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Noi c'eravamo

Attualità in Franciacorta

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La settima edizione del Festival del Franciacorta, svoltasi il 16 e 17 settembre all’'Abbazia Olivetana di Rodengo Saiano (Brescia) è stata l’'occasione giusta per tornare su un tema in rapida e continua trasformazione (cfr. Porthos 12, Porthos 23 e Franciacorta in Verticale).

I dati 2005 del consorzio di tutela mostrano un trend impressionante. A fronte di una situazione stabile nella produzione di vini fermi (doc Terre di Franciacorta bianco e rosso – presto Curtefranca – e igt Sebino), lo spumante metodo classico docg Franciacorta sfonda il muro dei 6 milioni di bottiglie commercializzate. Sono 13.500 le tonnellate d’uva, ottenute da 1.680 ettari, con una resa media di 80 quintali/ettaro: ampiamente sotto il limite di 100 consentito dal disciplinare e molto inferiore alle rese della Champagne, per fare un confronto con il più celebre competitor. Colpisce il confronto con il recente passato: nel 2000 si commercializzavano 3.798.000 bottiglie, la vendemmia aveva dato 6.784 tonnellate d’uva prodotte su 912 ettari. In cinque anni, dunque, si registra +58 % nelle vendite, +99 % nella produzione d’uva, +84 % nell’estensione del vigneto. L’offerta cresce ancor più della domanda; ecco forse spiegati la tiepida soddisfazione di molte aziende e i continui sforzi del consorzio, che rappresenta quasi tutti i produttori. Pensare che un tale aumento della produzione fosse integralmente assorbito dal mercato era ottimistico. Non dimentichiamo che si tratta tuttora di un vino di consumo straordinario, relativamente costoso, che, nonostante la crisi del comparto vinicolo, ha mantenuto stabili se non incrementato i prezzi. C’è di che togliersi il cappello. L’impegno imprenditoriale che la zona profonde da almeno un decennio – in particolare tramite il consorzio – sembra parzialmente ripagato.

Terra terra
La vertiginosa espansione di un territorio così ristretto (per continuare i confronti, un ventesimo della Champagne) può avvenire senza ripercussioni sulla qualità dei vini? Secondo i Franciacortini, sì.
Tuttavia, i giovani impianti costituiscono la maggioranza dei vigneti e sono spesso sostituiti quando iniziano a dare il meglio di sé, dopo i vent’anni di età. Le case bresciane possono rimediare attraverso la spumantizzazione, uno strumento straordinariamente duttile. Le annate calde – molte dell’ultimo decennio – facilitano la maturazione zuccherina, consentendo vendemmie precoci, che riducono i rischi legati alla meteorologia. Il problema sembra essere la conservazione dell’acidità – fondamentale per le basi spumanti – e la maturazione fenolica, con i suoi preziosi risvolti aromatici. La prima induce a raccogliere l’uva precocemente; la seconda richiede una vendemmia perfettamente matura. Le rispettive carenze sono facilmente tamponabili con l’acidificazione e l’uso di lieviti selezionati; questi ultimi possono intervenire due volte (per la prima e per la seconda fermentazione).
Le difficoltà pratiche sono dunque superabili anche quando si producono grandi volumi. La risoluzione degli inconvenienti non ne cancella però le tracce.

Di che cosa parliamo
Il Franciacorta ha ormai acquisito una fisionomia definita: spumante di approccio semplice e invitante, di rapida espressione olfattiva (per lo più fruttata e floreale, con fragranze tipiche della spumantizzazione), di buona finezza. E’ raro trovare evidenti difetti o incertezze nell’impatto gusto-olfattivo. L’esecuzione tecnica è diffusamente accurata, ne deriva una franca finitura formale. Viceversa, le pecche emergono presto: è un Leitmotiv degli spumanti.
In bocca, la maggior parte dei Franciacorta conta su un’acidità sostenuta dall’anidride carbonica, che contribuisce a dar volume. Non manca il calore espressivo, conferito dall’alcol e dallo sciroppo di dosaggio. Freschezza e morbidezza stringono un’efficace alleanza che dà ai vini sicurezza gustativa; possiamo tradurla come “equilibrio”. La profondità (varietà e durata dei profumi, dinamica, sapidità, lentezza espressiva, capacità di trasformarsi nel calice, persistenza gustativa) è altra cosa.

L’incremento produttivo della denominazione pare accompagnarsi a una scelta stilistica, di cui forse è concausa. Qualche anno fa, i Franciacorta si trovavano a un bivio: da una parte l’immediatezza espressiva, dall’altra la strutturata profondità. Oggi dànno l’impressione di aver prediletto la prontezza di beva. Chi ama i vini in cui l’imprevedibilità conta più che la continuità espressiva, la rigorosa asciuttezza più che la morbidezza, l’espressione del terroir anziché il marchio della ricetta, la capacità evolutiva più che la facile bevibilità, sente questa docg allontanarsi dalla definizione storico-culturale del vino.

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