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15 luglio - Il Tavij, Teresa e Nadia

Il viaggio prosegue in una linea che si spezza nel territorio astigiano. A parlare continuano ad essere voci di donna in una femminea continuità che tiene leggera il corso della mia storia in un mondo dove è solito trovare mani e parole di maschio. Giulia mi accompagna a Scurzolengo, lì mi aspetta Nadia. Da Firano si sale verso nord-est e si oltrepassano le acque del Tanaro. Il paesaggio collinare è interrotto soltanto dalla periferia della città e guadagna colore e silenzi man mano che le strade tornano a salire.     
La presenza dell′uomo si assottiglia, le costruzioni con lui. I cartelli indicano Calliano, San Desiderio, Portocomano e Scurzolengo.

Teresa, Nadia e i tre bicchieri della Cascina Tavijn del Monferrato - Porthos Edizioni

Sulle colline si spiegano strisce e strisce di piante di vite e boschi di nocciole. Arriviamo in località Monterovere. Stampati in un cielo aperto i tre bicchieri della Cascina Tavijn, il Grignolino, il Ruché e la Barbera. 

Ottaviano, Teresa, Nadia e i tre bicchieri della Cascina Tavijn del Monferrato - Porthos Edizioni

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Miniatura di agosto 2015

Il mio primo pensiero va a “Porthos racconta...” il nostro progetto didattico. Alle persone che a Roma e in tutta Italia hanno contribuito a organizzare corsi, seminari e singoli eventi; per non rifilarvi un elenco di nomi – ci sarà tempo anche per quello – ne scelgo due che rappresentano bene il meraviglioso e piccolo gruppo che ha lavorato in quest’ultimo anno, Pino Carone e Giovanna “Jo” Pascoli. La loro principale qualità? Sopportare me...
Avevo promesso che nel 2015 sarei stato più tempo possibile a Roma per dedicarmi a Porthos Trentasette, alla fine non è andata così. In primo luogo perché tenere delle classi sul vino è un pilastro della mia vita emotiva, intellettuale e monetaria, una condizione irrinunciabile.

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8 luglio - Mario e Giulia, la duerta e de duan

Pensate, caro signore, al mondo che portate in voi, e chiamate questo pensare come volete; sia ricordo della propria infanzia o desiderio del proprio futuro, solo ponete attenzione a quello che sorge in voi, e levatelo sopra tutto quello che osservate intorno a voi. Il vostro più intimo accadere è degno di tutto il vostro amore, a esso voi dovete in qualche maniera lavorare e non perdere troppo tempo e animo a chiarire la vostra posizione di fronte agli uomini.
                                                                      R. M. Rilke

Ed è nella città degli uomini che è trascorsa la notte, là dove le strade sono ora vuote di gente e calde e umide di un sole e di un'aria imprigionati tra gli asfalti e le case e le luci dei lampioni ancora accesi. Anche nella città si attende il nuovo giorno. È un'attesa silenziosa, di qualcosa che comunque ha da capitare in ogni caso. Un'abitudine che ci si porta addosso senza quasi sentirla.
È lasciando la città, che a poco a poco il risveglio si stende e partecipa alla vita delle cose che sono attorno. È restando all'aperto e camminando o correndo o pedalando verso una terra ancora campagna che il respiro si apre come natura e può respirare quell'alba che sale dal buio e promette giorno. 

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La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot

La degustazione si è svolta grazie alla partecipazione di diversi soggetti. Innanzitutto il Consorzio ViniVeri, nelle persone di Gianpiero Bea e di Paolo Vodopivec, poi Raffaele Bonivento attraverso Meteri, la sua creatura dedita alla distribuzione di produttori della Loira votati alla naturalità. Determinanti alla riuscita dell'evento sono stati Mercedes Parlascino e Giuseppé, l'amico parigino di Robinot, che hanno fatto da interpreti. E poi Jean-Pierre, produttore dalla sensibilità unica e straordinario intrattenitore.
Alla stesura del pezzo hanno contribuito Erika Rampini e Matteo Gallello.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

Il mio è un rapporto viscerale con lo Chenin della Loira. Non è facile spiegare quanto possa essere emotivamente coinvolgente rispetto agli altri vitigni di talento come il Riesling, il Nebbiolo e il Pinot Noir. Il vitigno del “fiume reale” non ha un profilo odoroso spiccato, non si pone in modo accattivante, il suo essere magnetico arriva nel profondo. Lo Chenin si manifesta in maniera discreta, è uno di quei vini che, nonostante il cambiamento tecnologico e i miracoli dei lieviti, è quasi impossibile da carpire in gioventù, quando è particolarmente introverso. Questa dimensione è la sua unicità.

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