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Correva l'anno

Da “Il diritto di cambiare idea”, Porthos 26 - Autunno 2006

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Amare appassionatamente una bottiglia e rendersi conto che, dopo alcuni anni, questa non figura più tra le preferite, dipende da molti fattori, alcuni personali, altri oggettivi e legati alla modificazione del liquido stesso. Questo non va considerato un semplice “cambiare idea” e la sua legittimità non è in discussione; è parte fondamentale della propria crescita culturale la possibilità di innamorarsi e scoprire finalmente di amare nuove esperienze e nuovi soggetti.

pescatore

Diverso è invece seguire la trasformazione del vino nei suoi contenuti e “accorgersi” che qualcosa non funziona solo quando questa non conviene più. Non possiamo parlare di revisionismo, troppo breve la storia enologica italiana per argomentarne un passato, ma indubbiamente destano sensazione e perplessità le recenti prese di posizione di alcuni che ambiscono a essere i nostri riferimenti culturali e di critica nel vino e nel cibo. L’improvviso amore per i vini contadini di alcuni tecnocrati della viticoltura e dell’enologia, fino a poche ore fa impegnati a sostenere gli interventi dell’industria biotecnologica e della viticoltura seriale dalle impeccabili selezioni clonali; oppure l’autocritica di chi ha vissuto sul fenomeno delle guide e solo ora, dopo infiniti segnali, ne percepisce la crisi. Questi atteggiamenti, come altri così frequenti in questo periodo, mostrano il disperato tentativo di cavalcare la tigre del ciclico cambiamento, di usare la furbizia al posto dell’intelligenza, di afferrare qua e là segnali e argomenti perché non si ha più nulla da dire. Tutto ciò non è cambiare idea, un lettore la chiamerebbe «bassa cucina contabile», rammentandoci che l’imperativo per molti di loro è far quadrare i bilanci, e presto. Eppure ci rimane un tremendo senso di irritazione, un tormento. Le persone che hanno poco da dire hanno spesso potenti canali per comunicare; i loro dibattiti consegnano un senso di vuoto; arrivano ad affermazioni scontate facendo apparire le loro scoperte più clamorose, restituendo così quell’odioso senso di potere precostituito che in tempi diversi avevano deciso di combattere. [...]

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