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Wine Politics - Tyler Colman

Lo statunitense Tyler Colman, autore di Wine Politics: How Governments, Environmentalists, Mobsters, and Critics Influence the Wines We Drink (UC Press, 2007, $ 18,50), è uno studioso e un appassionato di vino. Nel suo libro, non ancora tradotto in italiano, si sforza di dimostrare che la politica, nei suoi multiformi aspetti, influenza il vino che beviamo. L’asse portante del volume, che deve molto allo storico Thomas Pinney, è il confronto fra la realtà del mercato vitivinicolo americano e quello francese, dagli albori fino a oggi, passando, ovviamente, dal Volstead Act, cioè il Proibizionismo. Tutto sommato, Colman confeziona un testo ricco d’informazioni utili, organizzate con chiarezza e onestà. Ad esempio, chi pensa che la legislazione italiana sia complicata e confusa, potrà farsi un’idea di quella statunitense, figlia del proibizionismo e della lotta per le tasse, infarcita di bizantinismi e di contraddizioni, tanto che, ancora oggi, il paese della Statua della Libertà non permette le spedizioni di vino tra alcuni stati e prevede una rigida distinzione tra chi vende, chi distribuisce e chi produce.

Un avvincente capitolo è dedicato alle denominazioni d’origine, anche qui accostando Francia e USA, mentre il resto del libro si divide fra una trattazione storica del Repeal (il post-proibizionismo) e considerazioni in libertà su argomenti disparati: il case history di Yellow Tail, la premiata ditta Parker & Rolland, i colossi Southern e Constellation, i vini biodinamici e ancora distribuzione, commercio e legislazione. Tutte cose interessanti e istruttive, ma, così facendo, Colman finisce per parlare poco di politica e molto di regolamenti, che della politica sono spesso solo l’ultimo cascame. In altre parole, il libro non mantiene tutto quello che il titolo e l’introduzione promettono. Colman è bravo a farci intravedere gli scenari, ma resta lontano da troppi aspetti di quello che avrebbe dovuto costituire il nucleo dell’indagine: la politica (locale o internazionale) e i suoi effetti sul vino.

Lungi dall’aspettarci chissà quali rivelazioni, avremmo apprezzato qualche affondo in più, una visione più ampia, non limitata a due paesi, ancorché grandi e importanti.

Col suo fare garbato, l’autore ci accompagna in California e a Bordeaux, ma tralascia persino quei paesi in cui il vino è acquistato, ancora oggi, direttamente dallo stato, come la Norvegia. Per non dire dello scarso spazio concesso alle politiche agricole della UE, che tanto hanno influenzato il vino europeo e quindi mondiale. Non si avventura neppure nell’Europa dell’Est, dove il vino e la politica si sono trovati vicino in molte occasioni, pensiamo agli espianti dei tempi dell’URSS, oppure alle recenti scaramucce tra Russia e Moldavia per la Transnizia. Colman, insomma, preferisce misurarsi con terreni poco accidentati, che sfiorano la politica e la gestione del consenso, ma non turbano i sonni di nessuno, rifugiandosi dietro un’accezione di politica talmente larga che alla fine passa molto e resta poco.

Infine, un dettaglio, che l’autore sicuramente conosce e, chissà perché, ci nega. Parlando di vini biodinamici, Colman cita Quintessa, lussuosa cantina nel cuore di Napa Valley, ma non dice che il proprietario, Agustin Huneuus, arrivò in America dopo che il governo Allende ebbe nazionalizzato la sua azienda vinicola: Concha y Toro. Per dirla con l’autore, it’s politics, quindi la spiegazione è una sola: Colman si è risparmiato, per saperne di più, dovremo aspettare Wine Politics II.

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