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I vini "The Wrestler" PDF Stampa E-mail
Scritto da giulia graglia   
Sunday 22 November 2009

Vibrante, imprevedibile, gagliardo. Colpisce diretto in bocca, con acidità, tannino sferzante, corde tese lungo la lingua e stretta sapida sul fondo. Un finale memorabile con echi che si rincorrono e, quando anche la persistenza si è risolta, è la memoria che persevera e torna senza sosta sulle ultime sensazioni. Quale vino? Pochi magari, ma fortunatamente abbastanza da appartenere a una categoria. I migliori vini naturali, quelli non pilotati, sempre sul filo dello scivolone verso la rovina, ma se reggono, il filo è così in alto..
Sono i vini “The wrestler”: macchina a mano, incollata a Rourke per non perdersi una sua espressione, l’incresparsi di una ruga, i più densi momenti di paura. E poi movimenti bruschi, quasi a imitare i voli sul ring, le pause lente sulla preparazione a un incontro, le soste impietose sul letto d’ospedale in cui il protagonista quasi sconfitto è costretto. Non si sa dove arriverà il regista, come reagirà la macchina da presa alla prossima battuta, ma è tutto tirato, carico di energia e passione pulsante. Finisce la pellicola e non si è riusciti a piangere, perché troppo stretta era la presa allo stomaco.
Quale confronto per i vini industriali? Troppi. Film dalla sceneggiatura di ferro, quella che impone che il primo colpo di scena sia fra pagina 25 e 30 e che il secondo cada fra pagina 85 e 90. E che non venga in mente a nessuno di spostare la risoluzione oltre pagina 120… Qualsiasi pellicola americana studiata per sbancare al botteghino proporrà sempre questo tipo di sequenza, uguale a se stessa, perché lo spettatore ne conosce le tracce, è abituato e null’altro si aspetta.
Aprite un Tignanello: anche lui sarà una garanzia. Il bevitore sa cosa assaggerà, prevederà il colore intenso, il naso complesso e il corpo coccolato nel legno. Non è di questo compratore la volontà di essere stupito: sicurezza, macchina da presa sul cavalletto, campo e controcampo, scena d’amore al minuto stabilito.
E non è una questione di gusti; più che altro di attitudine alla fruizione. Chi ha bisogno di conferme preferisce un adattamento passivo allo schermo o al bicchiere, chi affronta il prodotto con spirito critico, salterà volentieri sul ring e non temerà opacità e ossidazione.

 
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