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L'Invenzione della gioia, le lezioni di Sandro a Malborghetto

Indice articoli

a cura di alice colantonio

Le degustazioni guidate da Sandro per la tredicesima edizione di Ein Prosit.

 

 

Levità e purezza

Parliamo di due aspetti non necessariamente collegati tra loro, poiché non sempre c’è una sintesi.

 

Levità

Sono affezionato al concetto di levità, strettamente connesso a quelli di leggerezza, la constatazione oggettiva del peso, e leggiadria, contenente l’idea di grazia. La levità connota qualitativamente la leggerezza, è la percezione del peso. Fino a qualche tempo fa un vino leggero implicava inconsistenza, magrezza, etereità: era diafano e inesistente. Pensiamo al Prosecco di Valdobbiadene, esempio per antonomasia di questa concezione che però ha cominciato ad assumere grazia e presenza. Analogamente, i vini del Sud, concepiti ricchi di alcolicità e concentrazione, nelle mani di persone responsabili hanno espresso la loro natura, che talvolta può rivelarsi lieve. Questo avviene grazie a produttori che riescono a carpire l’anima, la vocazione di ogni luogo e di ogni vitigno. In provincia di Verona possiamo distinguere due territori attigui: uno nella parte nord-occidentale, la Valpolicella; l’altro, ancora più a Occidente, è la zona del Bardolino. Le uve che vi si coltivano, anche se con qualche contaminazione, sono quasi le stesse: corvina, rondinella, corvinone, molinara, ecc.; ciononostante c’è una base territoriale che cambia considerevolmente: al primo viene trasmessa una struttura ricca, la longevità, la fibra; nel Bardolino, invece, una terra e un clima diversi portano in dote una leggerezza che diviene a volte leggiadria.

1. Prosecco di Valdobbiadene 2010, Casa Coste Piane – Al pubblico ricorda un dolce a base di meringa, zucchero lavorato, confetto. Frutta. «Ti lascia subito», dice qualcuno, ma in un modo che risulta positivo. Considerando la tipologia, questo vino resta in bocca grazie al rapporto tra un’importante sapidità e un amaro lungo. Si avverte solo una briciola di residuo zuccherino. Tocca tutta la lingua senza esagerare, premendo lievemente ma in maniera diffusa. Viene fatto a Santo Stefano di Valdobbiadene, zona magnifica per i vigneti e per la terra. Siamo di fronte a un caso in cui il produttore ha deciso di non fare un uso strumentale dell’anidride carbonica. Senza dubbio un Prosecco diverso.

2. SP 68 Rosso 2009, Arianna Occhipinti – Frutti rossi crudi, freschi. Poi vena organica, di pelle, sangue, ferro, note speziate, noce, di una lieve aromaticità. Fa pensare al freddo, ma in bocca riempie di calore e risulta incisivo. Sempre in levare, si ritrova la caratteristica impronta meridionale di iodio. La presenza del tannino e dell’acidità ne fanno un vino coinvolto. Composto da un blend di Nero d’Avola e Frappato: al primo si deve la parte sanguigna, del secondo è propria l’anima leggiadra.

3. Pinot Nero 2008, Elisabetta Dalzocchio – L’impronta del Pinot Nero è subito riconoscibile anche dal pubblico, che si concentra sul colore e sulla molteplicità degli odori. More, con fondo acidulo. Avvertiamo la volontà della produttrice di infondere al vino il luogo dal quale ha origine. Ha un respiro progressivo tanto da lasciare intuire una nobiltà superiore, propria del vitigno che sentiamo l’esigenza di tenere sempre presente. Annata particolarmente delicata, di tocco lieve, dalla quale risulta un vino di profonda raffinatezza.

4. Verduzzo 2009, I Clivi – È un soffio diretto, una boccata che arriva insieme, caratteristica che lo fa apparire rustico. Il pubblico ne percepisce la nettezza del finale, di genziana ed erbe amare. Poi pera, albicocca, e un aspetto floreale verde. In bocca si avverte la tannicità. Interpretazione un po’ fredda ma di inappuntabile bellezza, che ispira l’abbinamento con il fritto.

 

Purezza

Per descrivere questo concetto mi piace far ricorso a un paragone cinematografico: in Alien, film del 1979 di Ridley Scott, verso la fine, accade che Ash, personaggio metà uomo e metà robot, rimanga ucciso ma venga “riacceso” affinché possa rivelare la natura del mostro che minaccia la nave spaziale. A quel punto dice: «È un sopravvissuto, unità vivente priva di coscienza, priva di memoria, priva di rimorso, la purezza assoluta».

5. Sassella 1999 Rocce Rosse, Ar.Pe.Pe. – Si avverte immediatamente una potenza dominante, come quella dell’acciaio inossidabile. Questo vino arriva come se comparisse sempre per primo, ma in modo da dover essere anche l’ultimo. Sulla lingua s’impone tagliente e incisivo. È nebbiolo nel suo aspetto più puro e incontaminato, e in questo assolutamente settentrionale: succo di melograno, chiodi di garofano, possiede una veracità tutta animale. È come se la lingua avesse assaggiato una pietra: in un tempo solo è succo di roccia e nebbiolo.

6. Amarone 1986, Bertani – Di una purezza che si affina col tempo. Immaginiamo quell’Amarone che resta in botte per vent’anni: in questo modo riesce a distillare i suoi eccessi. Emerge un elemento ossidativo bellissimo, che richiama la noce e il più fine dei Marsala, dimostrando una fervida dialettica con l’ossigeno che assicura una vita piena di vita. In questo caso potremmo analogamente parlare di levità. Questo vino è maternità che ci salva.

 

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