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Miniature

Miniature di maggio (e di aprile)

«È un vino naturale?» «Praticamente…»
Riporto uno scambio tra un visitatore e un produttore, davanti a uno stand, in una delle numerose fiere dedicate al vino naturale. Mi rendo conto che non sarà semplice, ma proprio per reagire alla lacunosità della nuova legge comunitaria sul vino biologico è indispensabile che gli agricoltori italiani produttori trovino una linea comune e investano le loro risorse in un serio progetto di certificazione.

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Miniature di Febbraio 2012

Cerco di dire ciò che sento,
Senza pensare a cosa sento.
Cerco di accostare le parole all’idea
E di non aver bisogno di un corridoio
Del pensiero per le parole.
Cerco di spogliarmi di ciò che ho imparato,
Cerco di dimenticare il modo di ricordare che mi hanno insegnato,
E raschiare la tinta con cui mi han dipinto i sensi,
Disimballare le mie vere emozioni.
Fernando Pessoa, traduzione di Luigi Panarese

 

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Miniatura di Dicembre 2011

Il senso del 2011

Da mesi coltivo il desiderio di scrivere una miniatura commemorativa per alcune persone care che, nell’ultimo anno e mezzo, sono passate a miglior vita. Paolo Poli e Marco De Bartoli, Annalisa Sagona e Vittorio Paletta, Francesco Arrigoni e qualche altro amico che adesso non mi sovviene. Vorrei scrivere alcune righe per ognuno di loro, provando a condividere con chi frequenta il sito di Porthos il segreto di una memoria che ha il vino come filo conduttore tutt’altro che casuale, seppure in taluni casi penso che sarebbe accaduto lo stesso anche se a farci incontrare fossero stati fiori, filati o fiabe. Devo rimandare ancora.

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Miniature di Dicembre 2010

I vini naturali, crisi di crescita?

Sono sempre più numerose le manifestazioni e gli eventi sul “vino naturale”, al punto che dal comprensibile sfruttamento del momento magico si rischia di sconfinare nella stanchezza. Ma non si tratta solo del nutrito e ravvicinato numero di occasioni per assaggiare i vini, questo anzi dovrebbe aiutarci a capire meglio e a costruirci una credibile gerarchia di valori. Dialogando con i visitatori emerge una certa delusione perché faticano ad afferrare il senso qualitativo di molti dei campioni sentiti. A parte i soliti nomi, produttori da tempo impegnati in una condotta naturale nella vigna e in cantina, persone capaci di tenere insieme forma e sostanza, i giudizi prevalenti sono negativi. Vorrei perciò riflettere su alcuni dei motivi di questo sentimento che, solo tre anni fa, sarebbe stato impensabile.
Eccesso di severità. Sono convinto che la spontaneità e l’ingenuità, con le quali il vino naturale di solito si presenta, autorizzano i neofiti ad assumere una posizione critica che non riserverebbero a un liquido molto tecnico. L’evocazione contadina del colore e del profumo, l’apparente semplicità delle sensazioni finali, lo fanno sembrare irruento ed elementare o troppo “da cercare”. Le condizioni nelle quali si svolgono le fiere non aiutano i vini che hanno qualcosa da dire. Così, chi non ama perdersi nella confusione della probabile complessità espressiva, preferisce rifiutarla in toto, accontentandosi delle poche certezze che un campione convenzionale sa dare. È l’elemento tempo a essere sottovalutato, di rado si aspetta che il bicchiere dia al contenuto la possibilità di sbocciare.
La qualità media si è abbassata. Gli enofili navigati non provano le medesime emozioni di quando hanno scoperto i migliori vini naturali. Radikon, Massavecchia, Le Boncie, Rinaldi, Valentini, La Biancara, Gravner, Pepe, Cappellano, Paradiso di Manfredi, Cascina degli Ulivi, ecc. sono stati una rivelazione perché hanno fatto coincidere la vocazione del luogo a una collaudata scelta naturale. I loro frutti migliori sono arrivati diversi anni dopo la conversione all’approccio “organic”, come dimostrano i test su bottiglie di tre lustri orsono. Molte delle aziende accolte nelle manifestazioni più recenti hanno da poco intrapreso il cammino bio, le loro bottiglie finora non riflettono il cambiamento e, inoltre, si coglie la difficoltà a governare sia la fermentazione spontanea e sia un uso meno ossessivo dell’anidride solforosa. Se, ancora oggi, i vinificatori più esperti fanno errori di valutazione e devono rinunciare ad alcune partite di vino andate a male, potete immaginare chi, fino a qualche mese fa, ha visto lavorare solo lieviti e batteri selezionati. Le critiche più ricorrenti dei degustatori riguardano sia vini instabili e dalla fisionomia sfocata sia vini timidi e poco coinvolgenti.
Migliorare la selezione delle aziende invitate. Sono molti i produttori che si dissetano al grande abbeveratoio della naturalità. Numerosi al di sopra di ogni sospetto, altri decisamente meno trasparenti e impegnati nell’ennesima opzione di marketing. Nonostante le dichiarazioni d’intenti di organizzatori e responsabili di associazioni, non è semplice respingere una richiesta di partecipazione, in fondo basta l’autocertificazione. Considerando la lista dei partecipanti, è difficile credere anche a coloro che asseriscono di assaggiare e analizzare i campioni inviati dagli aspiranti.
È un periodo convulso e vorticoso, nel quale i produttori cercano risposte sicure e immediate mentre dovrebbero aspettare e osservare; allo stesso tempo, le persone consumatori sono portate a pensare che ogni assaggio di un vino naturale debba essere indimenticabile. In realtà, accanto a prodotti ottimi, ci sono molti vini non buoni, oppure sbagliati o soltanto mal riusciti. E poi ci sono tanti esemplari che, pur apprezzabili, non possono essere migliori di così perché vengono da posti non eccelsi – il luogo, fino a prova contraria, ha un ruolo predominante nel determinare il talento di un vino e, parafrasando un celebre adagio, se non ce l’hai, non te lo puoi dare.
Infine, attenzione alle aspettative: i vini bevibili e piacevoli non devono gareggiare con i campioni del talento e dell’emotività, non sarebbe giusto e, soprattutto, neanche naturale.

