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IKEASAN

Salone internazionale del naturale (Sana) di Bologna, edizione 2009. Enotime realizza uno stand di 450 metri quadri denominato BioQualiVino e lo fa, si legge sul sito, “in collaborazione con 54 aziende produttrici di vini naturali e una decina di produttori alimentari artigianali, più alcuni partner tecnici ad elevata vocazione ecologica tra i quali Ikea Bologna”.

Si potrebbe discutere a lungo a proposito della vocazione ecologica di Ikea, l’azienda che ha trasformato un bene durevole come il mobile in un bene di consumo di massa e che stampa in 175 milioni di copie il catalogo commerciale più diffuso del pianeta, per quanto su carta priva di cloro e in parte riciclata. Ma, al di là delle argomentazioni stile No logo e prendendo per buona la volontà di ridurre l’impatto sull’ambiente dei prodotti sbandierata dal colosso svedese, questa storia della multinazionale che si imparenta con i vignaioli naturali ci pare un po’ tirata per i capelli. Niente di grave, per carità, perché business is business e la collaborazione di Ikea non ha reso certo questo evento peggiore o meno interessante di tanti altri che stanno popolando l'Italia e l'Europa come il nuovo affare del millennio. E’ difficile però comprendere cosa la filosofia di Ikea – lo stesso negozio, la stessa cameretta, la stessa scrivania, lo stesso cestino per la roba sporca ovunque, a Giacarta come a Trondheim - abbia da spartire con quell’aspirazione a rappresentare la varietà e quell’orrore nei confronti dell’omologazione che caratterizzano la cultura e il lavoro di molti produttori protagonisti della manifestazione bolognese e delle associazioni che li raggruppano. Del resto ci capita con sempre maggiore frequenza di domandarci cosa abbiano a che vedere determinati luoghi, situazioni, personaggi con il vino naturale. E di chiederci che fine abbiano fatto certe dichiarazioni di intenti quando vediamo i loro autori gettarsi nella mischia senza badare a chi e che cosa c’è attorno al loro vino, tanto che qualcuno comincia a domandarsi quanto ci sono e quanto ci fanno, questi vignaioli.
Ma in fondo sarebbe giusto chiederlo a loro, ai produttori naturali, fino a che punto considerano importanti e centrali questi argomenti, se si preoccupano di sapere – o se viene loro spiegato - chi sponsorizza le manifestazioni alle quali prendono parte, se considerano coerenti certe scelte. Conosciamo bene la loro quotidianità, quindi comprendiamo come sia difficile prestare l’attenzione necessaria a tutto quando hai da badare contemporaneamente alla vigna e alla cantina, alle incombenze burocratiche, al distributore e al fornitore, al cliente e al giornalista come ai milleduecento rompiscatole che gravitano attorno alla tua attività e ti tirano per la giacchetta cercando di coinvolgerti nelle iniziative più disparate, ricattandoti con la frase: «Se ci sono Tizio e Caio, tu non puoi mancare!». Per scoprire, poi, che a Tizio e a Caio è stata detta la stessa cosa.
Eppure li sentiamo spesso lamentare il fatto che questa del vino naturale è ormai diventata una moda, esprimere la volontà di rifuggire una sovraespozione che considerano potenzialmente dannosa.

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