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Approfondimenti

Etna, sogno siciliano

a cura di sandro sangiorgi
foto di matteo gallello e roberto lo pinto


lI talento immediato soccombe davanti alla massa della produzione meccanica.

J.W. von Goethe 

La frase di Goethe, estrapolata da Fotografia e società di Gisèle Freund, sintetizza la mia attuale visione dell’Etna: un luogo dal talento cristallino grazie alla congiunzione straordinaria tra il contesto naturale e l’intelligenza umana. A Muntagna, in virtù dell’orografia e della geomorfologia, per ora non si presta a un invasivo processo di meccanizzazione, la manualità è sempre alla base del lavoro. Basta menzionare i terrazzamenti e i muretti a secco e si comprende l’impossibilità di adottare mezzi aggressivi per lavorare la terra. Ad ogni modo, per quanto negli ultimi trent’anni molti impianti ad alberello siano stati sostituiti dalle spalliere, per permettere l’ingresso di macchine tra i filari, rimane alta la percentuale di vigneti condotti “alla greca” (l’alberello egeo). 

Copertina Etna LOW

Il problema forse è legato all’approccio, in primis al rapporto tra il valore delle proposte per la promozione del territorio e la loro applicazione. O ancora agli articoli dai toni entusiasti, tutti un po’ compiacenti e uguali a sé stessi... Ci sembra questa la “meccanizzazione”, la serialità. È una questione di riferimenti, di mentalità, a cominciare dalla creazione dell’Etnashire (non bastava il Chianti), una sorta di tendenza che volge tutto verso l’immaginario, la romantic atmosphere che riempie gli occhi e il cuore di frenesie e sentimenti preconfezionati per mericani.
 
I nostri avi ne erano consapevoli, finalmente anche noi abbiamo realizzato che l’origine vulcanica è sinonimo della qualità di un vino. Non importa che siano estinti, che risalgano a milioni di anni fa o al tipo di attività, o alla latitudine. Il connubio è diventato un vero fattore di attrazione perché alimenta un senso di energia, di fecondità e di incanto. Il magma evoca una terra che si qualifica e che, forte di una ricchissima stratificazione, può generare alcuni tra i più originali vini al mondo. Allo stesso tempo, procura un senso d’inquietudine, di precarietà, di sacrificio, aspetti collegati alla natura sofferente della vite. 

Vigna Alberello

Durante la nostra permanenza sul vulcano, con Roberto Lo Pinto abbiamo sentito decine di vini etnei. Se non era possibile assaggiare i campioni direttamente dai produttori, soprattutto per mancanza di tempo, ci siamo preoccupati di acquistare le bottiglie presso enoteche e ristoranti della zona. E non sono molti i vini ad aver manifestato uno slancio. I più faticano a distinguersi e a rimanere nella memoria, uniti da uno stile che certamente non ne eleva l’identità territoriale.
Tra questi, i bianchi che non vanno al di là della prevedibile (e minerale!) norma fragranza-freschezza, quasi tutti ottenuti dall’introvabile Carricante, un’uva che negli ultimi due anni ha raggiunto quotazioni impegnative, anche 3 euro al chilo. Alcuni rossi e rosati ottenuti principalmente da Nerello Mascalese sembrano alleggeriti, più per assecondare la tendenza del momento che per vocazione; piacevolmente spensierati ma anche poco incisivi, si mantengono su equilibrati sentori giovanili. Dalla correttezza di superficie emerge una mancanza di espressività e di partecipazione gustativa che dovrebbe essere davvero il compimento della mineralità. Questa risale attraverso le radici dalla stratificata terra vulcanica, dallo sgretolamento di diversi tipi di lava e dal materiale piroclastico. Etneo non è solo un’origine allettante, possiamo considerarla una prospettiva, una virtù da coltivare, una missione che non riguarda solo il vino ma coinvolge il luogo quale complesso di tutti gli esseri viventi che lo abitano. 
Nelle note di degustazione dei vini scelti per il seminario ho cercato di mettere in risalto alcuni aspetti che, dal lato puramente sensoriale, rendono così speciali i migliori vini etnei: la nitida, luccicante sapidità nei bianchi, la vorticosa e sanguigna terrosità nei rossi. In entrambe le tipologie una presenza profonda e aggraziata, capillare e calorosa. 