I bianchi macerati sulle bucce (e non), si somigliano troppo?
Sarà capitato a tutti gli appassionati di sentire questo commento: «’Sti bianchi sulle bucce so’ tutti uguali!» Ebbene, è probabile che, nonostante l’atteggiamento teso il più delle volte a bistrattare una scelta coraggiosa, il degustatore abbia ragione. Il punto è che quella stessa persona non ha mai fatto la stessa considerazione di fronte a vini bianchi prodotti in Friuli Venezia Giulia, Liguria e Sicilia che potrebbero provenire da Marche, Lazio e Umbria. Questi esemplari di una vuota convenzionalità alla prima “snasata” possono offrire un sentore diverso: mela, banana, ananas, confetto o pera, ecc. Il problema è che dopo un paio di minuti, il medesimo degustatore è già impegnato al tavolo successivo e non può constatare come quello stesso bianco “apolide” si disintegra o si cristallizza sotto la sicura campana del metabisolfito. È vero, i bianchi macerati sulle bucce meritano attenzione e pazienza, e noi sappiamo che, neanche nelle degustazioni che assegnano i premi, i professionisti dedicano il tempo necessario a capirli, ma il problema non è questo. La differenza tra due vini ottenuti con la stessa tecnica – pressatura soffice o vinificazione tradizionale – dipende dalla competenza con la quale è stata interpretata. Anche la statura della materia prima, così centrale ogni volta che si parla di qualità, può essere messa in discussione se si è adottato un metodo esclusivamente per emulare il successo di un collega o solo perché è di moda.
Reduce da un periodo intenso di viaggi e degustazioni, posso testimoniare di aver incontrato bianchi anemici, capaci di evocare i fasti del Galestro, e “gialli” (quasi ambra) pesanti e monocordi: due espressioni, all’apparenza opposte, accomunate dalla stupidità.

Miniature di Aprile 2010

Que me quiten lo bailado
Vecchio detto spagnolo citato da Guillermina Faez Diaz, avvocato in Madrid; la traduzione letterale «che mi tolgano ciò che ho ballato (se ne sono capaci)» fa intendere che tutto mi possono togliere, fuorché quello che mi ha fatto stare bene, che mi ha divertito. Forse, si potrebbe avvicinare al nostro «chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto».

