logo porthos

Indipendenti da sempre,
ci occupiamo di vino, cibo e cultura

Il tuo carrello è vuoto
Il tuo carrello è vuoto

ico fbico twico isico gplusico ytico yt

20 maggio - Francesca e Stefano, Massa Vecchia, una sinergia

Non capisco dalla luce che arriva dalla finestra come sia fuori il cielo. Sembrerebbe indeciso dagli occhi ancora appoggiati al sonno del letto.
Mi alzo e più mi avvicino ai vetri più sento la presenza delle nuvole che coprono uno spazio e smorzano trattenendo in sé il raggio di un sole.
Ci troviamo davanti alla cantina io, Francesca e Giulia e insieme scendiamo al vigneto per scacchiare gli ultimi filari  di Malvasia Nera e Vermentino. Il fiore dell'aglio tiene compagnia al grappolo di vite che attende la fioritura imminente. A guardarli così, sembrerebbero due anime che si stanno sfiorando in un amore sbocciato troppo presto per l'una e troppo tardi per l'altra; un fatale susseguirsi di aperture e di appassimenti.              

IMG 20150520 092801
Sopra, la torre, il castello, il campanile, le case di Massa Marittima. Massa significa tutto ciò che è costruito sulla roccia. 

Il vino della domenica


Si accende, risplende, s
’incendia
. E rimane in aria.
Paolo Conte - Sijmadicandhapajie

Il vino della domenica.
È un’espressione d’altri tempi, quei tempi in cui i papà, la domenica, usciti dalla messa, con soprabito, cappello e il giornale sottobraccio, si accodavano in pasticceria e tornavano a casa con un bel vassoio infiocchettato. A pranzo, con l’arrosto e le patate al forno, ci voleva un vino adeguato al giorno di festa, per i liguri un rosso piemontese, magari un Barbaresco. Più sottile e austero del Barolo, ma anche meno costoso, senza per questo far sfigurare il padrone di casa.

Il vino della domenica - Porthos Edizioni

19 maggio - verso la Fornace della Maremma, Massa Vecchia

Le mani riprendono a sollevare la materia palpabile di oggetti e sentimenti che significano viaggio e, insieme ai piedi, sopportano per un nuovo e indefinito tratto di vita il necessario peso del viaggiatore. Riprendere la strada che conduce alla stazione, tornare fermo per un breve momento in attesa di un cambio e da lì allungarsi oltre, superare un limite e affidarsi alla direzione e alla durata, al loro improvviso incrociarsi, diventare altro.
Sono la linea ferrata che è stesa per terra tra Bergamo e Pisa, la carrozza trainata da una forza sovrannaturale, la falsa aria che condiziona oltremodo l′ambiente, il naturale e l′innaturale, il sedile di un treno, il sonno che tutto trasfigura. Sono carne macellata, appesa ad un gancio nella cella frigorifera di un carrozzone da circo, sono pasto per denti da fiera. Mi reincarno in me stesso quando torno a temperatura ambiente, sono a Pisa Centrale e cerco il binario dove attendere il treno per Grosseto. Un pezzo di litorale tirrenico, Livorno, Piombino, pini marittimi e l′arrivo a Follonica. Dopo pochi minuti il fuoristrada guidato da Stefano, una spontanea e verace accoglienza, il suo schietto essere Maremma mi tiene già per mano mentre si comincia a parlare. La prima espressione che mi penetra dentro è la guazza, la rugiada che al mattino inumidisce i vestiti e il corpo, uno stato transitorio che si dissolve con l′arrivo del sole. Altra cosa è la molliccicaia che perdura nel terreno, lo tiene bagnato e vanifica e scoraggia il lavoro nella vigna. Da queste espressioni intuisco il momento delicato della stagione e la conseguente pressione che si respira nell′aria e nell′atmosfera al di là della spigliata ed allegra parlata toscana, dei modi gentili e sorridenti di Stefano. L′acqua della pioggia inizia già a bagnare e ancor prima di scendere dal cielo si mescola nel vento che in assenza di sole si fa più freddo e scompiglia e mette in allarme il temperamento dell'uomo e della donna che vegliano la terra. 

9-10 maggio - Fare quadrato

Nessun fantasma, nessun sogno, la notte è trascorsa semplicemente notte, nuda oscurità.
Si può pensare che un luogo accolga con più o meno generosità un sonno?
Che gli intonaci scrostati, le polveri, i volti dei ritratti, le impronte sul legno di un armadio, un crocifisso lasciato a guardare il soffitto, entrino a far parte della nostra coscienza, delle nostre presenze interiori senza generare immagini notturne, evocazioni di onirica celluloide?
Potrebbe essere stato un lungo e sommesso insieme di voci che hanno sussurrato parole e versi e suoni di musiche, un disperato e sovraumano bisogno di comunicare.
Che tutto si sia risolto in un sonno apparente e che il sogno inizi proprio adesso mentre sto scrivendo di quella notte.
C'è una sensazione che arriva rivedendomi uscire sulla terrazza a guardare il cielo che a est si sta facendo più chiaro.
È un senso di protezione. Guardare il cortile in basso e l'edificio che continua a destra e a sinistra e si chiude nel lato opposto a dove sono. Guardare i mattoni messi insieme alle pietre che una mano simile alla mia ha preso da una terra vicina e portato qui, guardare uno spazio che tiene unito uno spazio come a offrire un conforto, una forza solida a chi ci abitasse dentro.

Riviste

Libri