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Il cuoco, il comodino e i lillà

Sul comodino di un lettore onnivoro come me, è facile trovare libri molto diversi fra loro.
In queste settimane, chi volesse curiosare sul tavolino accanto al mio letto troverebbe libri ricevuti in regalo, comprati, presi in prestito, fra cui un paio di romanzi, un saggio sulla vita familiare in Europa, degli esercizi per la memoria (brutta cosa la vecchiaia), qualche volume su vino e cucina, uno o due libri dei miei figli e altro ancora.

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foto di simone revelli

Aggiungete una concessione alla modernità come un e-reader ed ecco che il comodino straripa di occasioni di lettura. Fra le quali, ovviamente, il lettore onnivoro si muove con la regolarità del moto browniano: stasera tre pagine di questo, domani dieci di quell’altro, dopodomani chissà. Inevitabile, quindi, fare confronti, paragoni, cercare e – talvolta – trovare legami fra autori, pagine e argomenti all’apparenza lontanissimi. Oppure, constatarne l'incolmabile distanza.
Faccio un esempio, così spiego il titolo.
Ho quasi finito di leggere “Vita e destino”, di Vasilij Grossman, mentre ho sospeso la lettura del recente libro di Carlo Cracco, “Se vuoi fare il figo, usa lo scalogno”.
I due autori, sia chiaro, non hanno nulla in comune. Grossman, ebreo russo, corrispondente di guerra, intellettuale e scrittore, morì nel 1964, un anno prima della nascita di Cracco, cuoco veneto d’origine e internazionale per fama. Anche i due volumi mantengono le distanze. Il primo, un tomo di oltre 700 pagine, è un romanzo sopravvissuto ai sequestri e all’oblio. Grossman racconta la battaglia di Stalingrado, i lager nazisti, la Lubjanka, le crudeltà e le grandezze della vita. Il secondo, molto più snello, è un agile ricettario, scritto di fretta per non perdere l’abbrivio del marketing. 
Un libro impegnativo e uno leggero, l'alternanza fra le letture potrebbe spiegarsi facilmente, ma non è così, ci ho pensato, la chiave è il cibo: argomento principale per Cracco, parte dell’affresco per Grossman. Tuttavia non è il dato quantitativo a colpire, bensì quello qualitativo. Attenzione, non parlo di qualità del cibo, perché se così fosse, il cuoco stellato vincerebbe facile: pomodorini confit contro bucce di patate e zuppe acquose, fagiolo giallo di Feltre contro cavoli gelati e pane nero, non c’è partita, davvero. Se però veniamo alla scrittura, elemento non trascurabile di ogni libro, allora il cuoco veneto torna ai fornelli e lascia il campo al russo, che di quando in quando, nelle vite dei  numerosi personaggi che animano la narrazione, inserisce qualche accenno di carattere alimentare: la fame dei prigionieri e degli assediati, un piatto di funghi in salamoia sulla tavola di un militare, un borsch1 caldo, la panna fresca, persino una bottiglia di brandy Tre Valletti, scolata da un gruppo di ufficiali sovietici in infermeria. Piccole pennellate, sempre vivide e mai gratuite, in un grande affresco capace di rapire e affascinare il lettore, con una forza che, non me ne voglia la star di Masterchef, le sue meringhe non riescono ad avere. So bene come nascono certi libri, l’ambizione si ferma allo scaffale, l’editing si fa di corsa e poco importa se si confondono sostegno e sostentamento, se le “cose” sono “pazzesche”, se le banalità si sprecano una dopo l’altra: basta che un briciolo della sapienza di Cracco si depositi nell’animo di qualche giovane apprendista e tutti saremo contenti. Difficile, pertanto, trovare un terreno comune alle due opere, che restano distanti come gli universi che le esprimono. Inoltre, Grossman non ha di certo letto Cracco, e non so se questi abbia letto il libro dell’autore russo. Se ciò accadesse, mi permetto di rimandare a pagina 292 dell’edizione Adelphi di “Vita e destino”, in cui un generale dei carristi ricorda una minestra di lillà, offertagli poco prima dalla donna che ama. In realtà si tratta di una semplice kaša2 di grano saraceno, fattasi viola e azzurra per il freddo, ma trovo che la forza poetica del piatto sia straordinaria, degna di un grande scrittore e di un grande cuoco. Ecco, sarebbe bello se Cracco ci facesse un pensiero, alla minestra di lillà.



1 Minestra a base di barbabietola
2 Pappa di cereali

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