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Miniature di Settembre 2009

L’ultima vendemmia è sempre la migliore

Come accade ormai da circa vent’anni – vale a dire, da quando il mercato del vino ha cominciato a utilizzare marketing e comunicazione globale come sostegni alla vendita – ad agosto si è di fronte a una vendemmia “piena di promesse”, a settembre diventa “splendida”, a ottobre è “indimenticabile”. Spesso, invece, si tratta di una stagione eterogenea e gli annunci generalisti e onnicomprensivi cadono nel ridicolo. Questa strategia dell’ottimismo non ha memoria, al punto che, tra sei-otto mesi, quando davvero si potrebbe parlare dell’ultima annata, è già tempo di promuovere quella che ci aspetta. I vignaioli, che non hanno intenzione di modificare in cantina il risultato di una stagione, quando sentono gli annunci entusiastici dei “comunicatori” sono portati a fare gesti apotropaici, perché si può aver lavorato bene in primavera e in estate, ma le ultime settimane – in settembre e ottobre – trattengono incognite non di rado decisive. Sappiamo che la 2009 è stata molto calda (anche troppo, da alcune testimonianze), ma diversi viticoltori hanno salutato con favore il fresco notturno di questi ultimi giorni, che ha restituito un po’ di respiro alla sintesi dei profumi. Non è raro, inoltre, incontrare vini che iniziano a maturare sotto gli auspici di un’annata poco felice, riuscendo poi a recuperare inaspettatamente. Quindi, prima di esprimere un giudizio definitivo sull’esito di una vendemmia, è meglio assaggiare i vini. Ne sanno qualcosa i produttori di Valtellina, nel momento in cui hanno venduto i loro notevoli 2002 (quasi ovunque considerata un’annata pessima). In realtà, rimangono ancora alcune riserve da mettere in commercio, speriamo possano recuperare credito.

A scuola di marketing
Non facciamo i nomi delle tre aziende coinvolte in un incidente di marketing, perché non ci sembra giusto condannare degli operatori alla notorietà per uno sbaglio isolato. Valuteremo però la possibilità di farlo, qualora tale errore dovesse ripetersi. Il fatto è questo. Riceviamo un fax di due pagine con l’annuncio della riapertura di storiche cantine da visitare. Nella righina dove compaiono il numero dal quale il documento viene spedito e il mittente, leggiamo il nome dell’industriale, nuovo padrone dell’azienda con le belle cantine. Ma la pagina di accompagnamento ha il marchio di un’altra azienda della zona, concorrente della prima e sempre di proprietà dello stesso industriale. Ora, chi conosce le vicende di questo territorio, non può non aver notato la gaffe clamorosa. A beneficio di coloro che stimano i vini della casa dalle storiche cantine, ci auguriamo che la confusione tra i marchi non vada al di là di un fax.

La crisi dello Champagne
È di due settimane la notizia sull’invenduto dello Champagne: circa un miliardo di bottiglie. Il tono enfatico della testata metteva in risalto il dato rispetto al nostro movimento spumantistico, che genera ogni anno circa 230 milioni di bottiglie. Questo è un classico caso di becero provincialismo. Nella Champagne, dove sono indubbiamente in crisi, il vino deve riposare almeno 2-3 anni (alcuni produttori lo tengono anche di più) prima di essere commercializzato: inevitabile che si formino “scorte” di tali dimensioni. Inoltre, la produzione di bollicine italiane non è paragonabile a quella francese: noi facciamo soprattutto Asti e Prosecco, vini di breve gestazione, ottenuti con un metodo che non comporta l’impegno economico e qualitativo dello Champagne.

La fortuna del vino
Il vino possiede ancora un alto valore aggiunto. La viticoltura, curata da contadini responsabili, esprime una varietà e una libertà che quasi tutte le altre coltivazioni, soggiogate dall’industria, hanno ormai perso. Nei negozi di frutta e verdura bio si scoprono realtà agricole nobilissime, che danno patate, zucchine, pesche e pomodori nutrienti e dotati di personalità. Talvolta ignoriamo che molti di questi coltivatori sono stremati dalla continua lotta alla politica del prezzo al ribasso. Reggeranno, poiché sono in aumento le persone-consumatori attente ai prodotti buoni e sani, anche non certificati, ma il loro reddito è talmente risicato da impedire un vero piano di sviluppo.
Se la scelta naturale fosse abbracciata da tutti i vignaioli, ne scaturirebbe un segnale forte e inequivocabile per l’intero settore agricolo. Le migliori aziende del vino sono già un modello da seguire e un esempio vincente. Si dice, infatti: «Se sono riusciti a farsi pagare quel prezzo, più di qualcuno gli ha creduto». Se crescesse il numero di persone esigenti dal lato della qualità, i produttori agricoli sarebbero costretti ad adeguarsi a un protocollo più rispettoso e rigoroso. La persona-consumatore, dal suo canto, sarebbe stimolata a rivedere la propria compulsione all’acquisto quantitativo visti i prezzi superiori, e farebbe la spesa con maggiore attenzione.
Dove non arriva l’appello per una terra naturalmente sana e fertile, colpirà un modello economico virtuoso e lungimirante.