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Alcune considerazioni sull’argomento più scottante, le Contrade.

La questione è controversa. Intanto non è ancora disponibile una mappa delle Contrade, quando l’abbiamo chiesta all’Enoteca Regionale e ad alcuni produttori – anche in un formato ridotto, incompleto – ci è stato risposto che è tutt’ora in fase di lavorazione. Eppure sono passati nove anni dalla revisione del disciplinare che aggiorna le menzioni che possono essere riportate in etichetta. Oggi se ne contano 133, di cui oltre 80 sul solo versante nord.

In taluni casi sembra che le menzioni servano per ornare le vesti dei prodotti di punta: tra bollini “vecchie vigne”, piede franco, nome di fantasia del vigneto, contrada, denominazione, tipologia di territorio... «non c’è spazio neanche per tira’ un moccolo», direbbero i toscani.

Ad ogni modo, una cartina dettagliata dovrebbe essere pubblicata prossimamente o sembrerebbe sia già presente in Etna Wine Library dell’autrice taiwanese Xiaowen Huang. Nel frattempo, in occasione del seminario tenuto a febbraio a Porthos, per mostrare ai partecipanti la posizione di Calderara Sottana, Porcaria, Santo Spirito, Feudo di Mezzo, abbiamo consultato una mappa approssimativa, risalente agli anni settanta, che includeva solo la zona nord.

Il problema che colpisce è proprio la dicotomia tra uno smisurato e decennale interesse nei confronti delle menzioni e l’inadeguatezza dei supporti, culturali, cartacei, digitali, che dovrebbero sostenere la credibilità di queste indicazioni speciali. Certamente le Contrade – sull’Etna così come nel resto della Sicilia – erano conosciute già nei secoli scorsi ed erano distinte da suoli, esposizioni e altitudini. Sarebbe importante dare più spazio alla successione nel tempo delle colate laviche, ai segni e all’influenza di questo rinnovamento costante della terra e della sua struttura.

Inoltre mi è parso che questa formalizzazione portatrice di una «straordinaria variazione sul tema del Nerello» (cit.), e le inevitabili e banali gerarchie che si creeranno, possano oscurare anche la complessa biodiversità racchiusa tra i vitigni, le selezioni massali perpetuate negli anni, l’età dei ceppi, alcuni centenari e franchi di piede.


alberello alicante

Strettamente connesso a questo argomento è l’imperterrito paragone che vede l’Etna come la “Borgogna del Mediterraneo”. I confronti calzanti o meno si sprecano, a cominciare dalle supposte affinità tra Pinot Noir e Nerello etneo. Ma fino a che punto è possibile razionalizzare le vigne del Mongibello? È davvero già così facile inquadrare la straordinaria molteplicità di uno stesso pezzetto di terra e la sua grande variabilità geologica? È una domanda che rimane un po’ sospesa anche in virtù di quel che sto osservando negli ultimi anni, specialmente dopo la recente visita a Barolo e Barbaresco. Userei molta prudenza, anche perché noto un grande dispendio di energie per cercare a tutti i costi i punti di contatto, quando sarebbe più sensato dare valore a quell’unicità che i nostri avi – sempre loro! – avevano pienamente colto e valorizzato. 
I produttori che più stimo, dalle Langhe al Chianti Classico, da Montalcino a Pantelleria mi hanno spesso parlato dell’opportunità del blend di vigna che, può sembrare un paradosso, esalta proprio la conoscenza dei singoli cru e, allo stesso tempo, innalza il ruolo di produttore ad “alchimista”, osservatore del vigneto, abile a percepirne le risorse e a combinarle in cantina. 
E dunque mi chiedo, a questo punto, quanto l’effettiva ossessione per la parcellizzazione possa apportare dignità, identità al singolo vigneto e, di conseguenza, al risultato finale. Non finirà come con la fisima degli anni novanta sul valore assoluto del vino da monovitigno, vero? 
Rimango in attesa di poter valutare, magari tornando sull’Etna per un’ulteriore ricognizione su come proseguirà il lavoro di zonazione. 

