logo porthos

Indipendenti da sempre,
ci occupiamo di vino, cibo e cultura

Il tuo carrello è vuoto

ico fbico twico isico gplusico ytico yt

Archivio

Uno, nessuno e centomila

Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.
Mao Tse-tung

Allora, partiamo dalla fine: chi sono i vignaioli indipendenti?

Non chiedetelo a loro: ne stanno ancora discutendo, almeno a giudicare da quanto sta accadendo attorno e all’interno della F.I.V.I. (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti), nata sull’esempio dei Vignerons Indépendants francesi allo scopo di esercitare una pressione a livello istituzionale per tutelare gli interessi della categoria. I fondatori hanno scelto di consentire l’iscrizione esclusivamente alle aziende agricole che gestiscono la filiera corta dal vigneto fino all’imbottigliamento, dunque senza acquistare né uva né vino. Ma le certezze riguardanti il quesito d’apertura si esauriscono qui. Una società cooperativa può essere un esempio di viticoltura indipendente? E una S.p.A.? Un vignaiolo perde davvero la propria indipendenza nel momento in cui decide di gestire anche la commercializzazione dei vini che produce? Le risposte a queste domande contenute nello Statuto della federazione sono a oggi tutt’altro che definitive e hanno originato defezioni e polemiche.
L’operazione che ha dato vita alla F.I.V.I. si è rivelata frettolosa e ha finito con l’assumere agli occhi di molti ora le caratteristiche di un disegno calato dall’alto, ora quelle di una conventio ad excludendum o di una manovra diretta e gestita da Slow Food. La realtà è ovviamente più complessa, ma è evidente come fino a oggi il progetto venga guardato con diffidenza da buona parte della viticoltura italiana. Parlano chiaro a riguardo l’abbandono di alcuni dei membri fondatori e la mancata adesione della stragrande maggioranza di coloro che, a norma di statuto, possono essere definiti vignaioli indipendenti.
All’origine di perplessità e polemiche c’è innanzitutto l’apparentamento con Slow Food: la sede fissata in via della Mendicità Istruita, la carica di Segretario nazionale affidata a un collaboratore di punta di SF Editore come Giancarlo Gariglio e le assemblee ospitate dai locali dell’Università di Scienze gastronomiche di Colorno rappresentano argomenti da alcuni ritenuti in palese contraddizione con le pretese di indipendenza della federazione. Preferiamo non esaminare approfonditamente questi aspetti per ragioni di correttezza, perché presi in esame da soli rischiano a nostro parere di banalizzare il quadro complessivo e perché bisogna comunque tenere in conto la presenza all’interno della F.I.V.I. di vignaioli la cui condotta in termini di etica e di indipendenza è fuori discussione; ci è sembrato però importante comprendere le motivazioni di una scelta del genere in assenza di un percorso partecipato, che vedesse interpellate e coinvolte nella creazione della F.I.V.I. anche altre realtà associative e culturali.
A sentire Bruno De Conciliis, uno dei quindici componenti del Direttivo della federazione, si tratta solo di una questione di tempi: “Il progetto è nato dall’esigenza di dare vita a un’alleanza con le organizzazioni rappresentative degli altri paesi, allo scopo di fare sentire la nostra voce in sede comunitaria. Arrivati a un certo punto mancavamo soltanto noi italiani, e i colleghi francesi hanno cominciato a sollecitarci vista l’imminenza di appuntamenti importantissimi: una risposta all’OCM vino del resto bisogna pur darla. Così siamo partiti in tutta fretta appoggiandoci per ragioni di mero ordine pratico alle strutture già organizzate di Slow Food, ma senza riuscire a coinvolgere tutti quelli che avremmo voluto e dovuto. Da parte mia mi sento comunque di garantire la volontà inclusiva della federazione, che del resto ha ancora molte cose da definire al proprio interno. A partire, per assurdo che possa sembrare, proprio dalla definizione conclusiva di vignaiolo indipendente, punto all’ordine del giorno del prossimo direttivo. E’ una questione che va sistemata una volta per tutte, altrimenti finiremo per vivere una contraddizione permanente”.
