liquirizia, minerale); il secondo scaturisce da vecchie vigne, ha colore granato brillante, tannini non mordenti ma tesi che aiutano l’armonia dell’insieme. Sempre di Rizzi ho potuto bere il Barbaresco “base” 1997 che si è conservato molto bene.
Una conferma è stata il Barbaresco Martinenga dei Marchesi di Gresy di Barbaresco: colore granato scarico ma brillante, al naso ha sentori di rabarbaro, ciliegie non troppo mature e chiodi di garofano, in bocca è leggermente segnato dal legno ma ha un’ottima acidità che promette una vita longeva.
Significativa il confronto tra i due vini presentati dall’azienda Ada Nada di Treiso: il Barbaresco Vigneto Cichin è maturato in botte grande e ha un’armonia avvolgente, il Barbaresco Vigneto Valeirano stagiona nella botte piccola ed è troppo segnato dai tannini del legno.

Barolo 2003
Da qualche anno il Barolo è sempre più africano e ha perso il “fiato fresco della primavera” di cui scriveva Monelli. Nell’annata 2003, in particolare, le temperature hanno raggiunto i limiti storici massimi per il territorio, con una siccità durata tutto il periodo vegetativo della vite, la loro media è risultata più elevata del 1997, considerata già annata calda, ciò ha costretto i produttori a una vendemmia anticipata. Nelle aree più asciutte e soleggiate ci sono stati casi di appassimento e scottatura degli acini con riduzione delle rese per ettaro e squilibrio tra tannini, antociani e acidità.
Molti produttori per supplire alla carenza di quest’ultima sono ricorsi al “taglio migliorativo”, cioè a mescolare il Barolo 2003 con del 2004 oppure con vino proveniente da vigneti che, subendo uno stress idrico minore, hanno permesso conservasse parte dell’acidità.
Il calore ha appiattito i sentori floreali; in bocca il Barolo 2003 risulta caldo e avvolgente ma non ha l’equilibrio dei contrasti tra la parte aromatica e la parte fisica, i tannini sono evidenti ma morbidi; talvolta si avverte l’amaro probabilmente dovuto ai vinaccioli non maturati nell’acino cresciuto troppo in fretta.
La forza alcolica è di rilievo, in etichetta tutti segnano 14,50%, con l’oscillazione che sappiamo poter essere anche dello 0,50.
L’annata potrebbe aver favorito i produttori tradizionali che fanno uso di botti grandi, perché la maturazione in barrique ha visto un’estrazione esasperata delle sostanze del rovere, con il risultato di sensazioni asciuganti e odori ancora più laccati del solito.
Le bottiglie prodotte hanno avuto un incremento rispetto al 2002, ciò significa un ritorno alle medie consuete: 8.711.200 bottiglie da 1573 ettari.
I sentori più comuni sono quelli molto maturi di ciliegie nere e mirtilli, poi confettura di pesche, liquirizia e tabacco, quindi un potenziale di complessità meno fine e avvincente di altre annate.
Nonostante i limiti espressi il territorio si è fatto sentire: i Barolo di Serralunga e di Castiglione Falletto sono risultati i più armonici.
Ma andiamo con ordine, la degustazione ci ha proposto: 15 barolo di Castiglione Falletto, 42 di La Morra, 32 di Monforte d’Alba, 29 di Barolo, 27 di Serralunga d’Alba, 7 di Verduno e i restanti degli altri comuni.

 

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