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Miniature

Miniature di fine 2018

foto di paolo parise

Poche ore e finirà anche il 2018 (per qualcuno sarà già cominciato il 2019).
Molte persone considerano il passaggio a un anno nuovo come un’opportunità di cambiamento, per noi di Porthos sarebbe già bello continuare con le premesse di quest’ultimo. Le esperienze condivise tra chi lavora qui e chi frequenta le nostre iniziative ci hanno insegnato moltissimo e, come ho scritto già più volte (ma non mi stanco di ripeterlo), la risorsa più potente a disposizione è la nostra curiosità. Il desiderio di conoscenza nutrito durante i corsi, i seminari brevi e le serate a tema ci porta a esplorare argomenti meno frequentati e forme di divulgazione diverse, anche col rischio di organizzare eventi all’apparenza meno trendy. 

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Il lavoro con le persone è dalla sua nascita il pilastro fondamentale di Porthos e, nello stesso tempo, rappresenta l’ideale cammino senza una meta definita che si trasforma in un generatore inesauribile. Tale percorso poggia su un’alimentazione che non può essere solo biologica e materiale e si estende all’ambito spirituale e morale. Il vino, forse il più straordinario tra i mezzi capaci di unire la gente, è il nostro tema cardine, tale privilegio ci chiama a non lasciarlo mai “solo”, ecco perché vogliamo che altre figure culturali c’insegnino a usare, o ci guidino a riscoprire, le facoltà per non smettere di guardarlo e sentirlo.
Per primi abbiamo introdotto il concetto di “forma d’arte” applicato al vino, coltivando il principio dell’educazione alla soggettività. Ciò non significa confondere in modo meccanico il liquido odoroso con la pittura, la scultura o la poesia, quasi che l’essere esperienze intellettuali, e sensoriali, ci consenta di associarne la lettura, la percezione e la comprensione. Quando penso al vino come forma d’arte, e invito a porsi di fronte a lui come quando godiamo di un brano musicale, per fare un altro esempio, proviamo a cambiare arricchendoci mano mano che ogni incontro si stratifica nella memoria. Questo però non vuol dire che si possano collegare come fossero della stessa pasta. E qui ci starebbe la battuta di Jules Winnfield sul massaggio ai piedi
Essere coinvolti dalla passione e dall’amore è condizione vitale unificante, sentirsi nuovi ogni volta che si ripresenta l’occasione è sua nobile conseguenza. «Il vino non è solo vino…» scrivevamo qualche anno fa sulla rivista. Ciascuno di noi può leggerci un significato diverso, quello che in questo momento sento vicino è il seguente: mentre assaggiamo e beviamo il liquido, nell’elaborare la percezione e il sentimento interviene tutto quello che siamo e che continuiamo a divenire. Per questo trovo inadeguato distinguere vari tipi di degustazione – tecnica, edonistica, ecc. – quando invece si tratta semplicemente, ma non banalmente, di una relazione individuale, che si concretizza in un racconto da portare agli altri.

