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A tavola con Tristram

Wilma, oh Wilma

In casa mia riposano parecchi libri di cucina, che ogni tanto mi diverto a sfogliare. L’altra sera è toccato a un vecchio volume, ottimamente conservato, dal titolo “Quando cucina Wilma”. I lettori di una certa età avranno già capito, si tratta di Wilma De Angelis, la cotonata e truccatissima protagonista di centinaia di trasmissioni su Telemontecarlo. Dimenticata dalla canzone, Wilma fu ripescata da Paolo Limiti, che la volle a condurre un programma di cucina in tv. A quei tempi Vissani andava all’alberghiero, i blog di cucina non esistevano e Masterchef non era neppure un’idea, ma nello schermo c’era Wilma, che, pittata e pettinata da un’equipe d’imbalsamatori, tra un sorriso e uno spot insegnava alle casalinghe come preparare piatti moderni, tradizionali o così così.


Il vecchio, il denaro e la bottiglia

Anche i ricchi muoiono, persino quelli che bevono bene. Uno di loro, infatti, è morto qualche giorno addietro e io lo ricordo stasera, a tavola, aprendo una delle bottiglie che mi regalò: Château Clarke del 2005. Il vino, se interessa, è un Listrac Medoc, prodotto dalla Compagnie Vinicole Baron Edmond De Rotschild. Il defunto, invece, titoli nobiliari non ne aveva; era solo un anziano capitalista, con la passione divorante per il denaro e le belle cose della vita: donne, barche, case, macchine. Un meridionale inurbato, di umili origini, che conquistò il successo – nel suo caso, i soldi – restando in penombra, ma che quando voleva vedere il cielo, premeva sul telecomando e spalancava il tetto mobile dell’alloggetto, come diceva lui.

Molto rotondo di Ronald Searl - Porthos.it
Vignetta tratta da "parlardivino - gusti e disgusti degli assaggiatori di vino" illustrato da Ronald Searle, trad. italiana di Giorgio Celli, Edagricole, Bologna 1986

Il vino della domenica


Si accende, risplende, s
’incendia
. E rimane in aria.
Paolo Conte - Sijmadicandhapajie

Il vino della domenica.
È un’espressione d’altri tempi, quei tempi in cui i papà, la domenica, usciti dalla messa, con soprabito, cappello e il giornale sottobraccio, si accodavano in pasticceria e tornavano a casa con un bel vassoio infiocchettato. A pranzo, con l’arrosto e le patate al forno, ci voleva un vino adeguato al giorno di festa, per i liguri un rosso piemontese, magari un Barbaresco. Più sottile e austero del Barolo, ma anche meno costoso, senza per questo far sfigurare il padrone di casa.

Il vino della domenica - Porthos Edizioni

Un pezzo di magro


L’abate, l’arrosto e il menu
È iniziata la Quaresima, un momento dell’anno in cui alla penitenza e alla meditazione dovrebbe accompagnarsi il mangiare “di magro”.
Lo dice il calendario liturgico e lo confermano, ai miei occhi, le vetrine delle pasticcerie. Non suoni blasfemo, ma della Quaresima io sposo soltanto il lato gastronomico, dai dolcetti (i quaresimali) allo stoccafisso, che i saggi prelati del tempo andato sostituivano alle bistecche e agli arrosti, un modo come un altro per coniugare spiritualità e stagionalità.
Ulteriore conferma dell’inizio del periodo quaresimale mi giunge, come ogni anno, dai menu dei ristoranti. I quali, chi per marketing, chi per convinzione, di questi tempi propongono (anche) menu ispirati alla tradizione quaresimale, insomma, menu di magro. Di solito si va dalle rivisitazioni alleggerite alla cucina di consolazione, ma l’altra sera un menu mi ha incuriosito. Un pezzo di magro - Porthos.it

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