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L'implosione dell'avanguardia naturale PDF Stampa E-mail
Scritto da onepablo dal fronte   
Monday 23 November 2009

Se pensi che la vita sia un distributore automatico in cui inserisci la virtù e viene fuori la felicità, probabilmente resterai molto deluso.
Maggie Sibley (played by Tina Holmes) in SIX FEET UNDER (serie 5 puntata 4)


In realtà non si sta facendo nulla di particolarmente eccezionale, al massimo si potrebbe parlare di un’elementare azione di difesa. Eppure, come succede ogni qualvolta che si esagera, c’è sempre qualcuno che si ritrova a fare l’eroe semplicemente stando fermo o, al massimo, muovendo un passo indietro. Poi travolto da una responsabilità di rappresentanza che non avrebbe mai voluto avere, accade anche però che inizi a rimirare il proprio mito e rinunci di slancio all’idea. Comincia così una coltivazione diretta del proprio nuovo splendore finalizzata all’autoconservazione, che spesso è sostenuta da un’estenuante recitazione a braccio sul tema, per sempre...
L’idea soccombe sotto l’effimera luce del singolo.

Pensateci: non si sa ancora bene come definire il “vino naturale”, ma possiamo già contare un’infinità di piccoli nuovi miti. Tutti impegnati a sottrarre, tutti più importanti dell’idea. C’è il biologico generico, l’autoeletto naturale, il biodiverso, il biodinamico puro e quello di rimessa, quello vero, quello residuale, l’anfora solista o con orchestra, l’uomo semplice e il devoto, il primo e l’ultimo…

In molti, tra i produttori, hanno imparato a difendere il loro territorio, rivendicando, una parola sì e l’altra pure, l’individualismo come unico valore del loro essere alternativi, alternativi al sistema. Che si parli di produzione, di politica, di scienza o mercato non fa differenza: loro sono alternativi, sempre. L’autocompiacimento è mezzo e fine e l’idea, se vorrà, dovrà attecchire su questo terreno. E’ così che i loro confronti hanno iniziato a somigliare alle assemblee dei collettivi politici di fine anni settanta dove la paura dell'azione e/o del cambiamento riusciva a confezionare, con arte bisogna riconoscerlo, delle estenuanti flagellazioni verbali di massa e poco altro.
Il pubblico nostalgico di sinistra che, oramai per sopravvivere si attacca a tutto, con queste cose ci va a nozze. I “compagni” adorano i falsi movimenti: tutti barlumi di ipotetiche rivoluzioni, che portano con loro la rassicurante garanzia di non esplodere mai… una perfetta occasione per fare un po’ di sano esercizio di presenzialismo senza doversi scomodare a muovere nulla.
Una combinazione letale, il senso del dissenso smarrito, un circuito chiuso autoalimentato dove l’unione smette di fare la forza per limitarsi a svolgere un’azione di vicendevole consolazione: “Un altro mondo è possibile, basta che sia piccolo come me!”.

Scenario troppo criptico e apocalittico, pessimismo porthosiano o lucida incazzatura?

Porthos sulla questione ci sta lavorando da anni: da sempre all’idea, mai ai miti. Vogliamo rappresentare esigenze diverse e guardiamo con preoccupazione al sacrificio che si sta facendo dell’alternativa possibile.
La scelta è ora obbligata: o si gode di questa gloria momentanea o si fa sistema, gruppo, per provare a sostenere l’idea che unisce e creare le condizioni per godere a lungo della ricchezza della diversità. Perché gli altri non risolveranno il problema per noi, anzi presto potrebbero condannarci a un futuro da vittime o clandestini.
Non passa giorno senza che arrivi un comunicato stampa che pubblicizza un premio per la biodiversità, il naturale, il biologico senza che ancora si sappia bene cosa queste cose significhino e vogliano rappresentare. Le manifestazioni, le assemblee, le tavole rotonde sul tema impazzano e i vignaioli che parlano si fanno raccontare dalla chiunque e alla qualunque: tutto in nome della dea abbondanza e di una visibilità che si sta sempre più svuotando del messaggio. E’ un esercizio che, se si continuerà a praticare senza compiere scelte di qualità, porterà in dote solo confusione e allontanerà sempre più il consumatore, interlocutore principe, dalla materia. Perché, se fare vino vuole essere condivisione, bisogna preoccuparsi anche di non rendere depositari del proprio messaggio chi, fiutato l’affare, strumentalizza e non dà garanzie… è la via più breve da percorrere e per questo, spesso, anche la più pericolosa.
Ha le gambe corte, come le bugie, anche l’illusione che esistere e comunicare, in un sistema socio-economico complesso come quello in cui viviamo, possa prescindere dal sostegno di evidenze scientifiche e da un progetto politico. E ancora, è ingenuo e poco lungimirante rifugiarsi nella comoda illusione che si possa garantire chi produce e chi consuma, senza impegnarsi per una definizione di riferimenti certi.
E’ necessaria una pausa, un momento di riflessione sul perché si è arrivati dove si è. Troppo sforzo? Più semplice creare sempre una nuova alternativa? Un’alternativa a noi stessi, che siamo pronti a disconoscere senza remore ogni qualvolta lo sforzo dell’analisi sarà divenuto nuovamente insostenibile?

Condivido in pieno quello che Maurizio Paolillo ci scrisse dopo aver letto la lettera di Massimiliano Croci. Lui è uomo maturo e sicuramente più pacato di me, approfitto quindi delle sue parole per guardare avanti.
«E’ forte la necessità di una definizione di vino naturale che consenta di uscire dalle ambiguità, ponendo anche un ostacolo alle manovre degli immancabili furbi che, nell’ombra delle aree grigie, proliferano e si ingrassano a spese dei consumatori e dei produttori seri ed onesti. E’ evidente l’equivoco che lega la necessità di chiarezza all’adozione di una norma imposta dall’alto, con implicazioni di costi e di burocrazia di cui, di sicuro, non si sente il bisogno. Ma la burocratizzazione non è un male inevitabile, è solo la conseguenza di un processo che non parte dal basso come un’esigenza degli attori di un settore dell’economia.
Darsi un corpo regole semplice, snello, chiaro e non ambiguo è un primo passo e può risolversi anche semplicemente con l’autocertificazione. Sarebbe già un grosso passo avanti rispetto all’attuale congerie di associazioni, definizioni, medaglie al valore, attestati di verginità.
Poi si può studiare la possibilità di associare la definizione a qualche caratteristica oggettivamente verificabile e misurabile, per la cui determinazione il costo è tutto da verificare. La certificazione è un passo ancora successivo.
Quindi piano. Non precipitiamoci a vedere tutto bianco o nero. Ci sono in mezzo tanti toni di grigio…».

Tanti toni di grigio per iniziare a confrontarsi, crescere e spiegarsi. Un luogo comune dove l’individuo possa trovare una ragione per essere veramente tale. Partiamo da qui?

 
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