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Cresce la comunità che frequenta la nostra impresa didattica, nonostante l’offerta di “eventi” dedicati al vino e al cibo sia in costante aumento. Nelle enoteche, nei ristoranti, nei winebar, ormai non basta più offrire una carta interessante e un’adeguata cura del vino e del cibo, per acchiappare clienti bisogna organizzare corsi, lezioni, riempire il calendario di serate con i produttori – che peraltro con un pizzico di ipocrisia si lamentano di essere troppo in giro (quest’ultimo argomento meriterà di tornarci su).
È che, nel voler fare tutto, anche professionisti animati dalle migliori intenzioni finiscono per incartarsi in mediocri emulazioni. 
La nota che sto scrivendo è dedicata alle persone che ci seguono con perseveranza e a quelle che, passando di qua anche solo una volta, ci hanno lasciato qualcosa di bello. Sicuro di non scontentare nessuna e nessuno – il cuore di Porthos è grande – voglio ringraziare esplicitamente facendo i nomi di coloro che, sparsi per l’Italia ma soprattutto nella capitale, ci sostengono strenuamente. Roberta e Stefania, Marco e Alessandro, Andrea e Benedetta, Flavio e Lucia, Maddalena e Antonio a Milano; Riccardo, Jacopo e Fabrizio tra l’Emilia e il Friuli; Chiara e Paolo, Andrea e Cinzia, Alfonso e Filippo, Francesco e Michela, Silvia e Luca in Veneto; Antonio e Ursula, Elena e Edoardo, Andrea e Paolo, Beatrice e Paolo, Emanuele e Annarita, Greta e Sarah, Carlo e Irene, Gianmarco ed Emidio, Giuliano e Angelo, Nunzio e Marco, Anthony, Vincenzo e Claudio a Roma. Un pensiero particolare va a Luigi Fiorini e a Martina Martinelli, talmente presenti da ricoprire ormai il ruolo di memoria storica della sede di via Laura Mantegazza 60-62, vivendo da protagonisti la nascita dell’Associazione. Un grazie infinito va a Daniela Sacchetti, alla quale non basta essere qui spesso, è encomiabile il suo slancio nei giorni successivi a ogni incontro, quando mette a disposizione di chi la segue su Facebook tutto quello che può sull’esperienza vissuta. È per noi di grande aiuto, sia perché ripensiamo a ciò che abbiamo combinato sia perché sono numerose le persone raggiunte dai suoi messaggi. I nostri mezzi di promozione non sono molti, pratichiamo una certa cautela nell’uso dei social, comunichiamo in modo intermittente e, talvolta, poco chiaro, così la risorsa principale è il passaparola da parte di coloro che sono stati qui. Restate vicini, raccontate di Porthos, non vi deluderemo.
Se Porthos resiste grande merito è di chi collabora, aiuta e in qualche modo si dà da fare, un patrimonio umano e di competenze che sta trasformando il nostro linguaggio. Non dimentico, infine, coloro che continuano a volerci bene anche se non gli piace più ciò che facciamo. Diamo il massimo perché le buone energie restino.
Il vino… continuiamo a tenerlo accanto al cibo.

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Chi ama il vino e la gente che ci lavora potrebbe ritenere il 2018 un anno funesto, non solo e non tanto per ragioni meteorologiche e di vendemmia.
Per me è stato tremendo, nel giro delle prime due settimane di settembre ho perso tre amici, ai quali riserverò un ricordo, e alcune delle persone che mi sono più care si sono ammalate gravemente. Forse anche per questo motivo sento di lasciare un augurio credibile, voglio insistere sulla salute e sulla serenità d’animo, due concetti inscindibili.
Lo faccio con una poesia di Mariangela Gualtieri, presa dalla raccolta Bestia di gioia, edita da Einaudi nel 2010.

Sii dolce con me. Sii gentile.

È breve il tempo che resta. Poi

saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo

dell’umano. Come ora ne

abbiamo dell’infinità.

Ma non avremo le mani. Non potremo

fare carezze con le mani.

E nemmeno guance da sfiorare

leggere.

Una nostalgia d’imperfetto

ci gonfierà i fotoni lucenti.

Sii dolce con me.

Maneggiami con cura.

Abbi la cautela dei cristalli

con me e anche con te.

Quello che siamo

è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei

e affettivo e fragile. La vita ha bisogno

di un corpo per essere e tu sii dolce

con ogni corpo. Tocca leggermente

leggermente poggia il tuo piede

e abbi cura

di ogni meccanismo di volo

di ogni guizzo e volteggio

e maturazione e radice

e scorrere d’acqua e scatto

e becchettio e schiudersi o

svanire di foglie

fino al fenomeno

della fioritura,

fino al pezzo di carne sulla tavola

che è corpo mangiabile

per il mio ardore d’essere qui.

Ringraziamo. Ogni tanto.

Sia placido questo nostro esserci –

questo essere corpi scelti

per l’incastro dei compagni

d’amore.
 

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