Il paradosso della disobbedienza civile

I produttori da noi intervistati sul tema della certificazione ci hanno confessato che, il più delle volte, rigettano le indicazioni degli ispettorati agrari sui trattamenti obbligatori. Se i motivi di ciascuno possono essere diversi, ad accomunarli è la ribellione a una decisione imposta dall’alto. La sanità del proprio endroit è chiaramente una questione che riguarda il contadino, anche perché non si tratta di combattere pestilenze o invasioni d’insetti. Anzi, sono in molti a sostenere che simili battaglie a forza di prodotti chimici, per sconfiggere il nemico di turno, abbiano fiaccato le difese naturali dell’ambiente, intromettendosi nell’intimo rapporto tra pianta e terra. Questa disobbedienza civile è passibile di multe e, addirittura, potrebbe far perdere il diritto alla denominazione d’origine. Così, nel tentativo di custodire la spontaneità del luogo, forzandolo a reagire con le proprie risorse agli inevitabili imprevisti di una stagione, il produttore si ritrova a violare la legge.

Miniature di Marzo 2012

Noi non ci saremo

È la comunicazione di servizio agli abbonati di Porthos e a coloro che seguono il nostro progetto didattico ed editoriale, molti dei quali abituati a incontrarci alle fiere dedicate ai vini naturali. Non avremo dunque uno stand, nonostante gli organizzatori di tutte e tre le principali manifestazioni, Cerea, Villa Favorita e Verona, si siano resi disponibili a ospitarci.

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Miniature di Gennaio 2012

L’invenzione della gioia

A quasi un anno dalla pubblicazione del libro, sento il dovere di ringraziare tutte le persone che compongono la comunità porthosiana.

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Miniature di Giugno 2011

Coltivo da mesi questa miniatura, ancora prima dell’uscita de L’invenzione della gioia, quando abbiamo spiegato le motivazioni tecniche del ritardo a tutti coloro che si sono rivolti a noi via e-mail e per telefono.

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Miniature di Novembre 2009

Il penultimo dei romantici

Il recente avvicinamento della critica e della comunicazione al fenomeno del “naturale” ha riportato in auge il modo di descrivere i vini e di raccontare i produttori praticato dai maestri della mia generazione, Monelli, Soldati e Veronelli. Il loro, però, era un ricercato taglio romantico; oggi, invece, prevale un sentimentalismo di maniera che diventa presto stucchevole. Le schede delle guide, i comunicati stampa e la gran parte delle note di degustazione reperibili sul web trasudano di contadinità – la macerazione sulle bucce dei bianchi e le fermentazioni spontanee autorizzano a parlare di biodinamica – mentre i vocaboli sono intrisi di un irritante buonismo agricolo e tutti i vini, ma proprio tutti, ritraggono fedelmente l’anima e il corpo di chi li produce. Inoltre la ripetizione di concetti aulici è tale da far pensare che un’agricoltura sana sia nata solo ora che “loro” se ne sono accorti. Troppa la differenza di argomenti e di tono rispetto a poco più di un anno fa. Infatti, durante gli ultimi due decenni, le cantine sono state premiate e celebrate per l’organizzazione aziendale, la consulenza di grido, le strategie di marketing, le acquisizioni e le fusioni nella competizione con i paesi emergenti sul mercato dei grandi numeri. Di rado si è fatto riferimento alla qualità dei vini prodotti dai “nomi” dell’enologia italiana; per lo più ci si è soffermati sulla confezione impeccabile o ne è stata sottolineata l’insuperabile materia, aspetti ben distanti dalla vera bellezza dell’uva. Ma questo ormai è il passato… tanto, si sa, le persone dimenticano in fretta e ci vuol poco a cambiare idea, scegliendo la comodità dell’argomento di moda. La strumentalità dell’approccio è tradita dall’insopportabile superficialità di chi ritiene di conoscere un contadino, una coltivatrice solo per averci chiacchierato dieci minuti a Fornovo; o per aver trascorso qualche ora in azienda. I racconti e le descrizioni che ricorrono sul web e sulla carta stampata rivelano le carenze dalle quali è affetto l’universo della comunicazione, sia essa “indipendente” o guidata, piuttosto, dalle ragioni del marketing. Mancano conoscenza e vissuto consapevole, si fatica a intuire il percorso compiuto dalle persone che scrivono, mentre emerge l’impressione che, mutatis mutandis, potrebbero scrivere le stesse cose se, invece che di vini, parlassero di formaggi o di motori. Il mito dell’agricoltore che lotta indomito contro le avversità, pur essendo gentile e sensibile col cliente, esiste davvero. Ma, per evitare che diventi una caricatura, bisogna custodirlo e difenderlo, non rispolverarlo solo quando serve.

