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Approfondimenti

Nero d'Avola e frappato nel cuore dell'oriente siculo


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Leggi il racconto della degustazione

foto di matteo gallello
a cura di sandro sangiorgi

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da Cesare Basile, Cincu pammi, U fujutu su nesci chi fa?, 2017 

 

18 Gennaio 2018, di ritorno da Senigallia, dopo una breve sosta a Roma, “mollo” Sandro e mi metto alla guida della sua Megane nera familiare, destinazione casa e azienda Occhipinti.
Mi piace guidare con la musica giusta, si susseguono Lanegan, Bowie, i Black Sabbath. Poi m’immergo nel “clima” siciliano con Cesare Basile, Franco Battiato, Carmen Consoli e, dopo circa sette ore, mi ritrovo a prendere il traghetto da Villa San Giovanni.

Inizio


È il momento di cenare, realizzo un sogno che rincorrevo sin da bambino: mangiare un arancino a bordo, durante la traversata dello Stretto. A quel punto inizia la parte ardua del viaggio (ne ho mangiati due di arancini), tra il sonno incombente e una strada complicata. Dopo aver tagliato un pezzo di Sicilia, sfiorando la città di Catania, attraverso la provincia di Siracusa e raggiungo il ragusano; poco dopo compare finalmente la celebre SP68, ne percorro un pezzo e arrivo davanti al cancello posto tra due muretti a secco di calcare, è appena passata la mezzanotte. Arianna apre e mi viene incontro, la sua casa è un luogo straordinario per struttura e rievocazione storica. Con una tisana davanti parliamo per almeno un’ora, come se nulla fosse. Dalle chiacchiere rilassate emergono cose interessanti, un buon presagio per i giorni seguenti. Vado a letto con un pensiero divenuto ormai ricorrente: sento di voler ribadire la mia appartenenza al Meridione vitivinicolo. È un’attrazione inevitabile che supera il vino e comprende i luoghi e le persone che vi abitano. Mi proietto a visitare i territori e a prendermi del tempo, a spendere ore a vagare apparentemente a vuoto, ad aguzzare la vista e a tendere le orecchie, ad ascoltare i suoni, i dialoghi e a osservare i gesti. C’è un programma da seguire ma non voglio precipitarmi in cantina o nelle vigne. Potrei fare anche a meno del vino… potrei non assaggiarlo… mi ripeto che c’è tanto altro da assimilare; poi il liquido diventa sintesi, compimento gratificante di un percorso, alimenta, eleva i gesti e le espressioni.
Pochi giorni prima del viaggio parlavo con un amico, gli dicevo che, in questo momento, non potrei occuparmi di zone delle quali non riconosco aria e accento. Poi c’è un senso di rivalsa, la voglia di sfatare luoghi comuni.
Al progetto divulgativo di Porthos racconta mancava la Sicilia sud orientale, mancava all’appello il grande Nero d’Avola nell’area in cui si congiunge con il Frappato e insieme sanno interpretare meglio di altri i territori di Ragusa e Siracusa. Gli assaggi degli ultimi due anni ci hanno convinto che “c’è qualcosa da raccontare”, c’è una volontà di testimoniare una storia antica e una viticoltura contemporanea, responsabile e coscienziosa.
La presenza di Arianna Occhipinti ha permesso di consolidare una scelta. La ragione stessa del viaggio è strettamente legata a lei, non solo come produttrice di vino ma come cittadina cosciente, anzi capace di portare vitalità, impulso a quei luoghi. Senza mai il bisogno di porre l’accento sulla questione, mi ha fatto capire che essere agricoltore e donna non è affatto scontato.
Poi, era necessario volgere lo sguardo oltre i Monti Iblei e dunque dirigermi verso gli Erei, inoltrarmi a nord, nel calatino, a Caltagirone e oltre, a San Michele di Ganzaria, verso i confini estremi del Frappato, qui Nerocapitano, dove s’incrociano le province di Catania, Enna e Caltanissetta.
E, infine, anche a meridione, tra il candore di Noto e delle sue contrade, Pachino e la Riserva di Vendicari, verso le terre di confine del Nero d’Avola.
Ricordo chiaramente su Porthos 5 il reportage sulla Sicilia Orientale che, al tempo e inevitabilmente, comprendeva anche l’Etna. Oggi sarebbe impensabile unire i luoghi, c’è troppa sostanza per affrontare in modo adeguato quegli spazi, nonostante le distanze siano così ridotte. Eppure quante differenze! 
Il numero 5 è uscito nel marzo del 2001, diciassette anni fa. Si rilevava la rincorsa ai vitigni internazionali, il tentativo di emulare il Cabernet e lo Chardonnay Regaleali. Il tempo è stato rivelatore: si partiva dall’esperienza di Benanti e Foti con la vinificazione dei Monovitigni etnei. Era palese, i migliori vini nascevano dagli autoctoni e il Nero d’Avola, a Pachino, dava la sensazione di stare a proprio agio. Lo si potrà dedurre negli anni a seguire anche nel vittoriese, con un profilo diverso, attraverso le esperienze, iniziate nei primi anni ottanta, di Giambattista Cilia, Giusto Occhipinti e Cirino Strano (COS). Infine si delineava anche la grande diversità di tradizione vitivinicola tra Oriente e Occidente. Se quest’ultima area aveva subito le scelte di meccanizzazione dei vigneti, l’est accoglieva ancora ampie aree di viti allevate ad alberello. 
Questa zona della Sicilia vale ancora oggi come esempio virtuoso attraverso la conservazione e il rinnovamento delle vigne e delle pratiche agronomiche. C’è da aggiungere che, di recente, il Cerasuolo di Vittoria e i vini iblei hanno suscitato forte attenzione anche grazie al chiaro segnale dell’esigenza, e della successiva riscoperta di prodotti meno alcolici.
«Qui la terra cambia di palmo in palmo» mi ripete Arianna con malcelato orgoglio. Forse, nel pronunciare queste parole, pensa al suo progetto di vinificazione e imbottigliamento del Frappato separando le vigne. «Tre vini distinti e tre modi di concepire Vittoria per la sua purezza, per quello che è stato il mio percorso di consapevolezza e osservazione di queste terre a sud della Sicilia: Pettineo vigna di cinquantadue anni su sabbia di mare rossa, molto leggera e più profonda; Fossa di Lupo vigna di quindici anni su sabbia bruna/rossastra con sassi di calcare in superficie e dopo 30/40 cm calcare roccioso tufaceo e duro; Bombolieri vigna di venticinque anni su terreno argilloso calcareo bianco/grigio». 
Il percorso di consapevolezza e osservazione dei produttori più attenti confluisce nella geosensorialità, inevitabile traduttrice delle caratteristiche vitali di “quel” luogo.


Pino bn

 

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