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Roma

Il calendario eventi 2019/2020

Ecco il calendario degli eventi che si svolgeranno presso la sede di Porthos tra ottobre 2019 e aprile 2020

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La strategia del premio

... la gente che passa ci guarda e prosegue veloce,
ci osserva e prosegue veloce.
Magari sorride, ma sempre prosegue veloce.

(Daniele Silvestri, L’autostrada)

 

Ci ripensa. Si rialza. Chiede nuovamente il microfono e con coraggio, vincendo l’ipocrisia e la timidezza della matricola, chiede: “è in programma una versione tradotta della guida? … sa …”.
La risposta interlocutoria non lo avrà certo soddisfatto, ma la contentezza è già tanta per un piccolo produttore toscano come lui. È finalmente su una guida: la sua prospettiva di mercato da oggi cambierà. È fiducioso a riguardo.

Sono al Vinitaly per la prima volta. Qualcosa di segreto mi aveva sempre tenuto lontano da qui. Ora osservo gli stand-vetrine odorando da lontano, timorosamente odorando da lontano. Mi ritraggo. Scelgo di dedicarmi alla comunicazione da fiera: seguirò le premiazioni. Mi procuro una cartella stampa, l’organizzazione del lavoro si prospetta complessa. Qui si premia tutto e per i motivi più disparati. L’agenda è fitta, ma c’è anche un bel po’ di lavoro già svolto, una base sicura da cui poter partire!
Sono, infatti, già stati assegnati Il “Premio Internazionale VINITALY”, il “Communicator of the Year”, il “Premio Casagrande –Benemeriti della Vitinicoltura” (uno per ciascuna regione italiana), l’indispensabile “Premio Speciale Packaging” (6 categorie per un totale di 18 premi). Dal 25 al 29 marzo si è svolto, inoltre, il “12° Concorso Enologico Internazionale”, che in quanto a numeri non è secondo a nessuno: tremilatrecentosettantasei campioni da tutto il mondo, novantacinque medaglie e milleventotto diplomi di “Gran Menzione” assegnati. La fantasia degli organizzatori ha raggiunto apici di paternalismo perverso nei confronti del consumatore e così si sono preoccupati di individuare ben 22 categorie, tutte con un podio a quattro posti (gran medaglia d’oro, medaglia d’oro, medaglia di argento e medaglia di bronzo); chissà su un ipotetico podio, il vincitore dove andrebbe collocato: sulle spalle di chi ha vinto la medaglia d’oro? Io – il consumatore – mi sento già più tranquillo: ora so cosa potrò bere la sera in cui avrò voglia di “un vino bianco tranquillo designato con indicazione geografica elaborato in barrique o comunque affinato in legno” oppure di “un vino tranquillo rosso a denominazione di origine dai 4 ai 6 anni dalla vendemmia” e potrei addirittura vincere la soggezione e decidermi ad aprire la bottiglia che ha vinto non la medaglia d’oro ma la “gran medaglia d’oro”.

È il 2 aprile e alle 10.00 al Palazzo della Gran Giuria si svolge “un referendum che scriverà un’affascinante storia –I migliori Anni dei Nostri Vini ovvero I migliori Vini dei nostri Anni–”. L’evento è stato organizzato da Veronafiere in collaborazione con Civiltà del Bere.
Non so se mi accoglieranno: è solo su invito e nessuno ci ha invitato. Azzardo e mi presento alla loro porta. Sono meno di quanto si aspettassero: mi lasciano entrare. Il posto è incantevole, induce soggezione e predispone alla clemenza, all’appartenenza. Ho la sensazione che sarà facile, quasi necessario essere d’accordo con loro. Prendo posto in fondo alla sala e subito mi colpisce il lusso un po’ pacchiano della tovaglietta sotto bicchieri con foto a colori delle etichette e dei volti dei produttori premiati, farò attenzione a non macchiarla.
C’è una certa trepidazione, gli organizzatori sono ansiosi di iniziare presto. Sono presenti ambasciatori, sottosegretari, per un po’ ci sarà anche il sindaco: bisogna essere puntuali. Gli interventi evidentemente cronometrati e quindi letti, seguo con particolare attenzione quello relativo al criterio di assegnazione dei riconoscimenti. Tutto è spiegato con molta chiarezza, ma ugualmente non capisco.
Provo ad esporre l’impostazione del concorso. Sei lustri fino ad arrivare ai giorni nostri. Vengono premiati due vini per lustro: un classico ed un innovativo. Per i primi due lustri …fino al 1978 e 1979-1983 due innovativi e nessun classico.
Giuria internazionale (688 persone), studio notarile, giuria di “garanzia” che ha avuto anche il compito di elaborare una rosa indicativa – non vincolante – dei vini selezionabili già suddivisi per “quinquennio di appartenenza”casomai la giuria internazionale si fosse smarrita!
Oscuro rimarrà per me il dove, il come, il quando e soprattutto il cosa i giurati abbiano assaggiato. Hanno votato per il Sassicaia – vincitore insieme al Vintage Tunina per il quinquennio fino al 1978 –, assaggiandone bottiglie di quel periodo o le ultime reperibili sul mercato? Meglio: hanno certezza assoluta della coerenza di stile dei produttori? È stato un omaggio alla loro storia? Un grande atto di fede nella propria memoria gusto-olfattiva?
Penso che dovrei chiamare il notaio garante per avere spiegazioni più precise, ma ho il sospetto di voler sapere cose poco importanti –i nezie, quisquiglie – meglio non infastidirlo (anche i notai mi mettono soggezione!).
Mi rilasso, ascolto, degusto, ma la sensazione di estraneità sale ancora. Qui si vogliono tutti un gran bene. Si conoscano tutti da sempre e sembra che la pensino tutti allo stesso modo. Si abbracciano, a volte si baciano. Ma sono anche tutti molto stanchi, si trascinano tra un intervento e l’altro senza emozione. È una recita che ha avuto troppe repliche e che inizia a pesare anche a loro. Un vortice da cui sembra ormai impossibile uscire. La necessità di consolidare i ruoli e lo stato delle cose obbliga i produttori alla presenza e gli organizzatori all’accoglienza, che, oramai, per essere visibile deve essere sempre più sfarzosa: sede lussuosa, ospiti di riguardo, tovagliette pacchiane e, su tutto, vini famosi.
Il consumatore deve sapere chi il produttore riconosce come giudice e chi il giudice premia, deve sapere che sono sempre gli stessi e che può stare tranquillo perché nulla è cambiato. Nulla si doveva muovere e nulla si è mosso. Deve sapere che, come dirà Pinchiorri nel suo illuminante intervento, questi produttori non devono abbassare i prezzi e che varrà sempre la pena spendere cifre elevatissime per i loro vini, perché il lavoro che hanno svolto e che svolgono è impagabile (e giù con gli applausi).
Il primo passaggio è compiuto. A fine evento, nell’anticamera del bagno, i divulgatori invitati mostrano una soddisfazione imbarazzante, si sentono eletti e pisciano oro: sono grati per essere stati accolti al tavolo dei “pupari”.
Autocelebrazione conservativa, solo questo: qui è in ballo il potere sul mercato.
Vado via perplesso.

