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Ein Prosit 2014 - Damijan Podversic


riprese e montaggio di davide vanni


La storia di Damijan Podversic è tanto recente quanto profonda, per il vissuto e per la ricchezza dei contenuti espressi, sin dall’inizio, nel 1987, quando aveva venti anni. Ha realizzato un sogno sognato da quando aveva dodici anni ma conseguirlo è stato tutt′altro che semplice...



Gravner è il produttore più importante nel percorso di Damijan. Da lui ha imparato a non scendere a compromessi e a vivere per fare un grande vino, bevanda spirituale per antonomasia costituita da tre elementi: croccantezza del frutto, mineralità del territorio, ritmo dell’annata, veri e propri obblighi nei confronti del consumatore.
Per fare un grande vino servono una grande terra, un grande vitigno e un grande seme. Solo a seme maturo l’uva è matura e, in quel momento, per Damijan, il solo dovere è preservare il lavoro svolto durante i 364 giorni che precedono la vendemmia.





Nella sezione Video puoi riguardare tutti i filmati di Ein Prosit 2014

6 luglio - Paolo e Lidia, Rocco di Carpeneto e l'ovadese

I treni iniziano a scottare. L′annata trova un′estate diversa dalla precedente e il ricordo dei giorni di pioggia costante è riscaldato da un sole fermo che poggia le mani sulle città e sulle campagne. Ma stando fuori, all′aria aperta, giorno dopo giorno, il corpo ritrova se stesso e si abitua ai freddi e ai caldi piegandosi laddove volge la natura.
Percorrere la strada da casa fino al lavoro. Farlo in bicicletta attraversando i paesi o a piedi lungo il sentiero tra boschi e vigneti. Farlo da fuori con lentezza. Per cinque anni ho visto trascorrermi accanto i tempi delle stagioni. Se era pioggia la lasciavo cadere addosso sui vestiti, se era vento pedalavo con più fatica controcorrente e il quotidiano mi restituiva un pezzo di anno e un pezzo dopo l′altro faceva il mese e la stagione e chiudeva un cerchio per poi ricominciare da capo sempre diverso. Il treno si ferma vicino a Milano.
È un treno dove scorre impotente l′aria da fuori. Un treno lombardo di luglio.
In una stazione sotterranea salire sulla vettura verso Pavia e da lì ad Alessandria. E un paese che era Liguria e ora Piemonte. Novi Ligure. Le 12 e tre quarti. Paolo mi raccoglie dagli asfalti bollenti dove i taxi aspettano qualche viaggiatore che ha fretta e cerca comodità. Ci allontaniamo dall′anonimo nucleo abitato parlando di fiere. Un basso Piemonte in cui scorgo qualche sprazzo di girasoli parimenti allineati verso una uguale direzione. Il bosco prende spazio quando entriamo nel territorio chiamato ovadese. Dalla parte di Carpeneto, la terra appare più bassa, ma è solo un'impressione, i campi e le vigne vivono a circa 250 metri sopra il livello del mare. In basso, a qualche chilometro, Ovada e il fiume Orba. Più in alto il corso d'acqua del Bormida. Lontano dalle ultime case del paese, l′azienda Rocco di Carpeneto, la cantina e gli spazi dell'agriturismo.
Nel cortile tra case e vigna il sole sembra salire anche dal basso, Lidia e i suoi cani mi vengono incontro, ci salutiamo. 

Lidia dell'azienda vitivinicola Rocco di Carpeneto - Porthos Edizioni

Vino senza solfiti - Lasciamo fare alla natura

Questo è lo slogan del “Progetto, Sviluppo e Trasferimento di Sistemi Innovativi di produzione di Vini senza Allergeni”, tenutosi lo scorso 18 giugno presso Palazzo Antonelli a Roma.
Seguo da tempo i tentativi di proporre sistemi per evitare la solforosa nell’elaborazione e nella confezione del vino. Nel settembre 2012 sono stato al Sana di Bologna. Nel maggio 2013 ho avuto l’opportunità di assistere alla presentazione del Wine Research Team di Riccardo Cotarella all’AIS di Roma. Durante la conferenza stampa, che precedeva l’assaggio dei vini, non sono state elargite spiegazioni sufficienti per capire come funziona il processo che dovrebbe portare ad azzerare l’uso della solforosa.
Più chiara è stata l’esposizione del progetto guidato da Marco Esti, professore associato in Enologia e Tecniche enzimatiche per l’industria alimentare presso l’Università della Tuscia (sempre quella che segue le ricerche di Cotarella).
I comunicati stampa del convegno segnalano che il progetto di sperimentazione è reso possibile da “un finanziamento comunitario (misura 124 PSR Regione Lazio)”. Così è stato presentato l’incontro:

Tre nuovi vini senza solfiti in provincia di Roma, frutto di una sperimentazione che ha coinvolto l’Università della Tuscia attraverso un finanziamento della Regione Lazio. Sono il Macchia Sacra, fiano in purezza della cantina Castello di Torre in Pietra, il 496  Frascati Doc (70% malvasia di Candia e 30% trebbiano toscano) dell’azienda biologica De Sanctis di Frascati e il Don Franco, un rosso montepulciano e sangiovese della cooperativa Capodarco, di Grottaferrata. Il progetto dell’associazione ProBio è cofinanziato con fondi comunitari al 60% dell’investimento con circa 62mila euro.
Le tre cantine, già in possesso da anni della certificazione biologica, si sono impegnate in questa sperimentazione per cercare di avere un profilo organolettico dei loro primi vini senza allergeni, analizzandone la qualità e l’interesse dei consumatori, attraverso un progetto dell’associazione ProBio, che può fare da apripista a tante altre aziende, associate e non. 
Sono già in commercio e con una buona risposta dei consumatori i tre vini delle annate 2014, delle cantine Capodarco e De Sanctis, che ne hanno prodotte 2mila bottiglie, e Castello di Torre in Pietra con 4mila bottiglie.


Il convegno è stato moderato da Fabio Turchetti e introdotto dall’agronomo Leandro Dominicis. Gli interventi di seguito riportati sono di Pier Francesco Lisi, giornalista-enologo-comunicatore, del professor Esti e dei tre produttori che hanno partecipato al progetto.
Abbiamo lavorato sodo per rendere la lettura del parlato dei protagonisti fruibile e scorrevole.

Progetto, Sviluppo e Trasferimento di Sistemi Innovativi di produzione di Vini senza Allergeni - Porthos Edizioni

Wilma, oh Wilma

In casa mia riposano parecchi libri di cucina, che ogni tanto mi diverto a sfogliare. L’altra sera è toccato a un vecchio volume, ottimamente conservato, dal titolo “Quando cucina Wilma”. I lettori di una certa età avranno già capito, si tratta di Wilma De Angelis, la cotonata e truccatissima protagonista di centinaia di trasmissioni su Telemontecarlo. Dimenticata dalla canzone, Wilma fu ripescata da Paolo Limiti, che la volle a condurre un programma di cucina in tv. A quei tempi Vissani andava all’alberghiero, i blog di cucina non esistevano e Masterchef non era neppure un’idea, ma nello schermo c’era Wilma, che, pittata e pettinata da un’equipe d’imbalsamatori, tra un sorriso e uno spot insegnava alle casalinghe come preparare piatti moderni, tradizionali o così così.


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