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Infine riservo una riflessione su un aspetto spesso giudicato con intonazione negativa: l’incremento dei produttori. Negli ultimi venti anni il numero degli imbottigliatori è quadruplicato, oggi se ne contano circa duecento, nei primi anni del nuovo secolo erano qualche decina. Gli ettari iscritti alla DOC sono, nonostante il clamore, pur sempre poco più di 700. Negli ultimi tempi molte piccole aziende, spesso con estensioni che non superano l’ettaro, sono nate grazie alle proprietà ereditate delle famiglie “indigene” e al recupero di vigneti abbandonati. Una nuova generazione di vignaioli ha trovato il coraggio di investire e di curare le vigne, sovente in modo onesto. Conversando con giovani di Randazzo, Solicchiata, Castiglione emerge chiaramente che, solo qualche anno fa, lavorare in campagna era motivo di vergogna, oggi la prospettiva mi sembra incoraggiante. 
Magari questa potrebbe essere la risposta a Salvo Foti che, su Porthos 26 dell’autunno 2006, si chiedeva preoccupato: «Chi coltiverà le nostre vigne?». I suoi stessi figli! Andrea e Simone si stanno dedicando con attenzione proprio a questo mestiere. 

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Il racconto della degustazione

Il seminario Sogno siciliano, viaggio nella viticoltura etnea è stato organizzato da Roberto Lo Pinto, realizzato con la collaborazione di Gabriele Bonci, grazie al prezioso aiuto di Chiara Guarino, Graziela Galardi e Greta Bertoli
. Lo hanno condotto Sandro Sangiorgi e Matteo Gallello con il contributo scientifico di Giuliano Milana, sismologo e vulcanologo presso lINGV.

11 febbraio

Lato Sud (carricante) 2018 Grottafumata (Zafferana Etnea)
Giallo netto.
Naso sottile nel quale è nitida la componente agrumata accanto a un indefinito aspetto vegetale e marino. Affilato, succoso, asciutto; il tessuto è vitale, ben definito da un’acidità partecipe. Consegna un senso d’interezza nello sviluppo essenziale, omogeneo, godibile. Il finale è in trasparenza, appena salato, non permane a lungo eppure lancia una vibrazione che resta durante l’assaggio dei successivi.
La seconda annata del bianco di Mauro Cutuli ha la capacità di tenere insieme sottigliezza e apertura. I vigneti si trovano sul Monte Gorna, versante sud est del vulcano, circa cinque chilometri a nord di Trecastagni.

Versante Nord (minnella, catarratto, carricante e altri) 2018 Eduardo Torres Acosta (Passopisciaro)
Giallo caldo.
L’evocazione carnosa della pesca tabacchiera e la florealità si delineano con tenerezza e in modo magnetico. Lo sviluppo in bocca è sicuro, fluido, l’acidità è aggraziata, il corpo abbraccia senza trattenere, anzi rilancia, sostenuto da una minuziosa e stratificata sapidità che accresce lo slancio. Colpisce la qualità delle sensazioni finali resa più originale dal chiaro tratto ossidativo.
Il Versante Nord Bianco è, sin da ora, un vino d’un pezzo. La dinamica della 2018 è di gran lunga superiore rispetto alle annate precedenti. Autentico e rigoroso, le uve provengono da sei differenti particelle tra Castiglione e Randazzo.

Vigo (nerello mascalese, nerello cappuccio) 2013 Fattorie Romeo del Castello (Contrada Allegracore – Randazzo)
Granato maturo e limpido.
Compatto e affascinante, tra speziatura e carrube. È capace di dipanarsi passando con disinvoltura tra gli aspetti ossidativi e quelli più sanguigni, comunque senza grandi sussulti. Non è un vino di tensione, tuttavia non manca l’unità che permette alla soffice trama tannica di distendersi verso una calda eredità tattile. Resta una maturità salina e appena decadente.
Tenero ed equilibrato, il Vigo è prodotto solo in annate ritenute all’altezza, dalle vigne più vecchie situate in contrada Allegracore e, in parte, scampate alla colata lavica del 1981.