Nel pomeriggio mi aspetta la presentazione della guida “Vini premiati d’Italia”, curata da Enoteca Italiana in collaborazione con De Agostini e Veronafiere ed il contributo economico del Ministero per le politiche Agricole e Forestali. La presentazione si trascina nel timore che il critico di turno, Carlo Cambi, non arrivi in tempo. Si temporeggia, ma poi si inizia ugualmente.
Dopo l’introduzione dell'on. Flavio Tattarini, presidente di Ente Vini Enoteca Italiana, ed i ringraziamenti d’obbligo, veniamo intrattenuti da Giuseppe Martelli, direttore dell'Associazione Enologi Italiani, al quale è stato affidato l’ingrato compito di spiegarci come si possa raggiungere una valutazione “indiscutibile” di un vino. Si fatica a seguire la sua minuziosa elencazione dei vincoli organizzativi, a cui devono attenersi i concorsi enologici autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, ma è ancora più difficile condividere lo spirito del suo intervento. Il concetto di base è che possa esistere un “giudizio oggettivo ed insindacabile di una giuria di esperti” dotati di “un metro di valutazione sensoriale ufficialmente riconosciuto e valido per tutti i concorsi enologici effettuati in Italia”. Perché “quello a cui si assiste oggi (…) è un condizionamento del consumatore da parte delle “guide”, basate su criteri di valutazione dei vini (…) a carattere soggettivo”. (così si legge nell’introduzione della guida, difficile riassumerlo meglio).
Questa è una guida che darà molto fastidio al mercato editoriale di settore. Ne sono convinti...
Siamo arrivati alla quadratura del cerchio. Quanta inutile fatica e quanti stupidi dibattiti ci saremmo potuti risparmiare. Hanno finalmente trovato il modo di assolutizzare il giudizio, rendendolo “indiscutibile”. Si sono così auto-assolti dal pericolo di poter essere giudicati: il loro lavoro è inattaccabile.
Hanno teorizzato il “giudizio assoluto” come assoluzione dal giudizio.
Il consumatore sa ora di chi deve fidarsi, chi ha la verità.
25 concorsi enologici (3 internazionali, 8 nazionali e 14 locali), dei giudici “preparati”, dei giudizi “insindacabili” ed ecco pronta la Guida con la “G” maiuscola, un prontuario tascabile per il medio consumatore fatto di un elenco di 500 indigeribili pagine di nomi e premi, nomi e premi e nulla di più!
Non c’è una parola, sulla guida, che sia dedicata al vino, non c’è neanche un misero voto!
Ritorna l’imbarazzo, ancora la stessa sensazione di estraneità.
Ma stavolta è altro: qui si chiede una delega in bianco.
Qualcuno è comunque felice. Sente il dovere di intervenire per ringraziare i curatori per l’obiettività del loro lavoro. Si risiede ma non è soddisfatto del tutto.
Ci ripensa. Si rialza. Chiede nuovamente il microfono e con coraggio, vincendo l’ipocrisia e la timidezza della matricola, chiede: “è in programma una versione tradotta della guida? … sa …”.
La risposta interlocutoria non lo avrà certo soddisfatto, ma la contentezza è già tanta per un piccolo produttore toscano come lui. È finalmente su una guida: la sua prospettiva di mercato da oggi cambierà. E’ fiducioso a riguardo.
Vado via perplesso.