Non è infatti ben chiara, ed è una delle ragioni causa di alcune defezioni, la logica in base alla quale la F.I.V.I. è aperta all’ingresso delle S.p.A. mentre esclude da statuto tutte le cooperative. Corrado Dottori, uno dei vigneron che hanno abbandonato criticamente il progetto, evidenzia questa contraddizione da diversi punti di vista: “Intanto è un errore formale, perché dal punto di vista civilistico le norme devono avere il carattere dell’universalità. Ma c’è anche una contraddizione sostanziale, perché così facendo si è finito con l’escludere realtà composte da cinque o sei soci che avrebbero le carte in regola per fare parte di un’organizzazione del genere”. L’ambiguità della natura della federazione è secondo Dottori un altro aspetto critico, perché rischia di ripercuotersi sulla sua rappresentatività “Non si capisce bene se la F.I.V.I. abbia l’ambizione di essere un sindacato, come le organizzazioni omologhe di Francia e Germania, oppure una lobby che tenta di pesare sulle politiche di settore. E questa non è una distinzione di poco conto, perché o siamo in grado di creare una forza di tipo sindacale rappresentativa dell’intera filiera o si finisce con il parlare anche a nome di chi non ti ha affidato alcuna delega. Con tutti i limiti che questo comporta”.
Un dubbio che non tocca Costantino Charrére, il quale sta cercando, nelle vesti di presidente della federazione, di fornire una risposta a critiche e sollecitazioni provenienti dall’esterno: “Ciò che ci proponiamo di diventare è qualcosa di diverso da un sindacato. Parlo di un gruppo di pressione che, riunito alle altre organizzazioni europee nella casa comune della CEVI (Confederazione Europea Vignaioli Indipendenti), riesca a portare a livello istituzionale l’opinione dei vignaioli intesi come piccola e media impresa ma anche come custodi del territorio. In Europa si stanno prendendo decisioni importanti sopra la nostra testa, quasi tutte nel segno di un sostanziale privilegio per la trasformazione rispetto all’origine. In programma ci sono mostruosità quali, per fare un esempio, la libera circolazione dei mosti nel continente: il nostro progetto rappresenta sostanzialmente la risposta alla necessità di fare sistema che in questo periodo ricco di insidie è molto sentita dalla viticoltura indipendente”. Charrére riconosce, per la prima volta, l’errore commesso con l’esclusione delle cooperative: “Il nostro intento era quello di evitare l’ingresso delle grandi cooperative di conferimento, invece abbiamo finito per chiudere la porta a società piccole e squisitamente indipendenti”, spiega preannunciando l’intenzione di rivedere la norma in questione e aprendo uno spiraglio per il ritorno di chi aveva abbandonato il progetto. Inoltre, conferma la volontà di ascolto e inclusione nei confronti delle altre realtà e parla anch’egli di un utilizzo delle strutture di Slow Food limitato a questa fase iniziale. No all’introduzione di IGT e DOP Italia con conseguente mantenimento del sistema VPQRD, no alla menzione “vino comunitario”, no al sovvenzionamento per l’uso degli zuccheri, no agli espianti, tracciabilità del vino in etichetta e presenza permanente ai tavoli decisionali: le proposte che la federazione ha scelto di portare all’attenzione delle istituzioni, presentate recentemente al Ministro dell’Agricoltura, sono molteplici ma un’organizzazione in cerca di identità e in difetto di rappresentatività può essere in grado di affrontare sfide di questa portata? E ancora: quanto la legittima pretesa di ricoprire un ruolo politico è compatibile con la collaborazione con una sola associazione?
Sembra evidente come l’arrivo della F.I.V.I. rappresenti al tempo stesso un rischio e una grossa opportunità; a seconda di come si evolverà la situazione, infatti, l’universo della viticoltura indipendente italiana potrà risultare più forte e compatto oppure ulteriormente frammentato e confuso. La Federazione è ancora - per ammissione dei suoi stessi componenti - un cantiere aperto, a livello programmatico quanto nella struttura. A questo punto ci sono due questioni da affrontare quanto prima. Innanzitutto quella della ricerca di un percorso partecipato che, attraverso il coinvolgimento e l’accoglimento di istanze e contributi del più ampio numero possibile di realtà associative, culturali e informative di settore, permetta alla federazione di diventare un organismo realmente rappresentativo, fugando peraltro i dubbi riguardanti la “tutela” esercitata da Slow Food). Poi la dimostrazione della capacità di assumere posizioni nette riguardo a questioni di fondo quali quelle del consumo critico e della co-produzione, della tutela dell’identità del nostro vino attraverso difesa dei disciplinari e politiche di autoregolamentazione e, infine, dell’importanza delle pratiche adottate in vigna e in cantina, primo discrimine tra viticoltura indipendente e industriale.

Allora, partiamo dal principio: innanzitutto, chi sono i vignaioli indipendenti?

Al fine di raccogliere pareri, approfondimenti e commenti abbiamo aperto uno spazio di discussione qui: http://enoidentita.wordpress.com/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riviste

Libri