‘Nzemmula (nerello mascalese) 2015 Bruno Ferrara Sardo (Contrada Allegracore – Randazzo)
Granato netto e vivo.
Inizialmente è il vino più elusivo della serie con il suo spettro caleidoscopico e quasi disorganico: tra la concentrazione del frutto nero e la terrosità, i riferimenti marini e le erbe aromatiche, emerge un flusso consistente di odori, avvincente anche se, a tratti, indistinto. La stessa forza dinamica si ritrova in bocca, dove il volume è imponente ma non pesa troppo, anzi si spende in modo “studiato” e rende il corpo scattante. I ritorni di olive nere e pomodoro secco amplificano l’evocazione mediterranea.
Giovanile, avvolgente, si rileva – a bottiglia aperta – come la bella carnalità dell’impatto si trasformi nella poco fine buccia di salame, lieve ma nitida. I due ettari dai quali nasce ‘Nzemmula si trovano in contrada Allegracore, a poche centinaia di metri dalla città di Randazzo e dal fiume Alcantara.

Nerello Mascalese “Vigne Vecchie” 2007 Calabretta (Randazzo) 
Granato serio.
L’impronta “vissuta” richiama le erbe macerate e il distillato di prugne, l’insieme che ne scaturisce delinea una pienezza amplificata nel bicchiere con lentezza e parsimonia. In bocca è appuntito, concreto, la tensione tannica è appena scalfita dal legno e da un calore dilagante che, ad ogni modo, non ne compromette serietà ed eleganza. 
Seducente senza esprimere particolare varietà, è testimone del torrido andamento climatico di quella stagione. Il vino è uscito dalla cantina di Randazzo dopo circa dieci anni. I ceppi centenari da cui nasce questo vino si trovano prevalentemente in contrada Calderara, tra Montelaguardia e Passopisciaro.

SRC Alberello (nerello mascalese, nerello cappuccio e altri) 2015 Crasà (Solicchiata)
Granato vitale.
Accanto ad aspetti pungenti e vegetali, si coglie una profondità sanguigna, terrosa e movimentata. L’energia promessa si esibisce in un respiro imperioso che evoca calore, radici e frutti neri. I tannini decisi si distendono attraverso una dinamica essenziale mentre il suo articolato slancio odoroso riecheggia in bocca. 
Un Etna nuovo e antico, unito, “liquido” e inafferrabile, senza la minima pecca, tecnica ed emotiva. L’etichetta “Alberello” rappresenta la selezione delle piante più vecchie di contrada Crasà, sotto il paese di Solicchiata, a circa 700 metri s.l.m.

Vinupetra (nerello mascalese, nerello cappuccio, alicante e francisi) 2017 I Vigneri di Salvo Foti (Milo)
Rubino viola, denso.
Inizio serrato, alcolico, la compattezza crea una coltre. Dopo qualche minuto si fa avanti un sentore di succo d’arancia, poi note di carne fresca e alghe. In bocca c’è un disordine brulicante, un fuoco vorticoso, imprevedibile: da un lato un assetto ordinato, dall’altro la coinvolgente tensione del sapore che scava a fondo, al di là della percezione fisica; forse, in questa fase è tale l’ansia di mostrarsi da risultare “ingenuo”, ma questo spendersi senza calcoli è anche la promessa di un futuro luminoso.
Concreto, crudo, dilaga in un finale materico e corroborante. Il celebre Vinupetra nasce da una vigna centenaria di un ettaro e mezzo a Feudo di Mezzo, a circa 600 metri su terreno cineritico-sabbioso.

Quota 1000 Barbabecchi (nerello mascalese) 2014 Graci (Passopisciaro) 
Granato mattone, chiaro e uniforme.
Sontuoso e ricercato sin dalla prima olfazione. Ricco di riferimenti che testimoniano la sintesi compiuta tra luogo e vitigno, la pulizia del tratto minerale. La grazia e la lunghezza sono il contraltare a una struttura solida, articolata, trascinante fatta di tannini intarsiati e acidità dinamica. I ritorni odorosi sono così liberi e aerei da rendere le sensazioni finali un riflesso che fa ritornare alla mente il profilo dell’Etna, suggestiva unicità impressa dentro. È il sunto di persone, usi e passaggi.
Può apparire sin troppo discreto ma è uno dei vini più ricchi, coraggiosi e trascinanti. Il vigneto si trova in contrada Barbabecchi, a 1000 metri, sopra il paese di Solicchiata, su terreni ricchi di scheletro, sabbiosi e privi di calcare.

