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Naturale

Davvero il problema è la parola “naturale”? È veramente solo una questione terminologica? Credo di no. Provo a riflettere sui motivi di questa convinzione, non prima di aver ripreso per un momento l’etimologia e il significato del termine.

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Abbiamo spesso riportato la definizione che ne dà la Treccani per mettere in evidenza quanto siano privi di senso, fittizi, i richiami a una presunta e assoluta umanità del vino rispetto all’elemento natura, come se si potessero scollegare le due componenti. Il punto fondamentale è il ruolo della persona nella realizzazione del vino. Il confronto con il termine “industriale” è legato all’intento di serializzare un prodotto che ha una vocazione imprevedibile.
Quello col termine “convenzionale” – scelto per indicare una convenzione prestabilita che non prende in considerazione la diversità – vuole concentrare l’attenzione sulla delega che spesso il produttore dà al protocollo non ascoltando la natura che lo circonda. Nella naturalità odierna non c’è nulla di “primordiale”, visto che l’osservazione – lo strumento più efficace in mano agli agricoltori – è di per sé un elemento modificatore, per non parlare del succedersi delle stagioni e del comportamento di donne e uomini che frequentano un luogo. Per capire meglio l’assurdità di una presunta arcaicità dei metodi di coltivazione, segnalo che Fulco Pratesi, allora presidente del WWF, negli anni novanta fece una ricerca per dimostrare che l’area naturale più antica d’Italia, incontaminata e non sfruttata, aveva quattrocento anni. Ora, non ho strumenti per sostenere o contestare questa tesi, tuttavia è significativo che una persona che ha dedicato la propria vita alla protezione della natura si sia impegnato per attenuare e sconfessare una mitologia dannosa, quella di zone intoccate da millenni.
Ma torniamo alla lingua. Dal punto di vista etimologico, la parola madre è “natura”, che proviene dall’omonimo latino, originato a sua volta dalla medesima radice di “nascere”. Il Dizionario Etimologico Classico aggiunge, riguardo a “natura”: «Ordine o sistema delle leggi che presiedono all’esistenza delle cose e alla successione degli esseri; il complesso di tutti gli esseri che compongono l’universo». È evidente quindi l’insulsa applicazione di una modalità separata tra essere umano e natura. Un’obiezione ricorrente è legata all’impossibilità di decidere a priori, quasi fosse necessario un regolamento istituzionale, quali siano i confini da non attraversare. Chi conosce l’agricoltura, chi ne vive sa benissimo quando si oltrepassa un limite e si viola un ordine naturale. Troppe volte abbiamo sentito discorsi sul progresso di un certo modo di coltivare la terra in funzione del nutrimento dei popoli affamati. A oggi, dopo decenni di fertilizzanti, pesticidi, modificazioni genetiche, sparizione di varietà poco redditizie, ecc., ci sono popolazioni che muoiono di fame più di prima.
Meglio riprenderci la lingua italiana, per chiudere il discorso. È interessante notare che già nel 1300 Giovanni Boccaccio e Arrigo Simintendi avevano una percezione dell’aggettivo “naturale” molto “antropologica” e non pensavano certo che alcuni elementi di chiara invenzione umana avessero, per questo, perso la loro natura. Il primo amplia il concetto con un «conforme alla natura» che il secondo delinea con ancora maggiore chiarezza: «non artefatto o alterato; spontaneo, schietto». 
Quindi la discussione è sterile. Qui non si mette in dubbio il ruolo centrale di donne e uomini nel fare il vino, si vuole invece introdurre un concetto di maggiore responsabilità verso la natura che, gratuitamente, mette a disposizione i propri frutti. Inserirsi nei delicati passaggi che regolano la vita delle piante va fatto pensando a un punto fondante: la vita. Ciò che l’impostazione industriale dell’agricoltura e le convenzioni produttive, dopo aver demolito gran parte del nostro patrimonio salute, continuano a ignorare. Non è difficile cogliere questo guardandosi intorno e alimentandoci. Ma, badate bene, quando parlo di “concezione industriale” non significa che i territori sono stati controllati da chi sa quale multinazionale, molto spesso è stata la mancanza di cultura e di visione di molti piccoli agricoltori a trasformare territori viventi, crogiuoli di varietà, in lande dove, per esempio, la vite è ossessiva, e l’appiattimento della varietà delle singole piante è talmente soffocante da richiedere interventi molto forti per gestirne le debolezze. Quindi è inutile – ma molto comodo – puntare il dito contro l’industria, quasi fosse un’entità astratta e dominatrice assoluta. Se non si guarda alle proprie responsabilità, a come invertire la rotta, il problema non sarà decidere quale parola ritrae meglio un comportamento etico, ma la fattibilità reale di questo.
Ad ogni modo, vogliamo scegliere un termine diverso? Non piace “naturale”? Ma, soprattutto, a chi non va a genio? Vediamo. Le imprese industriali faranno di tutto per impossessarsi della parola, o saranno pronti a creare dei surrogati – guardate cosa è successo a “bio” e “biologico” – appena supereranno questa fase di ritardo rispetto a chi l’agricoltura la pratica come una scelta di vita. 
Ci sono proposte di usare la parola “artigianale”, così da rendere più vicina la componente antropologica, ma non fa una grande differenza, se pensiamo anche alla definizione che ne dà la Treccani. Comunque, prendiamo per buono il termine artigianale. Nell’universo alimentare ci sono molti casi di realtà dalla struttura piccola e apparentemente artigianale che invece usano protocolli talmente prevedibili e sorretti dalla biotecnologia da essere a tutti gli effetti industriali. Guardate cosa è successo al gelato artigianale. Quindi, facciamo attenzione a non farne una questione dialettica, perché ci fa consumare energie e ci allontana dal cuore del problema. E mentre ci si perde in queste beghe, si consuma la credibilità e non si contribuisce a generare una cultura e una competenza, in modo che forma e sostanza non perdano l’indispensabile unità, così preziosa per un prodotto edonistico come il vino.
Si dice che i consumatori – quasi fossero, di nuovo, un’entità informe e astratta – potrebbero essere ingannati dal termine “naturale”, perché il vino è comunque fatto dall’uomo. Certo, se si continua a pensare al consumatore non come un individuo con una testa e un sistema sensoriale, potremo rifugiarci nella sua presunta vulnerabilità. Invece le persone devono capire che la scelta è individuale, non si può delegare, è necessario informarsi, stabilire un dialogo con chi vende e con chi produce per conoscere tutto il possibile su ciò che immettiamo nel nostro corpo. Chi si occupa della terra? Chi sono le persone che stanno dietro e dentro un prodotto? “Naturale” non piace a quei produttori, che sono a tutti gli effetti naturali e che si sentono discriminati dal fatto di aggiungere, per esempio, anidride solforosa.
L’italiano è celebre per la capacità di usare distinguo su tutto, in modo da non allinearsi mai. Questo approccio ha molti lati positivi perché incoraggia una ricerca continua di motivazioni e di controindicazioni, tuttavia quando si è parte, volenti o nolenti, di un movimento che ha generato un certo sconquasso nel proprio universo, sarebbe più utile cercare, custodire e promuovere i punti comuni invece che proclamare i distinguo, tanto per sentirsi più diversi.

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