Tutti insieme, poco appassionatamente

L’argomento della gestione del consenso è stato già sollevato su alcune pagine di Porthos, versione cartacea e web. Torna in primo piano, in questo periodo di presentazioni delle “principali” guide dedicate ai vini e ai ristoranti; eventi, peraltro, ormai molto simili e quindi sempre meno validi per individuare una credibile gerarchia di valori.
Magari, si potrebbe cogliere l’occasione di avere a disposizione un numero così ampio di produttori e organizzare un congresso di alto profilo, presentando un progetto o una proposta da votare e spedire a Bruxelles. In queste circostanze, invece, si sfila, si guadagna facendo assaggiare i vini che i produttori forniscono gratis, si mangia sempre peggio, ci si perde nel gossip più cialtronesco, si fanno dichiarazioni d’intenti che verranno presto dimenticate… Insomma, un reality della peggiore enologia italiana.
Le presentazioni delle guide possono apparire secondarie rispetto ai loro contenuti, in realtà fanno parte di un medesimo sistema, definito appunto “gestione del consenso”. Innanzitutto, il numero dei premiati si moltiplica e aumentano le valutazioni dei vini medi – non dimenticate la metafora dell’imbuto rovesciato, una piramide con una punta nella quale tutti spingono per entrare – perché le cantine sono le prime clienti delle guide: le acquistano, le mettono in bella mostra e ne parlano. Poi, è preferibile non avere una ben definita linea editoriale e d’interpretazione organolettica: qualcuno potrebbe offendersi, soprattutto tra gli inserzionisti e i sostenitori più o meno occulti. È gestione del consenso, infine, la condotta dei curatori che devono accontentare i principali collaboratori territoriali, ai quali spetta il compito di selezionare le nomination: si assiste a un mercato interno degli inserimenti in guida, del livello delle valutazioni e, naturalmente, dei premi da assegnare, «io ti sostengo Tizio, ma tu non dimenticare Caio…». Il circuito è talmente ben oliato che c’è anche qualcuno che fa la classifica delle classifiche, premiando il vino o il locale sui quali tutti sono d’accordo; un vero omaggio al conformismo più allineato.
Nel parterre des rois degli eventi finiscono per ritrovarsi seduti vicini produttori che non si sognerebbero mai di venire associati. Si sostiene che si possano amare, al tempo stesso, Villa Banfi e Franco Terpin, che sia solo una questione di gusto e nessuno possa permettersi di discuterne. Mi sento di dire che una tale dichiarazione è segno di malafede e d’ipocrisia; e, se qualcuno ne è davvero convinto, sono pronto a vederlo due volte a settimana, dalle 17 alle 17 e 50, per una terapia di disintossicazione dalle cazzate, una sorta di doposcuola. Anche perché i critici più in vista, pronti a premiare chiunque, consumano il solito strettissimo numero di vini – Riesling rigorosamente tedeschi, Borgogna, Champagne, Barolo – e tra questi è rarissimo trovare i beniamini decantati sulle guide.
Gli stessi produttori, però, non riescono a sganciarsi da questo circolo vizioso. Interrogati sul perché si rechino a ritirare i premi, nonostante non abbiano stima dei critici e non sopportino più questo teatro ridicolo, rispondono che è utile per il mercato e per la visibilità. In realtà, temono le ritorsioni dei giornalisti potenti che, per uno sgarbo simile, sono capaci di dimenticarsi delle cantine “disubbidienti” per un paio di edizioni.
In chiusura, due note dedicate proprio allo strumento guida, a introdurre un discorso che affronterò nelle prossime miniature. Innanzitutto, il numero sempre più alto dei premi non significa maggiore qualità del vino italiano; come l’ennesima classifica del degustatore più fico non aiuta a scegliere meglio, anzi denota una crisi di argomenti che viene da lontano, da quando il modello della guida così impostato ha perso di senso. Inoltre, il simbolino in più o la diversa colorazione di una scheda non significano maggiore informazione, visto che i dati si basano sulla dichiarazione dei produttori e non vengono verificati se non in rarissimi casi: una sorta di autocertificazione dovuta alla difficoltà di controllare tutto.

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