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18 febbraio

Rosso Relativo (nerello mascalese) 2018 Valcerasa Bonaccorsi (Randazzo)
Rosa ciliegia.
Desta simpatia, è disponibile, aereo, non molto vario tra il ricordo della rosa canina e del fico d’India. Asciutto, vivo, il finale amarognolo è legato alla semplicità e alla leggerezza dello sviluppo.
In altre annate lo abbiamo sentito più partecipe e verace. La macerazione delle bucce del Nerello Mascalese dura circa 36 ore; l’azienda condotta da Alice Bonaccorsi e suo marito Rosario Pappalardo, si trova tra Passopisciaro e Montelaguardia, a oltre 700 metri.

Nerello Mascalese 2018 Camarda (Passopisciaro)
Rubino chiaro.
Naso intimo e confortevole, lo spettro è fine e ordinato, sa di ciliegia nera candita, alloro, agrumi.
In bocca riesce a incidere, il calore tiene insieme le componenti estrattive, i tannini sono ben disposti. Nella corrispondenza tra gusto e olfatto emerge chiara l’evocazione mediterranea.
È solido più che un campione di scatto, ha dalla sua concretezza e linearità. Le vigne, a piede franco, si trovano in contrada Feudo di Mezzo e Porcaria, sono allevate in parte ad alberello e in parte a spalliera.

Kaos (nerello mascalese, nerello cappuccio) 2014 Etnella (Passopisciaro)
Rubino con una vena granata e luminosa.
Spigoloso, terragno, vitale, comincia contratto e oscuro, progredisce verso pelle, pomodoro e una componente caramellosa. L’ingresso in bocca vede come protagoniste l’acidità e la tensione tannica; nello svolgimento il sapore ribadisce la sua essenzialità, chiude un po’ contratto e non lascia nulla alla morbidezza. I ritorni non sono finissimi, pure in un’uscita dallo slancio encomiabile; sorprende la tattilità graffiante.
Il vino di Davide Bentivegna nasce da alberelli che raggiungono il secolo allevati a 750 metri di altitudine in contrada Marchesa, poco sopra l’abitato di Passopisciaro.

Etna Rosso (nerello mascalese e nerello cappuccio) 2015 Valcerasa Bonaccorsi (Randazzo)
Granato intenso e omogeneo.
Fitto, materiale, alcolico, rallentato dalla concentrazione. Dopo qualche minuto si solleva e si amplia in una nota di confetto di liquirizia, senza perdere un accenno terragno. In bocca è quasi bruciante eppure, grazie alla sua gagliardia, riesce ad arrivare in fondo. L’ingresso voluminoso è condotto verso la seconda parte della lingua dai tannini e dal corpo sinuoso. La maturità ossidativa e la possanza lo espongono a critiche, ma sono indiscutibili stoffa e vigore.
Uno dei rari vini “denominati” nasce in contrada Valcerasa nel comune di Piedimonte Etneo, a nord ovest del vulcano, a circa 800 metri.

Qvevri “Don Alfio” (nerello mascalese, nerello cappuccio, alicante) 2016 Vino di Anna (Solicchiata)
Granato vivo chiaro ed evocativo.
La componente più immediata dell’effluvio conta sentori di erbe officinali e di frutta rossa, china, anguria e visciole, un bouquet dal fascino leggiadro. Il trascorrere del tempo nel calice lo arricchisce di richiami più profondi, di radici, aspetti marini, fogliame e cacao, bergamotto; tale fusione tra fittezza e ariosità restituisce un calore dilatato. Il sapore ha la trazione integrale dell’acidità e del tannino, è plastico, privo di cali di tensione. Il variopinto quadro odoroso qualifica le sensazioni finali.
Può apparire impudico, sin troppo intrigante eppure coltiva una tensione acutissima. Lo splendido vigneto “don Alfio” si trova a 900 metri sopra Rovittello. Alberelli di un secolo, le uve, una volta diraspate, fermentano e macerano in qvevri per circa quattro mesi.