Domenica 4, c’è la presentazione del volume L’Arte del Bere Giusto, Bibenda Editore. Potevano mai mancare proprio loro?
Ci vado prevenuto, non lo posso negare.
Siamo veramente pochi, ma i parenti più stretti sembrano esserci tutti.
Si scambiano battute di cortesia e larghi sorrisi di circostanza come l’etichetta vuole che si faccia al battesimo di un nipote lontano per tutti.
In breve una noia contagiosa pervade la piccola sala. Le sedie sono scomodissime e la mia orticaria quasi incontrollabile.
La cerimonia si deve comunque consumare e così Franco Maria Ricci parte. Si fa in fretta per buona pace di tutti. I presenti del resto, sono già tutti ben catechizzati: io ti ho invitato, tu ne parli, tu mi inviterai, io ne parlerò e così avanti nei secoli dei secoli la specie si conserverà intatta. Amen.
Ritiriamo la bomboniera di 400 pagine per circa 2 kg di peso e anche questa è fatta!
Quasi dimenticavo: questo libro è presentato come la soluzione ai problemi di indigestione causati da guide e guidaioli. Sul volantino che pubblicizza l’evento si legge infatti: “L’arte del bere giusto, rappresenta il più efficace mezzo per porre fine a tante leggende, non solo metropolitane, che circolano da tempo immemorabile, per uscire dalla disinformazione e completare la propria conoscenza attraverso la lettura di questo indispensabile vademecum. Ottimo approccio e approfondimento, per i comunicatori del vino che difficilmente se ne separeranno”.

Torno a casa e d’istinto vado a sfogliare la guida dei Vini d’Italia del 1989 (la più vecchia che ho) e la mia perplessità prende forma.
Alt(r)i ideali di divulgazione accompagnarono lo spirito dei pionieri.
Il vino e l’appassionato consumatore avevano bisogno di una mano per incontrarsi e la guida dei Vini d’Italia li ha aiutati a farlo.
Poi il mercato si è affacciato senza discrezione imponendo le sue regole. Il mercato vuole gusti omologati e le guide hanno fatto la loro parte, spingendo all’angolo i produttori, che hanno iniziato ad infiocchettare vini sempre più uguali l’uno all’altro, assecondando una gestione più semplice del consumo: prima il frutto, poi il legno ora gli autoctoni. La solitudine di chi produce un vino non allineato si è così fatta enorme.
Ben presto è scomparso l’entusiasmo di raccontare gli uomini e i territori. Si è fatto sempre più difficile trovare lo spazio per la lentezza di un ritratto, la condivisione di un’emozione che mai potrà essere comunicata da un voto, anche se scritto con corpo 60. Ben presto, si è perso lo stimolo e l’energia per premiare le differenze.

La sensazione forte è che ora si è in troppi: si sta così consumando una guerra non dichiarata per imporre uno standard comunicativo che possa garantire ai vincitori la sopravvivenza. C’è una scomposta ricerca del punto di vista comodo, inattaccabile, che renda il proprio sistema adatto ad ogni stagione. Sembra di osservare da un'altra prospettiva quanto si nasconde nel delirio classificatore di Chris Somers descritto da Luca Mazzoleni sui numeri 13 e 14 di Porthos: un disperato tentativo di negare la componente emotiva e individuale del bere e quindi del fare il vino.

Tra qualche anno gli addetti ai lavori potrebbero trovare un accordo, un patto, come è già stato fatto per “Gusto” del TG5. Le guerre di potere, quando terminano, impongono spesso una quiete irreale a cui si finisce per adattarsi con inconsapevole disciplina.
Provo ad andare oltre con la fantasia: potrebbero decidere, ad esempio, di trasporre al mondo del vino i criteri di assegnazione di merito usati per il tennis. Ogni concorso, con relativa guida, potrebbe così avere un suo coefficiente di incidenza più o meno alto con il quale andrebbe a condizionare la classifica generale, unica ed indiscutibile, dei “migliori vini del mondo”. I produttori potrebbero così decidere di iscrivere i propri vini ad alcuni concorsi piuttosto che ad altri ed il Gambero Rosso Channel potrebbe aggiudicarsi in esclusiva i diritti per trasmettere le fasi finali dei vari tornei. Il consumatore potrebbe imparare a degustare mediaticamente fidandosi degli “indiscutibili assaggiatori elettronici ” messi a punto da famosi e disinteressati centri di ricerca… chissà!
Il consumatore dovrebbe approfittare dell'attuale confusione per capire dove e come è meglio guardare. È vero, l’armonica equidistanza tra i vertici del triangolo produttore, critico-divulgatore e consumatore si è irrimediabilmente persa, ma l’appassionato non deve delegare incautamente l’esperienza, il pensiero e la partecipazione al suo piacere.

 

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