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Nero d'Avola e frappato nel cuore dell'oriente siculo

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Storiæ

Ciuri, ciuri i gramigna
la tirannia ‘ncarca li carcagna
meli di ficu sicca
l’abusu e lu putiri strica e curca
sucu, sucu d’agresta
ogni guvernu ca sta terra ‘mpista
cocciu, cocciu di rina
ni scurcia l’arma e simina ruina 2
da Cesare Basile, Ciuri, Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più, 2015

 

Fondata da coloni greci nel 734 a.C., Siracusa era nell’VIII secolo a.C. una delle città più importanti dell’intera area mediterranea, solo qualche anno dopo sorsero Roma e Napoli, mentre in Grecia si istituivano le polis. Si tratta di uno dei momenti più alti della nostra civiltà.
Alla città sicula si è sempre accostata la presenza del mitico Biblino, un vino dolce che, fino a qualche anno fa, si pensava fosse l’antenato dell’odierno Moscato di Siracusa, mentre recenti ricerche lo mettono in relazione con Gaglioppo e Frappato.
In effetti si tratta presumibilmente di un vino dolce rosso originario del Libano, prodotto anche in Grecia e poi, appunto, nel siracusano. Dunque, la Sicilia sud orientale già allora aveva assunto una certa rilevanza nel panorama vitivinicolo.
Sulle coste dell’area iblea i coloni siracusani fondarono, nel 598 a.C., Camarina, oggi sito archeologico alla foce del fiume Ippari.
La complessa disputa siciliana tra Fenici e Greci è annoverata nelle guerre greco-puniche tra il 600 e il 265 a.C., anno dell’arrivo dei Romani sull’Isola.
Secondo Michajl Rostovcev, storico russo tra i massimi esperti di storia greca, romana e persiana, l’interesse dal punto di vista agricolo era distribuito in base alla differente vocazione dei popoli: i cartaginesi puntavano alla coltivazione del grano, i siracusani e i camarinesi continuavano un’intensa attività vitivinicola e olivicola.
A Roma, intorno al 500 a.C., agli albori dell’età Repubblicana, i vini greci provenienti da Lesbo, dalla Grecia orientale e dalle coste turche erano considerati il meglio dell’enologia dell’epoca, allo stesso modo non tardarono a farsi conoscere quelli della Magna Grecia e, in particolare, della Sicilia sud orientale.
I reperti archeologici di epoche successive documentano la grande attività di produzione del vino nelle aree aretusa e iblea, proprio in quelle zone furono ritrovate delle monete sulle quali erano impresse immagini di anfore per il trasporto del vino. A largo di Camarina e di Scoglitti (lo scalo marittimo di Vittoria), furono ritrovate delle anfore vinarie che testimoniano la produzione e il commercio del liquido verso Roma, la Gallia e la Spagna. A Pompei, sono stati reperiti alcuni contenitori di terracotta risalenti al II secolo a.C., sui quali era impressa la scritta Mesopotanium, “la terra compresa tra i due fiumi”, l’Ippari e il Dirillo che segnano i confini dell’odierna zona del Cerasuolo di Vittoria.

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Non solo il vino ibleo, ma anche quello proveniente da tutta la provincia orientale, da Messina a Catania fino al Val di Noto (è maschile perché “Vallo”), era menzionato dai grandi storiografi e letterati dell’epoca, da Catone a Plinio, a Strabone, di quest’ultimo le entusiastiche testimonianze sul Mamertino e le motivazioni della bontà di tutti i vini della zona orientale: «Il fatto che tale regione è ricca di viti si potrebbe congetturare che dipenda dall’agro di Catania che, ricoperto di ceneri (vulcaniche), produce buon vino in abbondanza».
Verso la fine dell’Impero Romano, in uno dei periodi più turbolenti della sua storia, durante il dominio vandalo, ostrogoto e bizantino, l’agricoltura subì un decadimento sostanziale, in particolare la viticoltura non vide progressi a differenza di quel che si verificava nel resto d’Europa, dove il vino costituiva una delle migliori merci di scambio.
Intorno all’800 d.C. arrivarono le conquiste arabe, uno dei momenti più importanti per la storia dell’Isola. Le innovazioni nel settore agricolo, in primis l’uso dell’acqua, sono ampiamente conosciute anche se la viticoltura non fu l’ambito favorito. Michele Amari, storico palermitano e Ministro della pubblica istruzione del Regno dal 1862 al 1864, studioso della Sicilia musulmana, scrisse: «I vigneti scemarono sotto la dominazione musulmana; e sì lentamente si rifornirono in due secoli, che la Sicilia faceva venir vini da Napoli verso la fine del XII».
Nonostante la lungimirante politica agricola di Federico II (basti pensare alla distribuzione di terre incolte ai contadini per la coltivazione del grano), la situazione non migliorò, complicata dalla centralità del suo potere.  Dal 1200 la viticoltura siciliana rimane in una posizione subalterna per almeno tre secoli, in particolare nella parte sud orientale, a causa della sua funzione di fornitrice di grano, la cui redditività era piuttosto bassa. La dominazione spagnola, col suo rapace fiscalismo, fu incapace di risolvere il problema delle finanze pubbliche e di far avanzare l’Isola da uno stato di forte arretratezza. Mentre in Europa si gettavano le basi delle grandi industrie vinicole francesi e spagnole, la Sicilia restava in una posizione di svantaggio. Le testimonianze del tempo sui vini siciliani sono scarse, ma se ne sancisce la bontà. Ne scrive Andrea Bacci nel suo De naturali vinorum historia (1596) riferendosi alla qualità dei vini dell’Etna, del siracusano e di Noto.

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