A’ Culonna (nerello mascalese, nerello cappuccio) 2011 Scirto (Passopisciaro)
Granato vivo.
Lo spettro olfattivo esprime una decisa volontà di riserbo; si percepisce la matrice calda dell’annata, una sorta di maturità consapevole, allo stesso tempo il liquido mantiene la sua compattezza senza una sbavatura. Ci sono volume e consistenza, il tessuto è di grande, antico vigore in virtù di tannini severi e di un corpo che si fa largo con coesione; l’acidità e il suo corrispettivo odoroso di erbe infuse hanno il compito di moderazione. L’annata ha conferito una spontanea tangibilità fisica, la stagionatura ha affinato il tratto senza frenare la varietà.
Il vigneto di Giuseppe Scirto e Valeria Franco, piante centenarie condotte ad alberello, si trova in contrada Feudo di Mezzo, la cantina a Passopisciaro.

Magma (nerello mascalese) 2017 Frank Cornelissen (Passopisciaro) 
Granato non troppo denso, quando viene versato nel calice emette un suono pieno.
Il naso è cupo e omogeneo, irrequieto, spesso di frutti scuri, olive nere, carrube, carne ovina, genziana e chiodi di garofano. Il quadro è ampio e magnetico grazie alla stratificazione e al movimento degli odori. In bocca è imponente, una motrice con un afflato ritmato. Il tannino pacifico lascia spazio a una linea piccante, focosa che si placa nella pluralità dei ritorni retro-olfattivi.
Il Magma colpisce a fondo, sempre. L’annata calda lo ha trasformato in un drago sputafuoco. Proviene dalla parte più alta di una vigna del 1910 in contrada Barbabecchi a 900 metri ed è prodotto solo nelle annate che Cornelissen ritiene migliori.

Vinujancu (riesling, gewürztraminer, chenin, grecanico, minnella) 2015 I Custodi delle Vigne dell’Etna (Solicchiata)
Paglierino vivo, pieno di luce.
Incredibili ricercatezza e rarefazione, l’impronta marina alimentata dall’ossidazione concede un’espressività continua e variegata. È la prova a bicchiere vuoto a evidenziare la complessità dei tratti e una peculiare, incantevole solarità. Avvolge con delicatezza, emoziona per la sua tattilità ricca e gentile, così che l’unità così pura diventa la sua dote più importante: l’armonia.
Alto profilo, profondità, conquista, emotività, da solo giustifica la nostra esplorazione etnea. Contrada Bronte, 1200 metri, Etna nord ovest. La vigna, piantata da I Vigneri quindici anni fa, è stata condotta fino al 2015 da I Custodi. Da allora è proprietà di Anna Martens.

Etna bianco superiore Vigna di Milo (carricante) 2015 in magnum I Vigneri di Salvo Foti (Milo)
Giallo intenso dal riflesso topazio.
Il suo meraviglioso temperamento trapela già al naso, l’ideale associazione tra ciò che è stato, una sorta di vissuto ossidativo che ha svolto un compito di preparazione, e ciò che sarà. In un primo tempo il calice rilascia sentori di gelso bianco e di onde infrante sugli scogli; dopo qualche minuto sale una vena radicale, punto d’incontro fra il sulfureo, il vegetale e un delicatissimo miele, elemento quest’ultimo che riporta al calore dell’annata. In bocca incide con un’acidità furente ma non accentratrice e lascia spazio al corpo essenziale, scolpito, didascalico della sua origine, intesa come varietà applicata a un luogo ben preciso.
Meno emotivo del Vinujancu, il Carricante di Foti è un vino che continua a vivere nel ricordo, per giorni, con la sua capacità di unire il caldo e il freddo. I giovani alberelli nel vigneto terrazzato di Caselle godono dell’esposizione a sud est e di un microclima tutto particolare, a 850 metri e il mare a due passi…

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