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Archivio

Il cuoco, il comodino e i lillà

Sul comodino di un lettore onnivoro come me, è facile trovare libri molto diversi fra loro.
In queste settimane, chi volesse curiosare sul tavolino accanto al mio letto troverebbe libri ricevuti in regalo, comprati, presi in prestito, fra cui un paio di romanzi, un saggio sulla vita familiare in Europa, degli esercizi per la memoria (brutta cosa la vecchiaia), qualche volume su vino e cucina, uno o due libri dei miei figli e altro ancora.

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foto di simone revelli

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Clamoroso!

Clamoroso, il presidente B. concede un’intervista anche a Porthos!
Nella nostra sede di Roma c’è trambusto, sta arrivando la scorta. Le guardie del corpo del presidente bloccano il traffico e ispezionano i locali. L’area è bonificata in un lampo, siamo pronti.

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Spunti liberi da letture quotidiane

[...] Qui non regge una questione della oscurità e della chiarezza in quanto la chiarezza non è che un’oscurità travestita, non offre cioè il senso della ricerca, la possibilità di vita. [...]

Carlo Bo, Letteratura come vita, su Frontespizio, 1936


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Presentarsi e preservarsi

A vivere ho imparato/Son divenuto un altro, dopo d’aver viaggiato/
Partendo da Bologna/facendo a lei ritorno/In visite una volta spendevo tutto il giorno/Ora con i biglietti supplisco ad ogni impegno/Ah! I francesi, i francesi, hanno il gran bell’ingegno!

da Il cavalier Giocondo di Carlo Goldoni


Biglietti di visita
Al ritorno dal Vinitaly me ne sono ritrovati nei pantaloni, nel giubbino, nel portafogli, nello zaino. Decine.
«Posso lasciarle il mio biglietto da visita? Non si sa mai! Mi lascia il suo?»
Ricordo, me lo consegnò con stile, tra indice e medio, con un movimento elastico dalla tasca verso di me, all’altezza dello stomaco, da esperto cowboy.

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Ceneri e braci

… I am very glad I shall never
Be twenty and have to go through that business again,
The hours of fuss and fury, the conceit, the expense.1
 
... Sono ben lieto di non riavere
mai più vent’anni e non dover passare attraverso questa fatica,
le ore di trambusto e di furia, la presunzione, il dispendio.

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IKEASAN

Salone internazionale del naturale (Sana) di Bologna, edizione 2009. Enotime realizza uno stand di 450 metri quadri denominato BioQualiVino e lo fa, si legge sul sito, “in collaborazione con 54 aziende produttrici di vini naturali e una decina di produttori alimentari artigianali, più alcuni partner tecnici ad elevata vocazione ecologica tra i quali Ikea Bologna”.

Si potrebbe discutere a lungo a proposito della vocazione ecologica di Ikea, l’azienda che ha trasformato un bene durevole come il mobile in un bene di consumo di massa e che stampa in 175 milioni di copie il catalogo commerciale più diffuso del pianeta, per quanto su carta priva di cloro e in parte riciclata. Ma, al di là delle argomentazioni stile No logo e prendendo per buona la volontà di ridurre l’impatto sull’ambiente dei prodotti sbandierata dal colosso svedese, questa storia della multinazionale che si imparenta con i vignaioli naturali ci pare un po’ tirata per i capelli. Niente di grave, per carità, perché business is business e la collaborazione di Ikea non ha reso certo questo evento peggiore o meno interessante di tanti altri che stanno popolando l'Italia e l'Europa come il nuovo affare del millennio. E’ difficile però comprendere cosa la filosofia di Ikea – lo stesso negozio, la stessa cameretta, la stessa scrivania, lo stesso cestino per la roba sporca ovunque, a Giacarta come a Trondheim - abbia da spartire con quell’aspirazione a rappresentare la varietà e quell’orrore nei confronti dell’omologazione che caratterizzano la cultura e il lavoro di molti produttori protagonisti della manifestazione bolognese e delle associazioni che li raggruppano. Del resto ci capita con sempre maggiore frequenza di domandarci cosa abbiano a che vedere determinati luoghi, situazioni, personaggi con il vino naturale. E di chiederci che fine abbiano fatto certe dichiarazioni di intenti quando vediamo i loro autori gettarsi nella mischia senza badare a chi e che cosa c’è attorno al loro vino, tanto che qualcuno comincia a domandarsi quanto ci sono e quanto ci fanno, questi vignaioli.
Ma in fondo sarebbe giusto chiederlo a loro, ai produttori naturali, fino a che punto considerano importanti e centrali questi argomenti, se si preoccupano di sapere – o se viene loro spiegato - chi sponsorizza le manifestazioni alle quali prendono parte, se considerano coerenti certe scelte. Conosciamo bene la loro quotidianità, quindi comprendiamo come sia difficile prestare l’attenzione necessaria a tutto quando hai da badare contemporaneamente alla vigna e alla cantina, alle incombenze burocratiche, al distributore e al fornitore, al cliente e al giornalista come ai milleduecento rompiscatole che gravitano attorno alla tua attività e ti tirano per la giacchetta cercando di coinvolgerti nelle iniziative più disparate, ricattandoti con la frase: «Se ci sono Tizio e Caio, tu non puoi mancare!». Per scoprire, poi, che a Tizio e a Caio è stata detta la stessa cosa.
Eppure li sentiamo spesso lamentare il fatto che questa del vino naturale è ormai diventata una moda, esprimere la volontà di rifuggire una sovraespozione che considerano potenzialmente dannosa.

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